THE OLD MAN

Metti due eccellenti attori e una serie abbastanza cervellotica e sconclusionata fra terre rare in Afganistan, russi, cinesi, CIA etc diventa uno spettacolo accettabile, a patto di non cercare verosimiglianza e di godersi, soprattutto, l’interpretazione di Jeff Bridge.
Sì, quello, fra l’altro, di Una calibro 20 per lo specialista e del Drugo de Il grande Lebonsky, qui nell’inedita parte di killer spietato.

CUORI

Sedici più dodici puntate di “Cuori”.
E già, le ho guardate tutte e mi dispiace che siano finite.
Intendiamoci, già dalla prima si capisce tutto e le cose andranno proprio come ci si può aspettare che vadano in una serie produzione Rai.
Eppure, le ho guardate tutte e mi dispiace che siano finite.

Prmo fattore Pilar Fogliati: emana presenza, autenticità, con un’espressione vetusta dico che spacca lo schermo. Quando c’è lei la scena ha una luce particolare, fa apparire tutto vero.
Anche gli altri interpreti non sono male e la regia è più che dignitosa.

Come funziona?

Spoiler ma, tanto, non è voler sapere come va a finire che la fa guardare.
Dunque, lui e lei si amano, hanno fatto l’università insieme, lei sta partendo per gli Usa con una borsa di studio (cardiologia) in un prestigioso ospedale, lui (cardiochirurgo) sta partendo con lei.
Lei parte da sola, perchè lui si fa trovare con un’altra – questo è il punto più debole, e inconsistente, della storia – perchè non vuole lasciare sola la sorella che ha tentato il suicidio e anche non vuole che lei rinunci a una prestigiosa carriera.

Anni dopo, lei torna in Italia, assunta nell’ospedale dove lui è il chirurgo di punta, il pupillo del primario, che si propone di essere il primo a fare un trapianto di cuore.
Il quale prmario, si scopre alla fine del primo episodio, ha sposato lei.
Situazione delicata, che diventa piano piano invivibile perchè lui e lei tengono nascosta (ma perché?) al primario la loro precedente relazione.

Tutto questo inframezzato con le vicende della ricerca sul trapianto, poi sul pace maker etc, ma insomma sono solo sfondo alle vicende sentimentali.
Che si complicano assai quando, a un certo punto, lei viene a sapere che lui ha solo finto di tradirla per farla distaccare e per non farla rinunciare agi Usa.

La tensione fra i tre è continua. Si aggiungono le storie fra il capo chirurgo, marito di una ricchissima, e un’infermiera, fra l’anestesista provolone e un’altra infermiera, fra la figlia della prima moglie morta del primario che non sa scegliere fra il medico venuto dall’est e un giovane medico che a sua volta è fidanzato con una giovane ex paziente.

A mano a mano che scrivo mi rendo conto del perchè mi abbia preso tanto: sono tutte storie di amori che sarebbero perfetti ma che i protagonisti fanno diventare impossibili e questo somiglia molto a gran parte della storia della mia vita.
Comunque, alla fine va quasi tutto in buca e lui e lei finalmente si ritrovano.

Dostoevskij

Dostoevskij è il nome che la squadra di polizia che lo cerca ha dato a un serial killer.
Filippo Timi, bravo come sempre, è il capo della squadra.

La storia è avvincente, con un finale interessante.

Dei fratelli D’Innocenzo, che hanno scritto e diretto la storia, vidi “L’età dell’abbondanza”, che mi piacque molto, e poi Favolacce, che mi confermò la bravura di regia, appesantita però da una negatività esistenziale fuori misura.
Lo stesso, purtroppo, devo dire per questo Dostoevskij, sempre cupo e piovoso e ci potrebbe pure stare, se non fosse che per arrivare a sei puntate hanno inzeppato di scene del tutto superflue e anche di personaggi – a che serviva il vice poliziotto? – inutili.

Aggiungo che hanno troppa voglia di mostrare quanto sono bravi – e lo sono molto – per cui ci caricano di primi piani esasperanti e ci infliggono bellissime inquadrature di brutture di ogni genere, in prevalenza posti e oggetti.

Insomma, poteva essere un ottimo film di un paio d’ore, è una serie che si fa vedere ma si trascina.

LEAVE NO TRACE

Su Prime ancora solo per una decina di giorni, sarebbe un peccato farselo scappare.
Un film delicato e intenso, padre e figlia che vivono nei boschi perchè lui è reduce da qualche guerra che gli ha lasciato incubi, la madre di lei e morta che lei era così piccola che non se la ricorda.
Ci stanno bene, ma la legge non lo permette, e tuttavia ci sono strutture di accoglienza e sostegno benevole ma lui non può adattarsi e così riprendono a cercare un posto nei boschi ma intanto lei è entrata in contatto con mondi diversi.
È anche un’occasione, il film, per entrare in contatto con quella parte di America marginale, solidale, fra chi dà loro un passaggio su camion enormi e chi vive in accampamenti di roulotte fra i boschi.
È, infine, un racconto di formazione ed emancipazione, in cui il padre non arriva, come ne “La strada”, ad essere costretto a sacrificare per la figlia la propria vita, e tuttavia non è, tragicamente, in grado di fare scelte diverse dal rifugiare i propri incubi nella natura più ostile e selvaggia.

