Lo stato di totale smarrimento di un gruppo di amici newyorkesi, intellettuali più che benestanti anche se non straricchi, dopo la vittoria di Trump.
Il decoro
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Il decoro
Lo stato di totale smarrimento di un gruppo di amici newyorkesi, intellettuali più che benestanti anche se non straricchi, dopo la vittoria di Trump.
La casa del sonno
La costruzione dell’intreccio è magistrale.
L’alternarsi di capitoli pari e dispari a vent’anni di distanza, con tutti i fili al posto giusto e senza mai lasciare il lettore disorientato è affascinante.
Eppure, l’emozione, quando potrebbe prenderti, resta sospesa, perchè quella che appariva una storia drammatica non capisci più bene se non sia invece virata nel grottesco.
Nei corsi di sceneggiatura si insegna che in una storia una coincidenza ci può stare, due diventano sospette, tre rendono l’insieme poco credibile: gli ultimi capitoli de “La casa del sonno” sono così pieni di coincidenze che viene da pensare sia stato questo il modo per strizzare l’occhio al lettore e dirgli non mi prendere troppo sul serio, mi ci sto divertendo.
Il che mi lascia il sapore di un chè di immorale, visto che la storia qualche emozione aveva suscitato.
La vita davanti a sé
Momo è un ragazzino arabo di dieci anni, ma forse undici, e strada facendo scoprirà che potrebbe averne anche quattordici.
Momo vive con Madame Rosa che, all’ultimo piano di un condominio senza ascensore, alleva una mezza dozzina di flgli di puttana.
Alla lettera: sono figli di prostitute che, per le leggi allora vigenti, hanno paura che i servizi sociali glieli tolgano e li diano in affido, e dunque li consegnano a Madame Rosa affinchè se ne prenda cura.
Per Madame Rosa è un lavoro: ogni madre le invia periodicamente soldi, ma Madame Rosa continua a tenere i bambini anche quando le madri scompaiono. Madame Rosa è una vecchia ebrea nera che ci sta poco con la testa, ogni tanto rivive epoche lontane ed è piena di acciacchi. Momo se ne prende cura alla fine più di quante cure abbia ricevuto.
Momo si è costruito un linguaggio tutto suo e una visione del mondo del tutto singolare.
Momo soffre per quanto Madame Rosa si deteriora: Madame Rosa gli ha detto che c’è una faccenda che si chiama Ordine dei medici che è fatto apposta per farle delle sevizie e impedirle di morire. Perciò Momo si arrabbia con il dottor Katz, talmente vecchio da dover essere portato in braccio per le scale per visitare Madame Rosa, quando gli dice che non la può abortire. Momo se la caverà a modo suo, e alla fine ci sarà anche chi si occuperà di lui.
PS: Romain Gary ha vinto il Goncourt con questo romanzo ma con uno pseudonimo: si è saputo solo qualche mese dopo che si è suicidato con un colpo di pistola. Era stato il marito di Jean Seberg, suicida un anno prima. Ha lasciato un biglietto: “Nessun rapporto con Jean Seberg, i patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove“
One Battle After Another
Ho faticato un po’ a trovare un’immagine in cui ci fossero tutti i protagonisti di questo ennesimo ottimo film di P.T. Anderson.
La storia, fra il serio e il grottesco e spesso è difficile decifrarne il confine e questo fa grande questo regista, è della resistenza che si vuole rivoluzionaria di gruppi di attivisti che combattono le pratiche di violenza contro l’immigrazione.
Leonardo Di Caprio è uno smandruppato costruttore di bombette artigianali, che nel momento del pericolo non si ricorda il quarto o quinto passaggio della parola d’ordine, Regina Hall la sua compagna fuori di testa scoppiante di sesso, Benicio del Toro un serafico insegnante di arti marziali che protegge gli immigrati. Su tutti Sean Penn in un’interpretazione da oscar di un ufficiale dell’esercito che dà la caccia al gruppetto classificato terrorista. Fra Tarantino – non con quella violenza – e i fratelli Coen, un film godibilissimo. Per gli appassionati, al Barberini in VO con sub.
ACCIAIO
Dopo poco i personaggi sono persone che conosci, e le cose che succedono, le vicende che li toccano sono cose che succedono a persone che conosci.
