Sundown

Strano film, spiazzante, visto per la presenza di Tim Roth, che amo, del regista messicano Michel Franco.
La storia non posso raccontarla perchè la costruzione è a suspence ma i nodi non vengono sciolti. O forse non ci sono nodi e tutto sta in qualche metafora suina che qui e là affiora?
Fra il potenzialmente sublime (molto potenzialmente) e il potenzialmente banale mi è difficile scegliere.
Tim Roth sempre all’altezza e il regista da tenere d’occhio.

Killers of the Flowers Moon

Mentre lo guardavo ho pensato che lo si possa considerare come parte di un filone che Scorzese persegue fin dal suo secondo film “America 1929 – Sterminateli senza pietà” e poi continuato con il più esplicito “Gangs of New York” e sempre sostenuto dai tanti film sulle famiglie mafiose.
Al filone darei il nome “Cari compatrioti, non dimentichiamo di chi siamo figli e “come” siamo arrivati dove siamo”.
“Killers of the flowers moon” racconta la storia di una piccola tribù di nativi americani che si ritrovano ricchissimi perchè il territorio dove sono stati deportati è poi risultato pieno di petrolio.
Perciò vediamo questa inedita società in cui le signore native girano agghindate e ingioiellate servite nella belle case da lavoratori bianchi.
Fra i pochi bianchi ricchi e potenti c’è “King” (Robert De Niro), che ha adocchiato il nipote stupido (Leonardo Di Caprio) come strumento per ottenere l’eredità della più ricca famiglia di nativi. Sono rimaste solo donne, che vengono fatte sposare a bianchi e una a una assassinate.
L’ultima viva è la moglie del nipote stupido, la quale soffre di diabete e alla quale il generoso King fa arrivare la preziosa insulina: una coppia di medici come il gatto e la volpe prescrive al marito di aggiungere un’altra fiala per ogni iniezione.
Il film dura tre ore e un quarto, guardandolo a casa ho potuto fare una pausa circa a metà, ma per il resto sono stato preso per tutto il tempo dall’evoluzione della storia.
E dalla straordinaria capacità di Leonardo Di Caprio di rendere in tutte le sfumature la stupidità di fondo, insieme a un vero amore per la moglie, a una dipendenza nei confronti di King e a una protervia prepotente verso la feccia che volta a volta incarica, su indicazioni dello zio, del lavoro sporco.
Non capisco perchè a Leonardo Di Caprio abbiano finora dato un solo oscar per quel film con l’orso in cui come attore quasi non si vede mai, e comunque per questa interpretazione lo meriterebbe ma vedo che non è nemmeno candidato e per me è proprio uno scandalo.
È invece candidata l’attrice che interpreta la moglie, rispetto alla quale niente da dire, ma l’espressione varia da furbetta a sofferente a neutra, senza grandi cose, e insomma credo la candidatura sia andata più al personaggio che all’attrice.
Alla fine comunque arriva FBI – lo schema è un po’ quello di “Missisipi burning” – e nei titoli di coda leggiamo che fine hanno fatto i vari personaggi di una storia vera.
Insomma, Scorsese scrive, con il suo cinema, la storia di violenza su cui è cresciuta quella società.

Enea

Comincio da quello che non mi è piaciuto.
L’esibizione di bravura: ho scelto questa immagine, che è molto bella, proprio per dare l’idea di che cosa intendo, quando la bravura allontana lo spettatore da quello che sta succedendo.
E l’eccesso di “intelligenza” di alcuni dialoghi: per dirne uno, quello fra lui e lei che rientrano nella casa devastata dai ladri (?).
Pagato pegno, affermo che è un gran bel film che vale la pena vedere, per come rende l’ipocrisia di un mondo – i primi cinque minuti sono da ammazzarsi dalle risate per la fiera dell’ovvio che esce dai discorsi pensosi di alcuni protagonisti – e per come rende un mondo.
Che in questo caso è quello della Roma nord degli esclusivi circoli sul Tevere zona Flaminio che possono vantare di aver avuto fra i soci uno come Previti.
Sembra di intuire che Castellitto conosca quel mondo e che ne sia attratto e schifato e che abbia voluto farci sopra un film disperato come una specie di redenzione. Ma queste sono mie fantasie che non hanno basi effettive. La disperazione è, tuttavia, la cifra stilistica del film.
Per il resto, pago un altro pegno per dire degli eccessi pure di sceneggiatura, chè tutto torna troppo perfetto fino al finale che gli ultimi trenta secondi ci potevano essere risparmiati e avremmo lo stesso capito il santino dei genitori.
Bravi gli attori, forse meno l’amico del cuore, bravissimi Castellitto padre e figlio, che non si risparmia primi piani di profilo quasi a voler esorcizzare il nasone.
Un regista che, quando saprà “asciugarsi” dalle troppe nebbie e sgranature ed effetti, secondo me troverà un posto fra i migliori di sempre.