Giurato numero 2

Sappiamo dal trailer che il nostro giurato – un poco espressivo Nicholas Hoult, ma non è che la parte gli offrisse grandi spunti – è in difficoltà perchè, quella sera in cui è stata uccisa quella ragazza per cui si celebra il processo al compagno, lui ha urtato con la macchina forse un cervo ma, vista la pioggia torrenziale, non ne è del tutto sicuro.

Tutta la prima parte è la (noiosa) ripetizione del vecchio classico “La parola ai giurati”, in cui Henry Fonda vuole almeno discutere prima di condannare un ragazzo che avrebbe ucciso il padre. E perciò, qui come lì, c’è quella che sbrighiamoci che devo tornare dalle figlie, quello che pure mia figlia il marito la picchiava e via con tutto il campionario dei pregiudizi e dei bias cognitivi che ci si può aspettare.

Da adesso spoiler: la ragazza, della cui morte è accusato il compagno, è stata quasi sicuramente investita per caso dal nostro giurato il quale, all’inizio, “sapendo” l’accusato innocente, cerca di far discutere, ma quando le cose si mettono che potrebbero cominciare a indagare proprio su di lui allora converge, come tutti, sulla condanna, in modo da arrivare in tempo ad assistere al parto della moglie.

Nell’ultima scena la procuratrice, che nel frattempo – ma che sottostoria originale! – ha vinto le elezioni per il rinnovo della carica e ormai qualche dubbio se lo può far venire, si presenta a casa del giurato e finale fintamente aperto.
In tutto questo, non c’è da parte di nessuno un accenno di pietà umana per chi, innocente, si è preso l’ergastolo, e la morale sembra essere che tanto era un poco di buono con i tatuaggi di una banda che spaccia, violento con le donne, e dunque ben gli sta, anche se quella sera non è andato nella stessa direzione dove si era avviata a piedi la ragazza dopo uno dei loro tanti litigi.

Dicono che il regista sia Clint Estwood, io credo che la mano del regista sia tanto vera quanto la firma sulle palme di Schifano che negli anni ’70 si contavano in giro per Roma.

DISCLAIMER

La più bella serie che ho visto quest’anno.
Beh, con Cuaròn (Roma) regista e interpreti come Cate Blanchet, Sacha Baron Cohen e Kevin Kline (il migliore, se avesse senso fare una classifica) ce lo si poteva aspettare ma non è mai detto.

Per quanto la storia non sia proprio così originale – ma quale storia può più essere originale? – non dirò della storia, tranne che le due foto che ho scelto ne rappresentano il fulcro.

Il cinema di Cuaròn è fatto di immagini tanto quanto di sguardi e di voci fuori campo e questo amalgama sì che riesce a essere originale. Fastidiosa, per me, solo la continua inessenziale presenza di ogni tipo di gatto in ogni ambiente domestico: sarei curioso di chiederglielo.

In questa storia non ci sono innocenti, e forse la debolezza sta nel finale, quando è sembrato obbligatorio e non lo era, additare una colpevolezza.

Nel terzo episodio la scena di seduzione, e poi di sesso, ma che non vediamo di seguito, sono fra le più erotiche che io abbia mai visto, e anche qui più parole e sguardi che corpi. Un maestro.

Da vedere.

Les Papillons Noirs

Un vecchio a cui resta poco da vivere ingaggia uno scrittore che ha perso l’ispirazione affinchè scriva il racconto della propria vita, che si rivelerà densa di terribili sorprese.
Una delle migliori serie che ho visto, piena di cambi di prospettiva e colpi di scena, mai gratuiti.

Ottimamente sceneggiata e recitata, fra tutti, dal grande Niels Arestrup.

Past Lives

Quasi all’inizio, voci fuori campo fanno ipotesi su quali relazioni possano esserci fra i tre seduti al banco.
È un gioco che faccio spesso pure io, mi piace inventarci sopra storie.
La storia di Past lifes è fra quelle che avrei anche potuto inventare senza dovermi impegnare a essere originale per forza.
È una bella storia, sostenuta da una regia minimalista e da dialoghi semplici che, senza sforzo, trasmettono l’intensità dei sentimenti dei protagonisti.
È una storia che non serve raccontare, va goduta passo passo lungo le due ore che, senza che succeda granchè, non hanno un attimo di caduta di tensione.
Opera prima di Celine Song, da vedere.

