SCOMPARTIMENTO N.6

È dove si incontrano i due, lei finlandese che attraversa la Russia gelata per vedere, nel circolo polare, certe iscrizioni rupestri per i suoi studi. Lui, russo, sta andando a lavorare in una specie di miniera a cielo aperto.
Il treno ci mette giorni, ogni tanto si ferma e insomma è un road movie con paesaggi e ambienti per me inediti.
Non del tutto inedito ma stupendamente reso il progressivo cambiamento relazionale fra i due: la bellezza del film (regista il finlandese Juho Kuosmanen) sta nella verità che arriva sui sentimenti che si spostano impercettibilmente senza che mai siano espressi.
Premio della giuria a Cannes 2021.

St.Vincent

Quante decine di film sono stati girati con il vecchio burbero stronzo che si rivela benefico sia verso la single in difficoltà che verso il ragazzino bullizzato?
Seguono tutti lo stesso schema prevedibile eppure, quando il protagonista è Bill Murray, che tutta quella sgradevolezza di corpaccione insaccato in terribili bermuda non basta a farlo diventare brutto sporco e cattivo.
Per chi non ha pretese, un’ora e mezza di piacere leggero per una storia che non lascia tracce in nessuna direzione.

La persona peggiore del mondo

Il titolo non ha molto senso, perchè la protagonista è una donna di trent’anni che non sa quello che vuole (figli? quale lavoro? fedeltà? etc) e dunque direi la persona più normale del mondo, perchè la peggiore? Forse per indurre lo spettatore a un pregiudizio in modo che possa emotivamente spostarsi, fra l’uno e l’altro dei 12 capitoli del film, da”ammazza quanto è stronza” a “però tutto sommato è solo una donna libera con le sue incertezze”.
Il film si fa seguire, con qualche lentezza, ed è un film di parole, in cui le immagini sembrano solo al servizio delle parole.
Tranne la bella scena dei due che si conoscono, ciascuno fedele nella propria coppia, e giocano a fino a dove possono spingersi senza violare il patto di fedeltà.
Alla fine, tanta ma tanta tristezza sparsa, pure con delicatezza, ma a piene mani.

True Detective 4

Fra i ghiacci dell’Alaska il piacere di avere come protagonista Judie Foster, con il suo bel viso che non vuole nascundere il passare degli anni.
Avevo cominciato a raccontarla tutta con l’avviso “spoiler” ma mi sono stufato perchè la vicenda è troppo arzigogolata per renderla, magari chi vuole la trova su wikipedia.
Vengono mischiati veri indizi ai quali trovare una collocazione, come in ogni giallo che si rispetti, con inverosimili simboli arcani indigeni che “risolvono” punti morti della storia.
Ci sono anche il poliziotto stronzo, il capitano che entra a fermare l’indagine sul più bello e insomma tutti gli ingredianti del genere.
Alla fine tutto viene fatto tornare con accelerazioni drammatiche del tutto inverosimili e non manca uno spiegone costituito da un mantello femminista di quelli che, buttato lì a sorprendere, ti fa rendere conto di quanto controproducente per la giusta causa siano queste forzature di sceneggiatura.
Vale la pena guardarlo solo per Judie Foster e per l’ambientazione fra i ghiacci.
Il primo True detective, con Matthew McConaughey and Woody Harrelson, è rimasto unico e inarrivato. Peccato.

Cinque giorni una estate

Sean Connery, qui affascinante maturo insegnante, ha organizzato una settimana fra le alpi svizzere con la nipote, figlia del fratello, della quale è convinto di essere innamorato.
Siamo negli anni trenta, quando la scarsità di comunicazioni permetteva questi inganni, quindi hanno detto ai parenti che staranno in un gruppo di alpinisti, all’albergo si presentano come marito e moglie.
Lui è un bravo alpinista, lei se la cava bene, prendono una guida per le vie più difficili.
Il film di Fred Zinnemann è dei primi anni ottanta, non ci sono effetti speciali, ma la fatica e i rischi dei passaggi sembrano vissuti davvero.
A un certo punto lei si confida con il bel giovane che fa loro da guida, non c’è niente fra loro, se non il palese disgusto della guida per la situazione della ragazza che, in quell’epoca, non presentava nessuna possibile via di uscita.
Si crea un clima di tensione.
Alla scalata più difficile vanno soltanto Sean e la guida: si troveranno in una situazione difficile – questa, per chi va in montagna, è la parte più bella e vera – che non riusciranno a superare.
Nell’ultima scena, quelli del paese, preoccupati del ritardo, vedono che dei due sta tornando soltanto uno. Chi, qui non lo dico.
Bello, anche rivisto a distanza di tanti anni.