UNDINE – UN AMORE PER SEMPRE

Nella prima scena, seduti a un bar di Berlino, lui la sta lasciando, lei gli dice adesso devo lavorare ma fra mezz’ora ho una pausa, torno qui, tu mi aspetti e mi dici che mi ami, altrimenti dovrò ucciderti.
Nell’immagine, Undine al lavoro mentre spiega ai visitatori l’evoluzione urbanistica di Berlino.
Beh, questi i fatti raccontabili dei primi sì e no 10 minuti, poi succedono tante cose, accompagnate, con discrezione, dal concerto per clavicembalo di Bach e da Alessandro Marcello.
Anzi, in effetti, succedono poche cose, che però qui sono irraccontabili. Bisogna vederlo, questo gioiellino onirico tedesco.
Non proprio per tutti i palati, ma chi lo apprezzerà lo amerà molto.
Cercherò altri film del regista, Christian Petzold.

PERFECT DAYS

Comincio dalle cose buone: una delle migliori colonne sonore della storia del cinema.
Il tema non è originale: un uomo, che si intuisce abbia vissuto un passato diverso, lavora alla pulizia dei bagni pubblici – piccole opere d’arte volute dalla città di Tokio – e lo fa con passione maniacale.

Negli intervalli fotografa lo stesso albero ogni giorno, e nel resto della giornata pranza nello stesso bar, si fa il bagno ai bagni pubblici, legge romanzi impegnativi, cena dove la proprietaria del bar si esibisce in una straordinaria versione giapponese di “The house of the raising sun”.

Insomma: la morale è che un lavoro fatto bene dà soddisfszione quale che sia quel lavoro, e la vita presenta ogni giorno piccoli momenti di cui si può godere. Tutto qui? Sì, temo sia proprio tutto qui, e la maestria delle inquadrature di Wenders non basta a mettere in secondo piano la noia mortale della prima ora.

Nella seconda ora qualcosa, qualcosina-ina, succede, ma gli eventi sono freddi, non toccano, il gioco dei piedi acciacca-ombre è datato e forzato.
L’ultimo minuto di eccezionale bravura espressiva dell’interprete principale ha suggellato il premio vinto a Cannes come migliore attore. Un pezzo di bravura, di sicuro.

Insomma, un film “datato”, credo che Wenders, anche se leggo critiche osannanti, avrebbe fatto meglio a restare sul progetto che in origine gli era stato commissionato, e cioè un documentario su questi bellissimi nuovi cessi pubblici di Tokio.

La Chimera

Ovvero, della (non) elaborazione di un lutto fra i tombaroli dell’alto Lazio.
Da precedenti film di Alice Rohrwacher ero uscito con una irritazione di fondo pur nel riconoscerle originalità sia di storia che di regia.

Da “La chimera” sono uscito soddisfatto, mi è sembrato tenero ed equilibrato, ho molto apprezzato i movimenti dei “cori”: il gruppo/famiglia dei tombaroli; le sorelle prototipo della “borghesia per bene”; il gruppo di donne che costruisce una nuova comunità nella stazione della ferrovia abbandonata che è di nessuno e quindi di tutti.

È anche riuscita a rendere con magistrale garbo la situazione di potenziale violenza – potenziale, e “normale”, dentro a una festa paesana – di un gruppo di uomini verso una donna leggermente brilla.
Finale che mi stava per innervosire per come era partito e che invece è di rara delicatezza.
Non lo consiglierei proprio a tutti tutti, secondo me merita di essere visto.

