GIORGIO

Ho scelto una giornata di primo autunno.

L’aria è fresca.

Soltanto il rumore dei miei passi sulle foglie secche.
Sugli alberi, le foglie ingiallite sono veramente poche, e tutte sui rami più bassi.

Mi suona strano che, in un giorno così, il mio cervello si dia da fare per dedurre che “quindi” il tappeto di foglie marroni è il risultato dell’autunno scorso.

Quanti autunni servono a fare un tappeto di foglie secche sotto ai faggi? Per quanti anni una foglia resterà a far parte della coperta morbida che ricopre la terra indurita, prima di sbriciolarsi e diventare altro?

NON ESSERE CATTIVO

Alessandro Borghi e Luca Marinelli, non ancora così famosi, al loro meglio nel terzo e ultimo film di Claudio Caligari, morto prima che il film uscisse.

Un regista straordinario nel portare sullo schermo la verità di esistenze difficili e a loro modo ricche.

Credo di averlo visto per la terza volta e non mi ha toccato meno delle precedenti.

Della storia non dico perchè non è importante.
Dico guardatelo, preparati a qualche durezza e a un bagno di umanità.

Black rabbit

Black rabbit con Jude Law e Jason Bateman (protagonista di Ozarc, qui anche regista) che interpretano due fratelli, uno (Jude Law) che ha retto il ristorante fino a farlo diventare importante, l’altro invece sciamannato pieno di debiti che incasina continuamente il fratello.

Comincia dalla fine e cioè da una rapina nel ristorante intorno alla quale gli sceneggiatori ci fanno scoprire a mano a mano i risvoltii, alcuni inaspettati e questa forse è la parte migliore che ti tiene per le otto puntate.

Ben girate, ben recitste – Jude Low è sempre una garanzia e il comprimario non sfigura, anche se quell’aria eternamente dimessa che gli hanno cucito addosso non sempre arriva credibile.

Verso la fine veniamo introdotti in un flashback più lontano, con il padre violento dei due fratelli e l’amante della madre che fino a quel momento abbiamo conosciuto in un altro ruolo e che ci lascia con qualche ambiguità relazionale. Ha un senso, sì, ma a me è sembrato, questo flashback, un po’ inzeppato, più per allungare di un paio di puntate che per effettive esigenze narrative.

Qualche forzatura, qui e là, ma in questo genere di prodotti ci può stare.

Insomma, si fa guardare, può piacere anche molto a chi ama le situazioni perennemente ansiogene.

Una questione privata

Comincia come una storia d’amore di Milton per Fulvia e di amicizia fra Milton e Giorgio.

Milton non fa altro che pensare a Fulvia, che dalla villa di campagna dove i genitori l’avevano mandata è tornata in città, ora ritenuta più sicura.

Milton è un partigiano ventenne, con l’amico Giorgio sono i soli di provenienza borghese, entrambi universitari.

Quando gli capita di passare davanti alla villa non può fare a meno di avvicinarvisi e di chiedere di Fulvia alla governante che è rimasta lì.

Le parole della governante, ambigue circa la relazione che potrebbe esserci stata fra Fulvia e Giorgio diventano il motore del romanzo, perché Milton deve assolutamente incontrare l’amico e farsi spiegare, capire.

Perciò lo cerca alla base della loro brigata ma si è spostato in un altro gruppo e quindi Milton si muove in quell’inverno fangoso che tira giù nebbie che non ti puoi vedere la punta della scarpa. Gli incontri con i Rossi – Milton è di una brigata badogliana – con i contadini di questa o quella cascina, gli scambi di racconti fra partigiani accompagnano i suoi movimenti, sempre più faticosi, con tutto quel fango che gli si aggruma addosso.

Quando finalmente raggiunge il gruppo di Giorgio l’amico è rimasto attardato e non arriva e non arriva finché qualcuno dice che l’hanno catturato i fascisti ma nessuno è sicuro di niente.

Milton allora cerca fra le brigate chi abbia un prigioniero fascista per poterlo scambiare con l’amico ma niente da fare e allora si ingegna a procurarselo lui.

Da qui il racconto quasi si incattivisce: il prigioniero muore da una pistolettata (involontaria?) di Milton, una maestra fascista viene rapata, un ragazzino fucilato dai fascisti.

Di Giorgio non si sa ancora niente di preciso e, mentre Milton va verso Alba senza più un piano di azione, avendo perso il prigioniero da scambiare, si imbatte in un gruppo di fascisti dai quali scappa e queste ultime pagine tra colline scivolose di fango, corsi d’acqua gelidi, ponti minati sono fra le più realistiche che io abbia letto di una fuga quando il fiato manca e il corpo non risponde finché Milton, con le pallottole che gli schizzano intorno, riesce a rifugiarsi in un bosco “…e a un metro da quel muro crollò”.

Queste, le parole finali.

Vivo? Morto? Chissà. D’altra parte, non sappiamo come è andata fra Fulvia e Giorgio, non sappiamo di Fulvia, non sappiamo qual è la spinta principale che induce Milton a rischiare la vita per salvare Giorgio, non sappiamo la sorte di Giorgio.

Non sappiamo niente delle “cose che sono successe” alla fine di queste centoventi pagine. E, tuttavia, sappiamo molto dei moti emotivi dei personaggi e anche di che cosa dev’essere stata la Resistenza, che pure qui rimane uno sfondo.

