Parthenope

Due suoni accompagnano tutto il film: il rumore quieto del mare e la domanda “a che stai pensando?”.

Non proverò a raccontarlo perchè una storia non c’è, come non c’era ne La grande bellezza e forse nemmeno in Youth.

Sorrentino ha la capacità di comunicare per immagini, che è poi l’essenza del cinema, per questo è un grande regista, al quale non serve raccontare una storia per trasmettere sentimenti e commuovere.

Ne sono uscito pieno: di immagini ed emozioni, appunto. E di bellezza.Da un film (da poco altro, in effetti) non mi aspetto di più.

A me è parso che l’accostamento Parthenope / Napoli sia la cornice più immediata dentro e dietro alla quale sta altro: la seduzione e l’amore, espressi in tante forme, e la irredimibile finitudine umana, pure questa esplorata in tanti personaggi e nella ricchezza a volte straripante di metafore.

Sorrentino si scrive da solo tutte le sceneggiature e forse questo comincia a diventare un limite, perchè sembra non resistere al gusto della battuta fulminante, che però ormai ce l’aspettiamo, anche se qui l’effetto è parecchio mitigato dall’ironia e dall’autoironia.

Il regista ha solo cinquantaquattro anni e mi auguro che abbia voglia, in futuro, di tentare qualcosa di molto diverso, per non rischiare il manierismo.

È anche ben consapevole di quella triste parte del tristissimo politicamente corretto che consiste negli anatemi contro la cosiddetta “appropriazione culturale”, per cui una scrittrice americana non si può permettere di raccontare il dramma del viaggio di una donna messicana che vuole passare il confine, figuriamoci un uomo che fa un film con protagonista una donna: “Il fatto che io sia maschio, bianco, etero e che decida di raccontare una donna a modo mio, per alcuni è un problema. Dieci anni fa non lo era. Oggi esiste un sospetto sulla libertà artistica.”

Non lo consiglierei a chiunque, ma chi è disposto a staccarsi da se e a immergersi avrà di che godere. E riflettere, nei giorni a seguire.


Un contributo dal canale Fanpage.it di Youtube

The Veil

Miniserie di spionaggio in sei episodi.

La protagonista – interpretata da Elisabeth Moss, che ho visto per la prima volta in Mad Men e poi ne Il racconto dell’ancella e anche, in una parte minore, nell’ottimo The square, e che è sempre più brava – è un’agente segreta inglese che ha la particolare capacità di entrare immediatamente in profonda empatia quasi con chiunque.

Il suo lavoro, perciò, è di capire se una donna, che vive in un campo profughi fra Siria e Turchia, è una pericolosissima terrorista dell’ISIS o una che conta poco e si è solo persa in fantasie rivoluzionarie.Il racconto si snoda fra servizi segreti francesi, CIA, terroristi che preparano un attentato micidiale, come in ogni spy story ben girata.

La (quasi) originalità sta nella relazione che si stabilisce fra le due donne, sempre sull’orlo della verità, della menzogna, dell’empatia vera o manipolatoria.

L’episodio finale ha qualche colpo di scena di troppo e qualche scarsa verosimiglianza ma la bravura della Moss, e anche della regia, ci mantiene attenti a ciò che succede come se fosse realistico.

Ne vale la pena, anche perchè in sei episodi non c’è tanta occasione di allungare il brodo come ormai tanti tendono a fare.

Megalopolis

Secondo me, C’è una storia? Sì, una storia c’è, ma è difficile tradurla in una trama, in un racconto con un inizio e una fine.

Ci sono i personaggi, come maschere di alcuni tipi umani: il Sognatore visionario, il Politico pratico, il Ricchissimo, il Populista senza scrupoli.Tutti uomini.Le donne hanno i ruoli “storici” di Musa, Amore perso, Arrivista subdola e così via.

Il tema è esplicitato all’inizio: gli USA, che hanno il dominio del mondo che ha avuto Roma, sono in grado di evolvere o sono destinati alla decadenza e autodistruzione? E, più in generale: questo mondo che abbiamo costruito così è davvero l’unico possibile?Perciò i personaggi hanno i nomi di Cesare, Catilina, Crasso, Cicero… e perciò ambientazioni e costumi sono misti fra antichi romani e anni settanta ottanta e la città è New Rome.