L’ANNO DEL DRAGONE

Ho rivisto dopo tanti anni “L’anno del dragone”.
Michael Cimino era davvero un grande, e Mickey Rourke era bellissimo, oltre che bravo, se pure un tantino gigione.
La storia è del solito poliziotto efficace ma che non rispetta le regole, che ha deciso di rifarsi del Vietnam prendendosela con le storiche camarille di Chinatown, rispetto alle quali tutti gli dicono che farebbe meglio a lasciare le cose come stanno.
Fin qui niente di originale.
Nemmeno è originale la storia d’amore con l’intraprendente reporter di origine cinese.
Nelle scene di azione Mickey Rourke si muove come un supereroe di quelli che le pallottole comunque sì e no lo sfiorano.
Intorno a lui, invece, cadono le persone più care, e così l’eroe diventa un eroe tragico.
“L’anno del dragone” arrivò cinque anni dopo quel capolavoro che fu “I cancelli del cielo”, i cui costi mandarono in rovina la casa di produzione, e solo per questo gli perdono il minuto finale, che posso immaginare imposto dalla produzione e che stona con tutto il film.
Cimino vale la pena vederlo tutto.

La Favorita

La regina d’Inghilterra, la sua favorita, l’aspirante favorita: un trio al massacro in ogni modo pensabile.
Tre interpreti straordinarie che infatti hanno vinto un sacco di premi.
Il periodo storico scelto, che ha sullo sfondo una guerra con la Francia, le tasse agli agrari, gli intrighi di palazzo, è solo lo sfondo per queste due donne che si disputano una regina malata di gotta, vogliosa e capricciosa e che può decidere quello che vuole perchè è la regina.
Sontuose le ricostruzioni, i costumi, i divertimenti ignobili della nobiltà.
Il senso? Mymovies lo propone come una denuncia della condizione della donna in un mondo patriarcale, ma chi lo ha recensito deve aver sbagliato sala; per me è un gran film che propone un incubo continuo dove nessuno – nessuna, veramente – si salva, e alla fine puoi essere soddisfatto per quanto puoi riconoscerti diverso da quel che hai visto sullo schermo.

ZNACHOR – L’Amore Dimenticato

Due ore e venti di un drammone polacco che non ti fa staccare dalla poltrona.
Un classico, con qualche stronzo e qualche infame più che con veri cattivi, e con un sacco di buoni, tutti al posto giusto e nessuno banale.

Tutto ma tutto è prevedibile eppure non è mai deludente che le cose vadano proprio come si sapeva da sempre che sarebbero andate. I colpi di scena affondano quando è il momento senza che mai ci sia bisogno della grancassa nè di squilli di tromba.

Che posso dire di più? Guardarlo potrebbe pure far sentire bene.
Ah: la storia è quella di un grande chirurgo che vaga da straccione alla ricerca di non sa che cosa perchè ha completamente perso la memoria.

IO CAPITANO

Comincio dalla fine: consiglio di restare a sedere anche durante i titoli di coda, perché le foto che li accompagnano sembrano dei Canaletto che dipinge il deserto e le canzoni sono bellissime, come in tutto il film.

La storia si sa, il viaggio di due sedicenni dal Senegal verso il paese dove saranno i bianchi a chiederci l’autografo, per le canzoni che compongono e sulle quali intanto ballano tutti gli amici.

La rappresentazione degli ostacoli di ogni genere arriva reale, e forse ridotta al minimo, senza forzare, come sarebbe stato facile, ma quel minimo è più che sufficiente a restituircene il peso terribile.

Una storia di amicizia e di crescita, e alla fine è forse l’assunzione di responsabilità anche oltre le proprie forze la cifra più significativa di “Io capitano”.

Commozione temperata dalla rabbia furibonda al pensiero di chi è capace di concepire, nella realtà, un taglieggiamento di stato, alla fine del viaggio.

Confesso di essermi cullato, dopo essere uscito, nell’immagine dei nostri ministri con le forcelle che li obbligano a tenere gli occhi aperti, come il protagonista di Arancia meccanica, mentre sono costretti a guardare “Io capitano”.

Lo consiglio senza riserve.

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