TASSISTA DI NOTTE

AVVENTURE DI UNA VITA CONTROMANO di Roberto Red Sox Mantovani

Un eroe di questi tempi: il tassista che pubblicava i propri incassi quotidiani e che per questo è stato cacciato dalla cooperativa di taxi di cui faceva parte.
Dopo che gli hanno tagliato le gomme eccetera.
Brutto tempo questo in cui serve coraggio solo per dire verità elementari.

BAUMGARTNER

Nelle prime pagine scende dalla stanza dove sta scrivendo un saggio su Kierkegaart per cercare qualcosa, e mentre cerca si imbatte nel pentolino sotto al quale è rimasto il fuoco acceso: infatti si sta bruciando, e per spegnerlo lo fa cadere. Nel raccoglierlo si brucia la mano, che mette sotto l’acqua corrente; viene però interrotto dallo squillo del telefono “oddio, questa è mia sorella! Dovevo chiamarla alle dieci, ma in effetti non sono ancora le dieci…” Ma non si ricorda più a cercare che cosa è sceso. Suona il campanello di casa “uffa!” ah, per fortuna è la dolce postina dagli occhi teneri, dalla quale si fa portare due o tre libri a settimana solo per incontrare il suo sorriso…le apre la porta e…ecco! Adesso si è ricordato che cosa cercava! Ma le dieci sono passate? Ha telefonato alla sorella? Di nuovo squilla il campanello: è stavolta il letturista della luce che gli chiede di accompagnarlo nella cantina dove sta il contatore, perchè per lui è la prima volta. All’improvviso Baumgartner cade per le scale e si fa male a un ginocchio; e resta sorpreso dalla gentilezza del letturista, che più tardi passerà a portargli un po’ di ghiaccio, poichè il suo freezer non funziona.

Sono andato a memoria, e adesso ci sarebbe da prendere fiato.

Dopo questo primo, breve capitolo, ho pensato – anche perchè l’ho letto seduto, prima lettura dopo un mese e mezzo di ospedale, al bar della Villa – ecco il solito Paul Auster che ti porta in giro senza capo nè coda mentre ti ammalia con la sua scrittura.

Poi mi sono detto: ma quale “solito” Paul Auster, se ne hai letto solo “Trilogia di New York”, di cui non ricordi niente salvo un costante senso di inquietudine e “La musica del caso”, di cui invece ricordi bene l’angoscia di questi due che per un debito da niente si trovano semi prigionieri in un posto assurdo da cui sarebbe pure facile scappare ma che non ce la fanno mai.

C’è da aggiungere quel gioiellino di Smoke, di cui ho scoperto solo tardi che ne fu sceneggiatore e co-regista.

Poi Baumgartner si sviluppa invece, in modo abbastanza lineare, per centocinquanta pagine di ricordi di una vita – ha settantadue anni, vedovo – che potrebbero essere del tutto diversi e se sono quelli che sono è perchè quello che arriva, mi è parso, non sono tanto i contenuti delle storie quanto lo svolgersi di un’esistenza inquieta eppure pacificata e capace ancora di tenerezza e forte interesse emotivo e intellettuale per la giovane ricercatrice che verrà a consultare l’archivio della moglie morta, che ha pubblicato solo un piccolo libro di poesie ma che ha lasciato tanti abbozzi di romanzi, lettere, anche scambio di lettere con Baumgartner, tutta documentazione della quale andranno fatte serie valutazioni circa la pubblicabilità, ma intanto i cerchi di un’esistenza sembrano essersi chiusi tutti.
È un piacere sapere che è l’ultima cosa che ha scritto prima di morire.

Vedo su Wikypedia che ha scritto tanto, grazie a chi saprà consigliarmi qualche altro romanzo, fra i tanti.

Un uomo vero

Hanno tradotto così, malamente, “A man in full”.
Che è l’ultima fra le tante serie che trattano di ricconi ricchissimi che navigano in mezzo a mille tempeste di ogni genere con gli affari sporchi dei loro imperi, i ricatti fatti e subiti, le collusoniu con la politica, le mogli. per lo più ex-mogli, che gliela vogliono far scontare eccetera eccetera.

Si fanno guardare perchè ci piace spiare le vite dei ricchi e verificare quanto sono miserabili, perchè ci piacciono, anche se amiamo dircene schifati, gli ambienti lussuosi eccetera eccetera.