L’architetto che sa fermate il tempo e che ha vinto un premio Nobel per aver creato un materiale capace di costruire edifici e riparare corpi è lo spunto, l’occasione che Coppola si dà per girare, avendoci investito tutti i suoi averi ed essendosi pure venduto la bellissima cantina nella Napa Valley, il film che da decenni voleva realizzare, e che appare come un testamento spirituale della sua visione del mondo.

Visione del mondo che i suoi personaggi trasmettono attraverso la declamazione di brani di Shakespeare, Marco Aurelio, Petrarca e chissà chi altri che non ho riconosciuto né è stato esplicitato.

E, tuttavia, senza una trama per me individuabile, forse con piccole sottostorie che via via si sono chiuse come se ognuna facesse corpo a sè, Coppola mi ha tenuto per tutte le due ore e un quarto attaccato allo schermo.

Non mi sentirei di consigliarlo a chiunque, ma questo è “Cinema”, chi ama il cinema non può rinunciare a vederlo.

La donna del lago

Siamo nella Baltimora degli anni ’60, quando una relazione bianca-nero non era solo sconveniente ma era un reato per cui si andava in galera.
Per la prima parte si cerca una bambina scomparsa e, siccome è di famiglia ebrea, questo dà modo di esplorare quell’ambiente di bianchi ma, in quanto ebrei, non abbastanza bianchi.
La protagonista, un’ottima Natalie Portman, vuole svincolarsi dalla chiusura di quel mondo e diventare una giornalista il che, per una donna ebrea sposata ma che vive da sola non è per niente facile.
Nella seconda parte la storia si sposta nel mondo dei neri, dove chi la fa da padrone è il boss che gestisce la lotteria clandestina e in questo ambito viene ritrovata morta nel lago la donna del titolo.
La nostra aspirante giornalista, che a sua volta ha precedenti inconfessabili, è il collegamento fra le due storie che si intrecciano.
Le storie zoppicano abbastanza in credibilità ma le ambientazioni nella comunità ebraica e in quella nera che in qualche maniera gode della propria musica nei locali vietati ai bianchi sono il pezzo forte di questa serie.
Nel penultimo episodio la regista si monta un po’ la testa e ci molla tutta una cosa onirica piena di simbolismo che tuttavia le perdoniamo perchè il finale arriva tutto sommato accettabile, con la chiusura di tutte le sotto storie.
Se si fa attenzione, nelle primissime scene c’è una chiave di spiegazione fondamentale.
L’ho visto volentieri, nonostante qualche fatica, in certi momenti, a identificare il piano temporale.

Challengers

Tre tennisti, tutti e tre potenziali campioni.
Il tema sembra essere il triangolo perchè i due ragazzi sono entrambi innamorati della ragazza, che prima sta con uno – tennisticamente il più dotato ma che non ha continuità – ma poi sposa l’altro, di cui diviene anche la coach, che invece s’impegna e diventa molto molto bravo ma non un campione.
Resa molto bene la rivalità sportiva e insieme l’amicizia, così come il dubbio permanente: “…sono stato scelto come uomo o come tennista dal grande potenziale sul quale mia moglie ha proiettato la carriera che un grave infortunio le ha impedito di avere?”.
Ben girato, attori espressivi, regia che tuttavia “si vede”, e infine quello che dovrebbe essere il grande inaspettato e invece arriva come pegno da pagare: i due credono di essere innamorati della stessa donna, ma in realtà sono innamorati l’uno dell’altro: insopportabile, come ormai in tutti i film di Ferzan Özpetek.
Peccato, due bravi registi piegati all’ideologia.

AFTER THE WEDDING

AFTER THE WEDDING – DOPO IL MATRIMONIO

Un ricchissimo imprenditore danese deciderà solo dopo il matrimonio della figlia, questo il senso del titolo, se finanziare il progetto per bambini poveri di Bombay, proposto da un altro danese che vive da vent’anni in India e che è dovuto tornare in Danimarca per concordare di persona i particolari.
Il momento del matrimonio sarà l’occasione di una scoperta imprevista e di profondi turbamenti di tutti i personaggi coinvolti.
Quando il tema sembrano diventare i rapporti tendenti al perverso nelle famiglie danesi, esplorati in altre opere di questa cinematografia, ecco che tutto si ribalta e di più non racconto.
Regia di Susan Bier, oscar per Un mondo migliore e che ha diretto più di un’ottima serie televisiva, ultima Una coppia perfetta.
Protagonista il bravo Mads Mikkelsen, che ricordo ne Il sospetto e in Un altro giro, entrambi di Thomas Vinterberg.

