Quei Bravi Ragazzi

In questo film uscito nel 1990, Martin Scorsese ci racconta il crimine organizzato americano senza filtri, senza mitologie consolatorie e senza romanticismi inutili.

La scelta di coinvolgere Pileggi (autore del libro “Wiseguy” da cui è tratto il film) direttamente nella sceneggiatura è fondamentale. La scrittura mantiene il rigore quasi documentaristico del libro, ma viene attraversata dallo stile del regista: montaggio rapidissimo, voice over costante, colonna sonora onnipresente.
La storia di Henry Hill diventa così una lente per osservare un intero sistema criminale che vive di abitudini, privilegi e illusioni di potere.

Henry Hill (Ray Liotta) non è un boss e non lo sarà mai. È un ragazzo del quartiere che sogna una cosa sola: contare qualcosa. Vuole saltare la fila, parcheggiare in doppia fila senza prendere multe, entrare nei locali dal retro come un re. È un desiderio di status, non di potere assoluto. Ed è proprio questo a rendere il film così inquietantemente realistico.

Non lo avevo mai visto intero.
Ho riparato a una mancanza imperdonabile.

Un film obbligatorio, per chi ama il cinema.

The Four Seasons

Proprio quattro stagioni, e ti pareva che non c’era il sottofondo di Vivaldi.

Comunque, la presenza di Tina Fey, anche quale sceneggiatrice, è una garanzia di leggerezza e ironia, a volte pure un bel po’ acida.

Una cosetta, eh, presto dimenticata, ma per passare otto mezze ore gradevoli, a tempo perso, questi sei amici – tre coppie, almeno in origine – si fanno guardare.

The White Lotus 3

Una di quelle serie delle quali un po’ mi vergogno a dire che me la sono goduta.
Otto episodi in un albergo lussuosissimo, stavolta in Thailandia, in un posto ovviamente meraviglioso di mare e natura.

Quindi un insieme di ricchi e riccastri e alcuni forse delinquenti e alcuni delinquenti sicuri che nelle prime puntate se la godono tutti alla grande, fra tresche varie.
Peraltro, nei primi minuti della prima puntata siamo dentro a una sparatoria che sappiamo sarà l’episodio centrale dell’epilogo.

Le tre quasi cinquantenni della foto sono le più spassose, amiche per la pelle da quando andavano a scuola che adesso appena si ritrovano in due, in qualsiasi combinazione, sparlano della terza assente, salvo scontri e riappacificazioni.
Poi c’è la bella famiglia di ricchi che sta lì per accompagnare la figlia ventenne che sta facendo la tesi su un monastero buddista.

Una signora nera che aspetta il figlio da Harvard, che casualmente incontra un tipo che ha conosciuto in passato e vecchie storie riemergono.
Infine, la coppia che sembra più male assortita – lei molto più giovane e innamorata della tristezza di quest’uomo trasandato mezzo delinquente – alla fine sembrerà la meno malata di questa umanità pessima che coinvolge anche buona parte, con poche eccezioni, del personale ossequioso.

Che posso dire, a mia discolpa? Che i personaggi sono tutti molto ma molto ben caratterizzati senza che nessuno diventi una macchietta, che osservare i ricchi e potenti nelle loro miserie forse ci fa sentire migliori, e comunque si tratta di un prodotto confezionato alla perfezione, e ci aggiungo una musica perfetta per quanto è fastidiosa il giusto.

Rivals

Sì sì, è proprio come sembra dall’immagine, uomini e donne che si scontrano per chi comanda di più nel mondo della TV, sullo sfondo dell’Inghilterra della Teacher, dei nobili, degli arrivisti e di una quantità – direi mai vista, ma forse si è vista – di tresche intrecciate che la metà erano già tante.

Tanto sesso con zero erotismo, bisogna saperci fare, non è da tutti.
Quindi, si domanda chi legge, perchè cavolo hai guardato queste otto puntate?
Me lo sono chiesto pure io, e credo sia perchè dà sempre una certa soddisfazione 1 spiare il mondo dei ricchi e 2 perchè vederne le bassezze ci fa sentire migliori.

Lo so, non è un granchè come motivazione, ma qualcosa di divertente c’è e poi ogni tanto pure passare il tempo a guardare stronzate serve.

Aspetta: discretamente recitato da un po’ tutti, e sono tanti, spicca su tutti il bravissimo David Tennant (quello al centro) che per un paio di episodi mi sono chiesto ma questo dove l’ho visto finchè mi sono ricordato: è il tormentato investigatore protagonista delle tre stagioni di Broadchurch, che se non le avete viste cercatele che per me è una delle migliori serie gialle di sempre, con l’aggiunta, lì, di Olivia Colman, allora non ancora così famosa, e scusate se è poco!

A History of Violence

È un periodo che la sera, gira gira, di fronte alla quantità di nuove proposte, che si rivelano spesso deludenti, preferisco ri-vedere film che mi sono piaciuti.