Confidenza

Non mi è facile dirne, mi vengono in mente un sacco di difetti, primo fra tutti una colonna sonora fastidiosa e a tratti insopportabile.
Ma Luchetti, e soprattutto Elio Germano, mi hanno tenuto per più di due ore, lente, attaccato allo schermo, in attesa della rivelazione che ero certo non sarebbe arrivata, perchè inutile, nel contenuto.

La rivelazione sarebbe stata quella del segreto che si scambiano, come una prova d’amore, il professore e l’ex allieva: una cosa che non hanno mai detto a nessuno.
Dev’essere proprio brutta, questa cosa, se lei, pur amandolo profondamente, se ne allontana e va negli Usa verso una carriera di grande matematica, mentre lui forma una bella famiglia e ottiene grandi soddisfazioni nel mondo della scuola.

Resta, tuttavia, un uomo piccolo, irresoluto, terrorizzato dalla possibilità che la solida immagine pubblica e privata che si è costruito, con l’impegno di una vita, venga rovesciata fino a mostrare al mondo – alla figlia, alla nipote, chè la moglie forse qualcosa ha capito – come è davvero, dentro.

Non dirò del finale che, peraltro, non poteva che essere com’è, eppure non scontato.

Il Fascismo Eterno

Condivido totalmente l’analisi che Stefano Feltri fa nella sua newsletter “APPUNTI”.Non è, non poteva essere, un’analisi completa: manca, qui, la parte strettamente economica e manca la parte dei ricchissimi possessori di tecnologia (Musk), ma questa analisi mette l’accento su quella che una volta si chiamava la “contraddizione principale”, che non è più borghesia/proletariato; è, invece, il perdurare del maschilismo patriarcale l’ostacolo principale all’evoluzione umana.

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LA NUOVA ERA FASCISTA IN OCCIDENTE

Il geniale Umberto Eco definiva Ur-fascismo o Fascismo eterno un insieme di tratti psicosociologici sempre pronti a riemergere che costituiscono lo “zoccolo duro” di qualsiasi regime che possiamo definire “fascista” anche senza gagliardetti e camicie nere.

Tra questi, il culto della tradizione (Make America Great Again), l’irrazionalismo e la diffidenza per la cultura, la paura della diversità, e quindi il razzismo, la frustrazione delle classi medie, l’ossessione per i complotti (They are eating the dogs and the cats in Springfield) e, last but not least, la misoginia e il machismo.

Mi sembra chiaro che questa rapida analisi permetta di concludere che oggi il mondo occidentale è entrato in una nuova era fascista.

Ci aveva già pensato l’Italia, sempre avanti nelle sue invenzioni politiche, con lo sdoganamento di un partito di estrema destra che certo, può negare ogni legame col fascismo storico (anche se lo nega normalmente con un “ni” più che con un “no”), ma che incarna pienamente l’Ur-fascismo di Eco con il culto della tradizione italica, l’ossessione della natalità, il controllo del corpo delle donne, il razzismo contro gli stranieri e l’odio assoluto per la cultura, tanto da affidare a una serie di analfabeti imbarazzanti il ministero della Cultura in un paese che possiede il più grande patrimonio culturale al mondo (ho avuto l’onore di ascoltare personalmente il ministro Alessandro Giuli a Venezia delirare sui libri fatti di acqua, sul pensiero solare, e sul trionfo del manga come formato culturale).

Il fascismo eterno è sempre pronto a rinascere: lo troviamo in qualsiasi epoca e non è disinfestabile attraverso l’educazione o la cultura democratica. Perché? Perché è un tratto mentale, una disposizione psicologica prima di essere una posizione politica.

Da dove salta fuori questa disposizione psicologica? E perché il buon Dio, o la selezione naturale, l’hanno lasciata in circolo invece di spazzarla via nel corso dei secoli?

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L’origine del fascismo eterno

Mia madre soleva dire: “Gratti la vernicetta e dietro ogni essere umano c’è un uomo del Pleistocene”. Ecco la spiegazione.

L’Ur-fascismo è ancorato all’uomo ancestrale, a un uomo pre-culturale, che ha evoluto risposte istintive a situazioni potenzialmente pericolose: gli altri, che non appartengono al gruppo, sono un potenziale pericolo, le donne se non vengono dominate e controllate, sono un pericolo per la continuazione della specie, gli dèi, i riti magici sono l’unica protezione contro la paura della morte e dell’altro.

Tutto ciò che cerca di reprimere questi istinti, ossia l’educazione politica, la cultura, le forme nuove di socializzazione, la libertà delle donne, è un rischio per quel maschio bestiale, primitivo, ignorante e violento che sta dietro alla vernicetta anche del più chic professore di Harvard.