Uno di quei romanzi da leggere assolutamente.

Jazz

Ho appena finito di leggere “Jazz”, di Toni Morrison.
Non ne sapevo niente: scrittrice afroamericana, premio Nobel 1992.

Una scrittura come nessuna letta prima.

Cercavo la musica del titolo e invece è la struttura del libro, sono gli assoli delle sue voci ad essere il jazz.

Difficile da seguire, ma a un certo punto non importa più accertarsi delle relazioni fra i personaggi che accompagnano la storia nè capire chi sta raccontando, perchè è la scrittura che guida.

Va letta con attenzione la “Prefazione”, che a me pare invece parte integrante del romanzo, come si vedrà nelle ultime pagine.

Io ne sono ancora un po’ stordito.

Giuditta


Giuditta lucidò il piatto d’argento.

Si chinò per afferrare la spada e colse l’ultimo sguardo di Oloferne.

Si rialzò.

Afferrò i capelli di Oloferne con la mano sinistra.

Con la destra: un colpo bastò. Si era ben esercitata.

Poggiò la testa sul piatto.

Andò verso lo specchio.

Dietro, per quel turno, c’erano Artemisia, Botticelli, Klimt, Caravaggio.

Giuditta disse spero che sia venuta bene, stavolta.

La solitudine dei numeri primi

Raramente ho voglia di guardare un film tratto da un libro che mi è piaciuto molto.
In questo caso mi sono fatto convincere quando ho scoperto chi erano gli interpreti.
Gli interpreti, peraltro, sono in scena per una piccola parte del film, in cui i personaggi sono protagonisti soprattutto da ragazzini e da adolescenti.
Un film mal riuscito, per me, nonostante Giordano sia fra gli sceneggiatori.
Mal riuscito per gli eccessi di presenzialismo del regista Saverio Costanzo , insistente con musica disturbante ed eccessi di opacizzazione dello schermo, per vera nebbia o fastidiosi filtri. Immagino volesse rendere la difficoltà di noi “altri” a penetrare in quei mondi per lo più chiusi. Aggiungo il fastidio di dover più volte chiedermi ma questa ragazzina è la sorella di lui o è lei?
Peccato.
Di Saverio Costanzo, peraltro, è da non perdere Private, suo primo film, che nel piccolo spazio di una casa e di un orto ci dice molto del perchè oggi fra israeliani e palestinesi.

In the Mood for Love

Hong Kong, anni ’60, due coppie si trasferiscono, casualmente lo stesso giorno, in stanze in affitto in due appartamenti contigui.
Vediamo soltanto un lui e una lei, dei rispettivi moglie e marito capiamo, a mano a mano, che sono amanti.
I due traditi prendono a frequentarsi, all’inizio per capire qualcosa di più dei coniugi di ognuno, ma piano piano si sentono attratti anche se si contengono, per non scendere al livello di scorrettezza dei rispettivi coniugi.
Va avanti così fino alla fine, con qualche intervallo temporale e qualche spostamento spaziale.
Sono ricorso a wikipedia per avere conferma, ma ne ero certo, che, come ho scritto prima, “va avanti così fino alla fine”, perchè poco oltre metà ho lasciato perdere.
È considerato un capolavoro, per me è insopportabile la tensione artificiosa fra spinta a esprimersi e rispetto delle convenienze.
Anime belle? Anime morte.

PROVE D’ACCUSA

Film del 1997, che allora mi sfuggì.
Non un’opera memorabile, ma la presenza di William Hurt ne nobilita qualsiasi.
Intorno a una vera dipendenza affettiva ruota un processo verso un uomo di cui una delle vittime dice che “è inutile processare chi non può non essere come è”.

William Hurt rappresenta l’accusa ma, anche se una buona metà del film si svolge in tribunale, non ci interessa come finirà il processo, mentre ci confrontiamo con persone che, ciascuna a suo modo – e con l’eccezione delle famiglie perfettine – non trovano la maniera di esprimere le proprie potenzialità affettive e, ciascuna a suo modo, le depotenziano quanto possono.

Potrebbe annoiare, anche perchè alcuni dialoghi sono proprio sconclusionati, perciò non è un film che mi viene da dire guardatelo assolutamente.
Guardate però assolutamente i primi 5/10 minuti in cui appare (non lo vedremo più poi) Sean Penn in un memorabile duetto con William Hurt.
Infine, come tante volte mi capita, avrei messo “The end” subito prima dell’ultima, inutile scena.

Io sono la fine del mondo

Andammo, tanti anni fa, con la mia compagna di allora, a farci trattare a pesci in faccia, come tutti quelli lì presenti, dal bravissimo Daniele Formica.
Non ho mai trovato una risposta, qualcuno lo avrà pure studiato, a quale sia il meccanismo per cui possiamo trovare divertente essere insultati per un’ora e mezza di seguito.
Angelo Duro è insopportabilmente antipatico, scorretto oltre ogni limite, in questo filmetto, che però ha incassato un sacco, si vendica con i genitori ormai anziani delle angherie che è convinto di aver subito da ragazzino.
Volendo, ci si possono trovare diversi piani di lettura, il che dice dell’intelligenza del tipo, meno equivoca di quella di Zalone.
Resta il fatto che mi sono divertito, anche se sempre di sghembo.