Questo è di Cronemberg (Inseparabili, Spider e tanti altri bei film, mai una delusione), con protagonista l’ottimo Viggo Mortensen, che qui è un tranquillo ristoratore in una tranquilla cittadina, innamorato, ricambiato, della bella moglie e padre affettuoso.

A un certo punto – presto: ce lo si può aspettare facilmente dalla prima scena – il passato ritorna e il buon Tom è costretto a ridiventare Joey, dal quale credeva di essersi emancipato.

Le scene di azione sono brevi e perfette, ma la scena più bella è l’amore fatto sulle scale, Tom e la moglie, subito dopo che la moglie è entrata in contatto profondo con la parte oscura dell’uomo che ama.

Chicca finale, e confesso che avevo letto sui titoli di testa William Hurt e avevo pensato a un errore perchè proprio non me lo ricordavo, William Hurt nella parte del cattivo. sublime come sempre: è un attore al quale non ho visto sbagliare un film.

Film di genere, sì, non ci troveremo cose granchè originali, ma si legge la mano del maestro.

Da vedere.

Tutti Gli Uomini Del Re

Nella Louisiana, lo stato più povero, un governatore stra-populista contro i corrotti politici, un giornalista cresciuto in una famiglia più che benestante, fra un giudice incorruttibile e qualche segreto.

Niente di originale, ne abbiamo viste di storie così, questa tendente al melodrammatico.
Ma l’interpretazione sopra le righe – il giusto, sopra le righe – di Sean Penn e quelle misurate di Jude Law, Kate Winslet e Antony Hopkins lo rendono un film da non mancare.

Sean Penn è grandissimo, se solo lo si pensa a confronto con il cantante rock di This Must Be the Place o il mezzo bandito di Mistic river, per dire solo dei primi che mi sono venuti in mente. E Milk, ovvio, che qualcosa in comune ha con questo Governatore della Louisiana.

Conclave

Ottimo film, grazie a una sceneggiatura piena di colpi di scena misurati e a una serie di grandi attori – Ralph Fiennes su tutti – che non sono mai diventati grandissimi solo perchè non risultano abbastanza belli.

È toccata a Castellitto, che pure fa del suo meglio, la parte meno credibile, bravissima Isabella Rossellini, nel film che si dipana come un giallo con due o tre sottotrame di passati misteriosi.

Come finirà circa chi sarà infine eletto papa è abbastanza prevedibile, arriva invece sorprendente, forse un po’ forzato ma comunque spettacolare, il finalino, come quei film dell’orrore che quando tutto sembra finito c’è il ritorno inaspettato.
La regia è di Edward Berger. Vale la pena vederlo, non ci si annoia.

Adolescence

Mini serie in quattro puntate di circa un’ora ciascuna.

Parte come un giallo, prosegue come uno scorticamento dell’anima di chi guarda che supera qualsiasi difesa interiore possiamo provare a innestare.

Perciò, non lo consiglio a chi sente di avere una sensibilità a rischio.

Anche perchè, come contenuto, non aggiunge informazione a quanto sappiamo su quel magmatico passaggio dall’adolescenza semi-inconsapevole all’adultità.

Sul piano del racconto, invece, si tratta di quattro piani sequenza – è quando la macchina da ripresa non stacca mai, quindi non c’è montaggio di scene – che tengono incollati al progressivo avvicinarsi allo sprofondo. Inaccettabile, per quanto è – sembra – privo di senso.

Tenendo presente la faccenda del piano sequenza, che non permette di rigirare singole parti se non l’intera ora che dura l’episodio, il piccolo protagonista, in particolare nel terzo episodio, dimostra una capacità espressiva straordinaria, per la gamma di emozioni fortissime e contradditorie che attraversa, nel tentativo di dominarle.

Solo per chi si sente abbastanza solido.

ZERO DAY

Robert De Niro, che mi pare somigliare sempre di più a Spencer Tracy, in una serietta sconclusionata che si fa guardare, ma giusto si fa guardare a passatempo, solo per la sua presenza, per quanto i registi mi sembra gli abbiano chiesto di indossare solo un paio di espressioni, sempre le stesse.
Inutile parlare della storia, di tutti i personaggi si sa già dalla prima punttata come andranno a finire: manco una sorpresina.
Inutile.

Un poliziotto da happy hour

Tanto stupido il titolo (originale è “The guard”) quanto godibile questo gioiello di intelligenza e divertimento.
Lui è Brendan Gleeson, co-protagonista, con Colin Farrel, sia di In Bruges che de Gli spiriti dell’isola.
Qui è il protagonista di una storia di delinquenza come tante, ma nell’Irlanda con sottofondo IRA e un po’ di goduriosi stereotipi dell’isola, con un finale strepitoso pieno di battute a ripetizione.
Il regista è John Michael McDonagh: sono andato a controllare e ha diretto anche The forgiven, angoscioso dramma in Marocco; vale la pena cercarne altro.