L’Ur-fascismo è insomma il rifiuto della civiltà: delle sue regole, dei suoi progressi incontestabili (l’uguaglianza di tutti gli esseri umani per esempio), della sua complessità (Hitler considerava la teoria della relatività di Einstein scienza degenerata, Donald Trump rifiutò i vaccini contro il Covid, si inventò non so quali teorie del complotto sulla Cina e ritardò in questo modo l’azione contro la pandemia negli Stati Uniti), del suo sviluppo morale e sociale.

I diritti delle donne sono frutto della civiltà, i libri, la scienza, la musica, l’arte, gli immensi progressi della medicina che se il mondo non fosse in mano agli Ur-fascisti potrebbero curare la maggior parte delle malattie nei prossimi anni, le città, le grandi aree urbane, sono frutto della civiltà (il divario aree-urbane e aree rurali nella vittoria di Trump non è un caso, infatti).

Le civiltà sono un insieme di fenomeni sociali e culturali che portano avanti una Storia, fanno evolvere gli esseri umani dallo stato brado in cittadini e spezzano il legame con la nostra natura di Homo Sapiens dandoci nuove identità.Reprimere gli istinti

Già Sigmund Freud nel 1929, un periodo storico che ricorda in modo allarmante il nostro presente, scriveva ne Il disagio della civiltà, che il problema che abbiamo con la civiltà è che ci costringe a reprimere gli istinti, prima di tutti gli istinti sessuali e quelli violenti.

Questa repressione crea frustrazioni e varie nevrosi e aspetta solo che l’Ur-fascista faccia capolino per liberare le vele e scatenare le pulsioni tenute a bada dalla vernicetta della civiltà.

Ovviamente, la nozione di “civiltà” è altamente problematica, perché ogni civiltà pensa di essere la migliore, cerca di dominare le altre e le norme e le regole “civili” in cui tanta umanità è vissuta sono state spesso norme coercitive, che hanno impedito a interi gruppi, come per esempio le donne, di esprimersi come desideravano.

Il pensiero di sinistra americano degli ultimi trent’anni è stato interamente devoluto alla critica della cosiddetta “civiltà” attraverso importanti correnti di pensiero come il post-colonialismo e il femminismo, tra le altre.

Resta però che criticare la civiltà non significa uscirne: significa trovare nuove regole per andare avanti, ripensarsi, fondersi con altre prospettive.

Invece per l’Ur-fascismo la civiltà è roba per signore: l’uomo vero (perché l’Ur-fascismo è un’espressione psicologica tipicamente maschile, pace Giorgia Meloni) prende la donna per i capelli e la violenta senza il suo consenso, decide convinto di quello che lei debba fare con il suo utero, tratta il diverso a calci nella pancia, e non sta lì a perdere tempo con libri e balletti, perché c’è la partita, occasione nella quale si può magari spaccare la faccia a un avversario, e c’è la televisione, dove ci sarà sicuramente un canale che dice esattamente quello che lui già pensa.L’occasione persa di Kamala

Dall’Ur-fascismo non ci libereremo mai. Ma combatterlo possiamo. E penso che la candidatura di Kamala Harris sia una grande occasione perduta.

Una donna sessantenne con origini etniche miste incarnava, solo con la sua esistenza, un nuovo mondo, una nuova civiltà: un mondo in cui le donne sono persone autorevoli da ascoltare, non bambine da aggredire sessualmente, un mondo già presente e inevitabile nel futuro dove le etnie e le identità sono mescolate e ricomposte e questa è una ricchezza culturale e intellettuale, non una perdita del sangue puro.

Le donne americane che hanno votato Trump sono le più colpevoli di questo risultato elettorale. Chi ha visto un uomo parlare delle donne così, trattarle in modo immondo, aggredirle, violentarle, e lo sceglie come suo leader è responsabile del destino disastroso a cui andrà incontro e a cui andranno incontro le proprie figlie.

Combattere l’Ur-fascismo significa combattere la paura della civiltà: certo, c’è tanto da cambiare, ma è dentro l’agorà che le battaglie si fanno, non è spaccando la piazza pubblica a manganellate.

Le donne hanno un ruolo cruciale da giocare, in America e nel mondo intero: l’Ur-fascismo incarna la battaglia più antica del mondo: quella della dominazione patriarcale.

Donald Trump è l’Ur-maschio che la nuova civiltà deve abbattere: osceno, dominatore, volgare, senza empatia, violento.

Le donne sono le prime a pagare i prezzi dell’Ur-fascismo: devono imparare a riconoscerlo, a ribellarsi, a battersi per avere posizioni di potere.

Un mondo pacificato da questo cancro, un mondo di civiltà nuova, può essere solo un mondo dove le donne smettono di sottomettersi all’oscenità del potere maschile.