In mezzo ci sono sempre piccoli intrighi e sottostorie – raramente credibili:
qui, veramente poco – che servono a spezzare il ritmo e ad allungare il brodo.
Potrà restare nella memoria la scena della monta di una cavalla da parte dello stallone inflitta dal nostro agli ospiti liberal per dar loro una lezione di vita vera e che avrà come risultato… questo non lo dico.

I pezzi forti, di solito, in questo genere, sono gli scontri verbali fra personaggi forti, che qui non mancano ma gli sceneggiatori non sembrano aver brillato per originalità
Avrebbe potuto nobilitare la serie il protagonista assoluto, Jeff Daniels. che però in “The newsroom” poteva godere della sceneggiatura di Aaron Sorkin, mentre qui…
Bravi anche gli altri interpreti, ma la serie è davvero mediocre, con finali proprio abborracciati, che mi auguro non preludano a una seconda serie.

Baby Reindeer

Baby Reindeer è il soprannome affettuoso che una donna di oltre 40anni, obesa, ha dato a un venticinquenne barista sfigato, fallito aspirante comico.

Lui è stato gentile con lei, lei se ne innamora pazzamente e diventa una stalker spietata.
Le prime quattro puntate descrivono molto bene il processo collusivo che porta Donny, anche dopo che ha ben capito quanto Martha sia fuori di testa, anche quando ha verificato che Martha ha un passato criminale di stalkeraggio, ad assecondarla in qualche modo, perchè anche se gli ha reso la vita impossibile tuttavia è una persona che, sia pure nel suo modo malato, tiene a lui, che è perciò continuamente lacerato fra la voglia di liberarsene e il bisogno di “ottenerne” comunque qualcosa.

Questa è la parte interessante, e ben resa, dello scambio vittima / carnefice.
Nella quinta puntata improvvisamente Martha scompare dalla scena, e vediamo una estenuante puntata di un’ora – le altre durano circa la metà – in cui Donny è alle prese con un cinquantenne famoso sceneggiatore che lo lusinga, gli promette, gli fa credere e intanto lo avvia a esperienze con droghe sempre più pesanti che piano piano portano Donny a una dipendanza anche sessuale, finchè non ne scapperà.

Il focus è perciò cambiato: non è più la collusione stalker / vittima ma è Donny comunque vittima – e comunque sempre collusiva, perchè mai davvero forzato – di chiunque gli si approcci con modalità affettive, che a quanto pare Donny non sente di meritare.
Questo cambio di prospettiva per me è una forzatura del tutto inutile all’economia del racconto che stava procedendo bene fra Martha e Donny, tanto che la fine è una catarsi banalotta, pur di tenere tutto insieme: cioè la confessione pubblica delle due storie, quella con Martha e quella con lo sceneggiatore, al momento della finale a cui è arrivato di una mediocre gara per comici emergenti.

La scena finale sembra riproporre Donny, in un bar dove arriva senza soldi, nella parte che era stata di Martha.
Peccato per il troppismo che ha avvelenato una storia che sarebbe potuta essere un gioiello.

C’è ancora domani

È arrivato su Netflix e i commenti che vedo in giro sono per lo più del genere “beh, tutto qui?”. Oppure “Carino, sì, ma furbetto, e niente di originale”. E via su questo piano.

Non ricordo commenti di questo genere quando uscì al cinema, immagino perchè gli ipercritici non volevano confondersi con i commenti acidi e astiosi dei destri, quelli che “nun ce vonno stá”.

Io non li capisco, i progressisti sinistri che non si accontentano mai, a cercare il pelo nell’uovo. Un film pulito, con un messaggio chiaro – “care donne, ci possiamo evolvere/liberare con la politica, non con l’amore” – ben recitato, ben costruito, che attraversa tre generazioni, con un finale sorprendente anche se sapientemente qui e là anticipato… ma che altro serve a soddisfare questi palati troppo fini?

Ha incassato più di Barbie, è stato venduto ed é in via di programmazione in tutto il mondo, e questo senza nemmeno aver avuto nessuna spinta dall’essere passato per qualche festival.

