EXPATS

Nicole Kidman brava come sempre. E bravi tutti gli altri attori e attrici.
Per chi è interessato alla vita degli expats – ricchi americani, indiani, thailandesi –
a Hong Kong, con belle case e cameriere filippine, questa è la serie.

Mi sono fatto convincere che erano quattro episodi di meno di un’ora, e non dico il nervoso quando scopro che, dopo che un bambino – il terzo di tre figli di NK – è stato perso in un mercato affollato, alla fine del quarto episodio non si capisce se il bambino all’obitorio è o non è quel bambino.

La storia è in sostanza quella di Bambini nel tempo, di McEwan.Poi, sorpresa:
una recensione annuncia che dopo pochi giorni sarebbe uscito il quinto episodio, e allora sì che…
Arriva il quinto episodio, mi aspetto che finalmente si sciolga qualche nodo, ma non va più di moda chiudere le storie. In quest’ultimo episodio, dunque, che dura come un film, ci viene mostrata Hong Kong sotto al diluvio mentre vengono represse le manifestazioni anti cinesi e i nostri eroi sfilacciano coppie, rovinano amicizie, e non succede un cazzo di niente se non l’ inzeppamento di inutili storie parallele del pastore metodista, della madre dell’amica indiana, e ti pare poteva mancare il bacio fra due non protagoniste di cui una incinta del marito dell’amica di NK?
Non ho fatto capire niente?

È vero. Infatti, non c’è niente da capire, la scomparsa del bambino è solo un pretesto per mostrarci quel pezzetto marginale di mondo di gente ricca e che vive male.
Un nervoso, ma un nervoso…

Killers of the Flowers Moon

Mentre lo guardavo ho pensato che lo si possa considerare come parte di un filone che Scorzese persegue fin dal suo secondo film “America 1929 – Sterminateli senza pietà” e poi continuato con il più esplicito “Gangs of New York” e sempre sostenuto dai tanti film sulle famiglie mafiose.
Al filone darei il nome “Cari compatrioti, non dimentichiamo di chi siamo figli e “come” siamo arrivati dove siamo”.
“Killers of the flowers moon” racconta la storia di una piccola tribù di nativi americani che si ritrovano ricchissimi perchè il territorio dove sono stati deportati è poi risultato pieno di petrolio.
Perciò vediamo questa inedita società in cui le signore native girano agghindate e ingioiellate servite nella belle case da lavoratori bianchi.
Fra i pochi bianchi ricchi e potenti c’è “King” (Robert De Niro), che ha adocchiato il nipote stupido (Leonardo Di Caprio) come strumento per ottenere l’eredità della più ricca famiglia di nativi. Sono rimaste solo donne, che vengono fatte sposare a bianchi e una a una assassinate.
L’ultima viva è la moglie del nipote stupido, la quale soffre di diabete e alla quale il generoso King fa arrivare la preziosa insulina: una coppia di medici come il gatto e la volpe prescrive al marito di aggiungere un’altra fiala per ogni iniezione.
Il film dura tre ore e un quarto, guardandolo a casa ho potuto fare una pausa circa a metà, ma per il resto sono stato preso per tutto il tempo dall’evoluzione della storia.
E dalla straordinaria capacità di Leonardo Di Caprio di rendere in tutte le sfumature la stupidità di fondo, insieme a un vero amore per la moglie, a una dipendenza nei confronti di King e a una protervia prepotente verso la feccia che volta a volta incarica, su indicazioni dello zio, del lavoro sporco.
Non capisco perchè a Leonardo Di Caprio abbiano finora dato un solo oscar per quel film con l’orso in cui come attore quasi non si vede mai, e comunque per questa interpretazione lo meriterebbe ma vedo che non è nemmeno candidato e per me è proprio uno scandalo.
È invece candidata l’attrice che interpreta la moglie, rispetto alla quale niente da dire, ma l’espressione varia da furbetta a sofferente a neutra, senza grandi cose, e insomma credo la candidatura sia andata più al personaggio che all’attrice.
Alla fine comunque arriva FBI – lo schema è un po’ quello di “Missisipi burning” – e nei titoli di coda leggiamo che fine hanno fatto i vari personaggi di una storia vera.
Insomma, Scorsese scrive, con il suo cinema, la storia di violenza su cui è cresciuta quella società.