Horizon: AN AMERICAN SAGA

Tre ore precise di un western classico classico, tanto classico che viene da chiedersi perchè tanto impegno per un risultato più che decoroso ma senza novità nè originalità.
Due storie principali che si può immaginare finiranno per incontrarsi: da una parte coloni su territorio indiano e dall’altra un bambino di due anni conteso ma non sappiamo ancora che storia c’è dietro.
Poteva durare un po’ meno? Sì, ma sento una grande fiducia verso Kevin Kostner come verso chiunque impegna tutto se stesso e i suoi beni per un progetto di dimensioni colossali.
Dal punto di vista “politico” l’ho trovato equilibrato, forse non sarà facile tenere insieme europei, nativi, neri, cinesi nell’intenzione, che mi pare di riconoscere, di fare una sintesi della nascita, fra enormi sofferenze e prepotenze e coraggio, di un grande paese.

One Day

Si conoscono alla festa di laurea a Edimburgo, si piacciono, diventano amici, l’amicizia è subito in bilico rispetto a diventare qualcosa di più ma le differenze sembrano troppe.
Lei è intelligente, ironica, intellettuale impegnata, lui è belloccio, di famiglia agiata, poco incline al sociale, empatico.
Li seguiamo per forse una decina d’anni, forse meno forse più, comunque un tempo lungo abbastanza perchè ciascuno segua la propria vita salvo periodicamente incontrarsi e raccontarsi.
Sempre in bilico fra un’amicizia profonda e un forse amore che nessuno dei due si azzarda a lungo a esprimere.
Una storia tenera, romantica senza sbavature, che si fa seguire in quattordici episodi di meno di mezz’ora ciascuno.
Per chi ha voglia di sentimenti semplici, puliti, senza rinunciare alle contraddizioni della vita.

IL VECCHIO AL MARE

Nicola se ne sta tranquillo al mare di ottobre, con il suo taccuino e la sua matita, e piano piano la spiaggia si popola di personaggi che, ciascuno a suo modo, attirano o chiedono la sua attenzione.
Il cercatore di tesori con il suo metal detector autocostruito, Lu, la giovane canoista che Nicola seguirà fino alla boutique dove lavora come commessa e che gli farà conoscere Eveline, la proprietaria, una bella signora sessantenne che ospiterà il nostro protagonista in un memorabile pomeriggio di chiacchiere fra signore che si provano questo e quel modello.

Lu è anche l’aggancio per il negozio di sport dove Nicola comprerà un kajak, solo per avere l’occasione di farsi insegnare a pagaiare da Lu, alla quale regala, peraltro con grande discrezione, abiti, con la scusa di farglieli provare per una sua parente indeterminata.
Una specie di seduzione che sa destinata all’impossibile e che tuttavia ha voglia di sperimentare, con leggerezza.

La figura della madre di Nicola, che funziona da paradigma per tutte le donne che sta incontrando in questo ottobre e per tutte le donne della sua vita che volta a volta ricorda, a me è sembrato un inutile espedente narrativo: le teoria di donne delle passioni passate e delle illusioni presenti credo sarebbe stata più che sufficiente a rendere al lettore la stagione del protagonista.
Il quale qui e là ci ricorda di essere stato uno scrittore – all’inizio qualcuno azzarda che sia stato un magistrato e Nicola glielo fa credere – e, da bravo scrittore, si scusa con il lettore per dovergli raccontare, solo nelle ultime pagine, il motivo per il quale se ne sta al mare proprio a ottobre, ma le regole del romanzo vanno rispettate.
Una bella scrittura che è piacevole scorrere.