Regia di Paola Cortellesi, quì anche interprete, insieme a Valerio Mastandrea, Vinicio Marchioni ed altri bravi attori. Un gioiellino.
Spero tanti lo vedano e rivedano e continuino a goderne, e credo che gli accostamenti ai grandi della commedia all’italiana, Scola, Monicelli – forse non Risi – siano più che meritati.

Ricki and the Flash

Già solo Meryl Streep, cantante di una certa età di una scalcinata rock band – “Ricki and the Flash”, appunto – dovrebbe valere come garanzia (un’altra garanzia all’ultima riga).
Garanzia non di capolavoro, ma di film godibile.

E tale è: un film godibile, con tutte le cose che da un certo punto in poi si capisce che dovranno succedere e che poi in effetti succedono.
Perciò, non proprio sorprendente e, quando la qualità c’è, anche rassicurante va bene.
La storia è di questa donna che ha seguito la sua passione per la musica, ha lasciato un bravo marito con tre figli con i quali ha perso i contatti.
I contatti riprendono perchè il marito la cerca quando la figlia tenta il suicidio perchè lasciata da uno.

Le tante relazioni che riprendono offrono una quantità di spunti di regia.
E, visto che il regista è Jonathan Demme, il finale quasi ovvio è comunque entusiasmante. Di più per chi ama la musica.
Enjoi it!

The Irishman

Quando uscì, lo ero andato a cercare al 4Fontane, dove lo proiettavano in originale con sottotitoli.

Ne ero uscito stordito e annoiato: sempre la solita pappa di mafiosi italo-americani.

L’ho rivisto nelle condizioni peggiori, su un cellulare appoggiato su un vassoio, ed è un gran film.

Non tanto in se stesso, quanto inserito nella storia degli Usa, così come Scorzese ce l’ha raccontata negli scorsi decenni, per lo più con storie di mafiosi, sì, e anche con drammi intensi e delicati come New York New York o L’età dell’innocenza.

The irish man è Robert De Niro che si fa strada piano piano fino a diventare l’uomo di fiducia di Jimmi Hoffa (Al Pacino), il potente sindacalista dei camionisti.

Vivono tutti vite normali, fra una sparata in testa e uno strangolamento, si parlano fra loro con calma, mantengono, senza riuscirci, le loro famiglie al riparo del sistema di cui fanno parte. Qui Joe Pesci pure memorabile.

Credo lo spessore maggiore del film sia nel dubbio, che fino alla fine non si scioglie, fra chi “davvero” comanda fra i Kennedy, i mafiosi, il sindacato.

E viene la disperazione a vedere Robert De Niro, che a suo modo ha certi valori che vuole rispettare, tentennare ma mai deflettere da qualsiasi indicazione gli venga impartita perchè alla fine “it is what it is”.

Figurone anche di Al Pacino in due o tre scene memorabili in cui si incontra con un mafioso con cui non si sopportano e ogni volta si impuntano su “va bene ma chiedi prima scusa tu / e allora tu che sei arrivato in ritardo?”.

Insomma, Scorzese è sempre Scorzese.

La notte di San Lorenzo

Israele continua a indicare “zone sicure” dove i civili dovrebbero spostarsi e poi le bombarda, è ormai un metodo.
“La notte di san Lorenzo”, dei fratelli Taviani mi è venuto in mente per analogia.
Se qualcuno non lo avesse visto, con la messa da requiem di Verdi per colonna sonora, per me avrebbe perso un vero capolavoro, di quelli senza tempo.

American Fiction

Un gioiellino, dove i sentimenti sono un grazioso riempitivo per fare andare avanti una storia tutta intellettuale, per chi ama il genere, scritto e diretto da Cord Jefferson, basato sul romanzo Cancellazione (Erasure) di Percival Everett.
Finale di grande godibilità.
Ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, Jeffrey Wright meritatamente candidato all’oscar

Sundown

Strano film, spiazzante, visto per la presenza di Tim Roth, che amo, del regista messicano Michel Franco.
La storia non posso raccontarla perchè la costruzione è a suspence ma i nodi non vengono sciolti. O forse non ci sono nodi e tutto sta in qualche metafora suina che qui e là affiora?
Fra il potenzialmente sublime (molto potenzialmente) e il potenzialmente banale mi è difficile scegliere.
Tim Roth sempre all’altezza e il regista da tenere d’occhio.