Povere Creature

La storia è una storia atroce, che racconto soltanto per l’inizio: un medico (William Dafoe) con la faccia del mostro di Frankestein ha recuperato il corpo di una giovane donna che si è suicidata buttandosi a fiume. Non era ancora del tutto morta, ed è riuscito a rivitalizzarla sostituendone il cervello con quello di un neonato.
Fin qui saremmo in un film dell’orrore.
E invece Lanthimos, i cui precedenti film sono piuttosto urticanti (in “The lobster” mostra un mondo in cui è vietato essere single) ne tira fuori una quantità di metafore e parabole sull’amore, sulle relazioni, sul sesso come conoscenza, sulla riappropriazione del bambino interiore, sulla gelosia, sulla vendita del proprio corpo e qualcosa mi sarà di sicuro sfuggito perchè è di una pienezza abbagliante.
Il tono straniato con il quale recita la protagonista Emma Stone, le sue osservazioni “da bambino” e quindi indicibili e vere, ci mantengono emotivamente distanti dalle nefandezze che scorrono e che comunque non cercano mai di toccarci le budella.
Invece, una scenografia lussureggiante – voglio proprio vedere se non prende l’Oscar per la scenografia! – e fiabesca, con meravigliose macchine volanti nel cielo di Lisbona e un battello tondeggiante su sfondo di fuoco, ci mantiene nel registro della favola.
La scena del ballo di gala basterebbe da sola a giustificare la visione dell’intero film e a farci togliere il cappello davanti al regista.
Nonostante il piacere di averlo visto, mi sento di consigliarlo solo a chi sia disponibile a stare al gioco e ad arrovellarsi almeno un po’ sui tanti significati sottesi

Enea

Comincio da quello che non mi è piaciuto.
L’esibizione di bravura: ho scelto questa immagine, che è molto bella, proprio per dare l’idea di che cosa intendo, quando la bravura allontana lo spettatore da quello che sta succedendo.
E l’eccesso di “intelligenza” di alcuni dialoghi: per dirne uno, quello fra lui e lei che rientrano nella casa devastata dai ladri (?).
Pagato pegno, affermo che è un gran bel film che vale la pena vedere, per come rende l’ipocrisia di un mondo – i primi cinque minuti sono da ammazzarsi dalle risate per la fiera dell’ovvio che esce dai discorsi pensosi di alcuni protagonisti – e per come rende un mondo.
Che in questo caso è quello della Roma nord degli esclusivi circoli sul Tevere zona Flaminio che possono vantare di aver avuto fra i soci uno come Previti.
Sembra di intuire che Castellitto conosca quel mondo e che ne sia attratto e schifato e che abbia voluto farci sopra un film disperato come una specie di redenzione. Ma queste sono mie fantasie che non hanno basi effettive. La disperazione è, tuttavia, la cifra stilistica del film.
Per il resto, pago un altro pegno per dire degli eccessi pure di sceneggiatura, chè tutto torna troppo perfetto fino al finale che gli ultimi trenta secondi ci potevano essere risparmiati e avremmo lo stesso capito il santino dei genitori.
Bravi gli attori, forse meno l’amico del cuore, bravissimi Castellitto padre e figlio, che non si risparmia primi piani di profilo quasi a voler esorcizzare il nasone.
Un regista che, quando saprà “asciugarsi” dalle troppe nebbie e sgranature ed effetti, secondo me troverà un posto fra i migliori di sempre.

QUALCOSA È CAMBIATO

Due ore di Jack Nicholson, che importa che storia c’è sotto?
Una goduria totale.

UNDINE – UN AMORE PER SEMPRE

Nella prima scena, seduti a un bar di Berlino, lui la sta lasciando, lei gli dice adesso devo lavorare ma fra mezz’ora ho una pausa, torno qui, tu mi aspetti e mi dici che mi ami, altrimenti dovrò ucciderti.
Nell’immagine, Undine al lavoro mentre spiega ai visitatori l’evoluzione urbanistica di Berlino.
Beh, questi i fatti raccontabili dei primi sì e no 10 minuti, poi succedono tante cose, accompagnate, con discrezione, dal concerto per clavicembalo di Bach e da Alessandro Marcello.
Anzi, in effetti, succedono poche cose, che però qui sono irraccontabili. Bisogna vederlo, questo gioiellino onirico tedesco.
Non proprio per tutti i palati, ma chi lo apprezzerà lo amerà molto.
Cercherò altri film del regista, Christian Petzold.