Non dev’essere per caso che l’ho letto in fila con “Baumgartner” di Paul Auster: Paul Auster è morto poco dopo averlo scritto, Domenico Starnone è ben vivo, entrambi hanno scritto nel momento in cui le esistenze vanno a sfumare, e mi ha fatto piacere cogliere, da entrambi, con le ovvie differenze di stile e personalità, quel senso di incompiutezza di chi sa che ha fatto bene e che avrebbe potuto fare anche meglio e quindi non si accontenta.
Mi viene spontaneo il paragone – non che si debba scegliere, per carità – con il Philip Roth invece incazzoso e avvelenato fino all’ultimo.

Io e Annie

Il giorno dopo, nella povertà di offerta della piattaforme, ho continuato sulla scia.
Pensavo fosse successivo, invece è precedente (1977) a Manhattan (1979).
Una delle tante varianti sulle relazioni di coppia, che da perfette finiscono per naufragare, ognuna a suo modo ma sempre con lo sguardo affettuoso e comprensivo dell’autore, che sono la continuità della filmografia di Woody Allen.
Ho letto la sua biografia, divertente come i film e, anche mettendo da parte le brutte storie seguite alla rottura con Mia Farrow, alla fine, oltre a un matrimonio giovanissimo, Woody Allen ha avuto relazioni con Diane Keaton, Mia Farrow e l’attuale moglie – dal 1997: 27 anni di matrimonio con due figli adottati – Soon-Yi.
L’impressione è che, oggi alla soglia dei novant’anni, abbia ceduto ai suoi personaggi la maggior parte delle sue nevrosi.
Fra le scene più godibili la fila al botteghino del cinema e l’insofferenza per il trombone che dietro di lui pontifica sui limiti dei film di Bergman e Fellini, finchè non gli corre in aiuto il vero Mcluhan, che il trombone cita a sproposito.
Nell’autobiografia Whoody Allen si dispiace perchè, pur avendo potuto sempre fare i film che ha voluto, come ha voluto, non è stato in grado di girare un vero capolavoro. Beh, con ovvi alti e bassi, l’intera sua filmografia la considero un capolavoro,
Io e Annie (titolo originale “Annie Hall”) vinse quattro Oscar.

LA LINGUA DELLA CITTÀ

Con Mara Venuto ci siamo conosciuti quasi vent’anni fa.

Conducevo un workshop e Mara, che vi partecipava, aveva organizzato in quattro e quattr’otto un rap che ha diretto con altre compagne del momento.

Poi ne ho seguito da lontano – è di Taranto e vive in Puglia – l’evoluzione artistica: scrittrice di teatro, animatrice culturale e, sopratutto, credo di poter azzardare, poetessa.

È rimasto vivo, nel tempo, un filo di reciproca simpatia e apprezzamento, finchè ieri c’è stata la possibilità di incontrarsi di nuovo per una circostanza singolare, nella quale Mara si è ricordata di me: un pomeriggio, in una bella casa di Roma, nella rassegna #lalineadombraroma , con tema le tragedie dell’Ilva di Taranto.

Hanno partecipato, oltre a Mara, che ha letto alcune sue poesie dedicate alla sua citta, il poeta #CosimoLamanna e #StefanoMariaBianchi, autore del documentario, visibile su Raiplay, “A denti stretti”.

In poco più di un’ora ai circa quaranta presenti è stato restituito dal vivo lo spessore di quelle tragedie, che hanno finora trovato tante espressioni culturali e artistiche, non ancora una vera ribellione. Fa male capire che le malattie hanno covato per anni e che non se ne è potuto nemmeno parlare finchè non si sono consolidati i numeri dei morti e le statistiche sono state incontrovertibili.

Una serata piacevole e molto interessante, un grazie sentito alla padrona di casa Francesca Piro e alla sua ospitalità.

E un abbraccio finale a Mara, che si è sorbita, per esserci, chissà quante ore di pullman Taranto-Roma-Taranto.

PS: sono astemio, eppure sono in grado di riconoscere, da un sorsetto, la qualiità di un buon vino. Così con la poesia: non la frequento, non la cerco, eppure se mi capita capisco se è fuffa o se sotto ci sono anima e corpo di chi l’ha scritta. Le poesie di Mara, si capisce subito, sono così.