TÁR

Kate Blanchet ha preso numerosi e più che meritati premi per l’interpretazione della prima direttrice d’orchestra della Berliner philarmonica.
Il personaggio è di fantasia, chi è dentro all’ambiente dice che è facilmente riconoscibile una direttrice d’orchestra che, come Tar, è stata allieva di Bernstein e ha una figlia adottata con la compagna primo violino nella sua stessa orchestra.
Il tema del film è il potere e la capacità di manipolazione che offre, a chi ne è dotato, sulle vite delle persone che ha intorno.
Abbiamo così un campionario di glamour e spietatezza, nelle bellissime ambientazioni degli auditorium costruiti per la migliore fruibilità della musica classica.
Altro tema è la relazione fra la musica scritta e l’interpretazione. Qui la sceneggiatura ha dato del suo meglio: la quinta di Mahler già si presta a mille sfumature e gli accenni che vengono fatti durante le prove rendono al meglio le infinite possibilità espressive di un interprete.
Il massimo si raggiunge quando Tar, al pianoforte, mette in fila in dieci modi diversi, e di ognuno spiega il senso, quattro note di Bach e umilia il ragazzo che – insomma, se l’era proprio cercata – non può amare Bach in quanto espressione di maschilismo.
Il crescendo punitivo del finale lo avrei risparmiato.
Per chi ama la musica, di più se ama Mahlet, e per chi è attratto dall’esposizione delle dinamiche di potere. E Kate Blanchet, naturalmente, che da sola vale il film.

The Chambermaid Lynn

Qualche spoiler, ma è un film di atmosfere, non lo si guarda per scoprire come va a finire, anche se ogni tanto me lo chiedevo, come la regia lo avrebbe chiuso.
Dunque, Lynn pulisce stanze d’albergo, lavoro per lei perfetto, visto che è stata e in parte è ancora in cura per un disturbo ossessivo compulsivo, che la induce anche a spiare i clienti dell’albergo nascondendosi sotto ai letti.
Ha una madre anaffettiva, un capo un po’ porco ma non troppo e una vita piatta.
Finchè non incontra, prima casualmente ma poi la cerca, una lavoratrice del sesso specializzata nella funzione di dominatrice.
Il film poteva virare sull’erotismo, che pure è presente con delicatezza, o sul sentimentale, e invece si mantiene asciutto e si limita, mi pare, a suggerire che qualsiasi vita un incontro può cambiarla. Almeno un pochino.
Non lo consiglierei proprio a tutti, a me è piaciuto.

THE OLD OAK

Se lo avessi visto senza saperlo ci avrei messo poco a riconoscere la mano di Kean Loach, che ci racconta come l’arrivo di un gruppo di profughi siriani cambia la vita di una cittadina ex mineraria, con tutte le grettezze e le solidarietà che ci possiamo aspettare da questo regista, instancabile da tutta la vita dalla parte dei più deboli.
Un capolavoro no, un gran bel film si, riconoscibile senza mai essere del tutto prevedibile.
Lunga vita a Kean Loach.

IL PROBLEMA DEI 3 CORPI

Ho visto fino alla sesta di otto puntate e già posso dire che non ci sarà un finale e che si annuncerà un seguito di questa serie di fantascienza.
Dev’essere facile la vita degli sceneggiatori quando ci sono di mezzo quelli di un’altra civiltà lontana che saranno buoni o cattivi? Facile perchè dietro a una confezione lussuosa e a una discreta recitazione fanno passare qualsiasi incongruenza e vere assurdità, ma non nello spazio intergalattico, che lì qualcosa si potrebbe pure perdonare, no, nel nostro oggi.
Prevengo l’obiezione: ma se è così sei arrivato fino a sei puntate? Confesso: sono ben girate, fanno passare il tempo, niente di più.
Il che, almeno un pochino, dovrebbe farmi preoccupare. Adesso si tratta di decidere se finire con le ultime due.