A House of Dynamite
È quella dentro alla quale viviamo, senza pensarci, ci dice Katerin Bigelow, finchè non succede che un missile che non si sa da dove sia partito arriverà fra venti minuti su una grande città Usa e il presidente deve decidere se contrattaccare (ma contro chi?) oppure non. Resa o suicidio, è l’alternativa.
Il film è un classico del genere, con una costruzione perfetta di incastri nel mostrarci quegli stessi venti minuti da differenti angolazioni e punti di vista.
Non vorremmo essere al posto di chi deve prendere quella decisione: resa o suicidio?.
FolleMente
Ne avevo sentito dire male da chiunque l”ha sfiorato e invece mantiene la leggerezza che promette. Non uno di quei film da non perdere ma nemmeno da disprezzare.
Per esempio, te l”aveva pure data l’occasione quando ti ha chiesto che significa il sopracciglio alzato e tu gli hai chiesto secondo te? ma quando ti ha alzato la palla rispondendo è come se mi stessi per dire qualcosa tu non le hai detto che eri rimasto male da una mancata risposta e così tutti e due scontenti e ciao ciao.
Questo perchè i condomini interiori non si mettono d’accordo.
In Follemente si accordano, e le cose vanno meglio.
Non un risultato strepitoso, d’accordo, ma meglio dello spreco, questo sì.
TEMPO DI UCCIDERE
Un camion rovesciato su una strada polverosa dell’Etiopia degli anni trenta, quelli dell’Italia ha un impero.
Il giovane tenente, dopo aver aspettato che passi qualche camion, si stufa, lascia lì il soldato che lo accompagnava e si avvia ad attraversare una valle che lo porterà dove corre una strada più frequentata.
Il protagonista potrebbe essere uno dei personaggi di Joseph Roth – di altra epoca e altre ambientazioni – con i quali sembra avere in comune una cupa neghittosità che lo porta a non stare mai davvero in contatto con il mondo che lo circonda, a sfidarlo e a ritrarsene ma sempre in modi che appaiono casuali anche quando sembrano meditati.
Una tragedia si compirà, altre saranno sfiorate e non si mai bene come evitate, senza che il protagonista sembri essere consapevole di che cosa gli succede intorno e che cosa producono le sue azioni.
Così vaga, fra boscaglie infide di iene e fetore di carcasse di muli, fino a una città portuale dove le vie d’uscita non si trovano.Tornerà alla base? La sua assenza è stata notata? Sarà sanzionata? Tutto scorre con sullo sfondo le atrocità verso i guerrieri africani, le piccolezze quotidiane di chi si trova a esercitare un briciolo di potere lontano dall’esistenza di fame in patria. La vicenda del protagonista sembra parallela e in qualche misura simbolica rispetto a quella dell’avventura africana di un esercito comandato da cialtroni tanto male equipaggiati quanto feroci.
Alla fine cammina a fianco di un sottotenente e sente l’odore della pomata per capelli di quello:
“… dal profumo delicato, infantile, ma il caldo la stava inacidendo. Una pessima pomata, che il caldo di quella valle faceva dolciastra, putrida di fiori lungamente marciti, un fiato velenoso. Affrettai il passo, ma la scia di quel fetore mi precedeva“.
Queste, sopra, le ultime parole del romanzo, che ne restituiscono in pieno l’atmosfera.
Vizio di forma
Uno di quei film che come ho fatto a farmelo sfuggire, finora, e che non mi azzardo a consigliare senza mettere le mani avanti.
Non ha vinto neanche un premio, per me due ore e mezza di piacere, fra scampoli di Chinatown e da Il lungo addio con qualche spruzzata di Hair e forse pure di Muhlolland drive.
Il fim tratto dall’omonimo romanzo di T. Pynchon è diretto da P. T. Anderson ; con Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro.
House of Guiness
Una buona serie, un po’ Succession e un pò Peaky blinders, con tre fratelli e una sorella che, alla morte del padre, si trovano a doversi occupare del birrificio e delle relazioni impossibili che ognuno dei quattro si trova a vivere dentro alla rigidità di quella società.
Il tutto intrecciato, fra Dublino e New York, con la resistenza irlandese contro gli odiati inglesi. Attori tutti bravi, buona regia, impegno produttivo importante con le ricostruzioni d’epoca e le scene di massa. Otto puntate godibili.