PERFECT DAYS

Comincio dalle cose buone: una delle migliori colonne sonore della storia del cinema.
Il tema non è originale: un uomo, che si intuisce abbia vissuto un passato diverso, lavora alla pulizia dei bagni pubblici – piccole opere d’arte volute dalla città di Tokio – e lo fa con passione maniacale.

Negli intervalli fotografa lo stesso albero ogni giorno, e nel resto della giornata pranza nello stesso bar, si fa il bagno ai bagni pubblici, legge romanzi impegnativi, cena dove la proprietaria del bar si esibisce in una straordinaria versione giapponese di “The house of the raising sun”.

Insomma: la morale è che un lavoro fatto bene dà soddisfszione quale che sia quel lavoro, e la vita presenta ogni giorno piccoli momenti di cui si può godere. Tutto qui? Sì, temo sia proprio tutto qui, e la maestria delle inquadrature di Wenders non basta a mettere in secondo piano la noia mortale della prima ora.

Nella seconda ora qualcosa, qualcosina-ina, succede, ma gli eventi sono freddi, non toccano, il gioco dei piedi acciacca-ombre è datato e forzato.
L’ultimo minuto di eccezionale bravura espressiva dell’interprete principale ha suggellato il premio vinto a Cannes come migliore attore. Un pezzo di bravura, di sicuro.

Insomma, un film “datato”, credo che Wenders, anche se leggo critiche osannanti, avrebbe fatto meglio a restare sul progetto che in origine gli era stato commissionato, e cioè un documentario su questi bellissimi nuovi cessi pubblici di Tokio.

IL PIU BEL SECOLO DELLA MIA VITA

Film delicato, che si regge sulle eccellenti interpretazioni sia di Castellitto che di Lundini.
Infine un po’ banale, comunque si fa vedere.
Certo, se è vero che, se adottati, si possono conoscere i propri genitori biologici solo dopo aver compiuto 100 anni, mi chiedo chi abbia concepito questa mostruosità.
Non sono però sicuro che debba essere un diritto, tendo più a pensare che i figli sono di chi li cresce e li ama, e che se c’è un diritto ad ‘abbandonare un figlio ci dovrebbe anche essere una tutela per chi ha abbandonato. Quanto meno dovrebbero essere tutti d”accordo.
Però queste mie sono opinioni “dall’esterno” e non sufficientemente meditate.

AMSTERDAM

Jules et Jim, senza il triangolo amoroso, al servizio di una storia di mistero e omicidi e passione per gli uccelli e tentativo di golpe.
Leggo che un tentativo del genere ci fu, negli anni 30, e che questa è stata l’idea ispiratrice del film. Protagonisti bravissimi, il tono è leggero anche nelle situazioni più drammatiche, quasi da favola.Un limite è che troppo spesso il regista sente il bisogno di sottolineare “ecco, questi sono i cattivi, capito?”. È insomma, si, lo avevamo capito, mica siamo scemi, ok?

Godibile.

Russell è il regista anche dell’ottimo American Hustle, cercherò altri suoi film.

Odio il Natale

La regge tutta lei, Pilar Fogliati, sempre brava che fra Romantiche e Odio il Natale 1 comincia però, con mossette e occhioni, a sfiorare il gigionismo.
Odio il Natale 2 è la storia di questa Gianna fra tre o quattro fidanzati, innamorati, ex fidanzati, spasimanti e così via che non sa a chi dare i resti e combina un po’ di casini.
Si svolge a Chioggia, che ricordo un bel posto ma qui l’hanno addobbata di luminarie stucchevoli come se volessero farla più bella di Venezia.

Le tre amiche (due sono sorelle) nella foto se fossero quattro potrebbero essere una versione soft, molto soft, un sacco soft, di Sex and the city, senza che mai graffino nemmeno poco poco.
L’ultimo episodio sembra uno di quei gialli in cui uno dopo l’altro viene proposto in sequenza allo spettatore “questo è l’assassino” e ogni volta non è quello fino all’ultimo che è quello. Qui al posto dei possibili assassini ci sono i possibili fidanzati che, per quanto Gianna possa essere carina e gentile, all’ultimo viene da dirgli ma ti rendi conto di dove ti sei andato a cacciare?

Episodi di 20/30 minuti, gradevolini, sei puntate pure un tantino stiracchiate.
Se po’ vedè, giusto se po’ vedè, nientedechè.
Pilar Fogliati mi pare abbastanza brava da poterle augurare di uscire dal ruolo che finora si è o le hanno cucito addosso.