Felicità

Primo film alla regia di Micaela Ramazzotti.
Ben girato, buona sceneggiatura, interpreti tutti più che all’altezza – nell’immagine manca solo Sergio Rubini – con una menzione particolare per Max Tortora qui da premio per questo padre sciamannato che con Anna Galiena sembrano proprio quelli di Giove che li fa e poi li accoppia.
Una bella storia di sorellanza e fratellanza. Momenti di sana commozione, mai tirata a forza e anzi tanta delicatezza nelle situazioni più critiche.
Ne sono uscito soddisfatto, lo consiglio e spero che Micaela Ramazzotti ne abbia in cantiere altri.

Oppenheimer

Andatelo a vedere.
L’ho visto in uno dei soli 4 cinema in Italia in cui c’è la proiezione a 70mm, ma la parte “grandiosa” del film è minima, si svolge in prevalenza in interni e in dialoghi.
Con quelle sovrapposizioni di tempi di cui Nolan è maestro e che qui sono semplicemente perfette.
Ho letto tutto quello che ho potuto leggere, capendoci forse il 5%, sui quanti, sul teorema di incompiutezza eccetera, e sono rimasto commosso dal vedere sullo schermo quell’insieme di cervelli dei primi cinquant’anni del ‘900, epoca che non credo abbia uguali nella storia della scienza.

La bomba, certo. La storia è storia, Oppenheimer fu a capo del progetto per realizzarla, erano tutti consapevoli che la probabilità che la reazione a catena della prima esplosione non si fermasse e distruggesse l’intero pianeta era vicina allo zero. Ma non era zero.
Fu convinto che fosse giusto usarla, si raccontò che così dopo non ci sarebbero state più guerre, e tuttavia fu poi perseguitato perchè sostenne la necessità di accordo contro la proliferazione del nucleare.

Scienza ed etica, politica e scienza, dilemmi inconciliabili eppure decisioni da prendere, questo è il cuore di questo film.
Nolan è stato capace di mostrare l’entusiasmo della squadra che ha raggiunto un risultato scientifico grandioso e nello stesso tempo di indurre il pensiero di chi guarda a quali sofferenze terribili subiranno i cittadini di due inermi piccole città giapponesi. Senza che vengano evocate. Questo fa un grande regista.
Da non mancare, su qualsiasi schermo.

LA HAINE – (L’ODIO)

Questa la dico al contrario: quel generale è quello che è, forse quel che ha scritto non è compatibile con il ruolo che ha, ma di tutte quelle che ha detto – ne so solo dagli estratti che sono usciti sui giornali – il diritto a odiare mi pare la meno contestabile.
L’odio è un sentimento, potrà pure essere brutto esprimerlo, non lo confondiamo con gli odiatori di professione sui social, ma odiare qualcuno è qualcosa che si ha il diritto di provare. Il perdono e la gratitudine vanno sicuramente più di moda ma non possiamo decidere della legittimità dei sentimenti.
Superfluo, spero, precisare che passare all’azione è altra cosa.

Ombre Rosse

E finalmente Prime mi ha regalato “Ombre rosse” in originale con sottotitoli.
Non so tanto di storia del cinema, ma non stento a credere che Ombre rosse sia mi pare unanimemente considerato un capolavoro.

Riprese che adesso le mettono pure al saggio di regia, come quelle rasoterra al passare dei cavalli e della diligenza, immagino allora fossero invenzioni di John Ford.
Il viaggio di una diligenza su un territorio controllato da Apache aggressivi, i personaggi prototipo che viaggiano, l’amore, la vendetta, la viltà, il coraggio, il perbenismo… tutti i caratteri scolpiti con pochi tocchi e dialoghi minimi… un film avvincente ancora oggi, alla faccia di tutti i political correct che chissà che ne diranno nelle scuole di cinema della california e di NY.

E il finale: un duello annunciato per tutto il film che si risolve con l’inquadratura che si ferma prima che il nostro eroe tocchi terra con fucile in mano e nell’inquadratura successiva il cattivo entra in piedi nel saloon per stramazzare subito dopo.
L’abbiamo visto mille volte, no? questo trucco di farci credere il peggio e poi farci fare un sospiro di sollievo, non so se qui è stata la prima volta, ma certo era efficace.

E, infine, quando arriva al galoppo il settimo cavalleggeri con la tromba pe-pe, pe-pe, pe-pe-perè-pepè, con tutti soldatini eleganti senza un grammo di polvere addosso, che vi devo dire? Anche se lo sapevo che sarebbe andata così, ho esultato.
Assolutamente da non mancare.

AIR – La storia del grande salto

Siamo nel 1984, la Converse ha più del 50% del mercato delle scarpe da pallacanestro, Adidas più del 30%, Nike un misero 13%.

È il momento in cui i giovani talenti che provengono dai campionati universitari passano fra i professionisti. Le aziende che producono scarpe si contendono i migliori, affinché scelgano le loro scarpe e così le pubblicizzino.

Il film è “Air”, regista Ben Affleck, protagonista è Matt Damon, che interpreta Sonny Vaccaro, comprimari sono Jason Bateman (qualcuno ha visto la serie Ozark?) e Viola Davis.

Un ottimo cast, dunque, un film quasi tutto in interni, un film di dialoghi, che tuttavia non perde mai di ritmo.

Film tutto al maschile, se non fosse per la mamma di Michael Jordan, colui che diventerà il più grande giocatore di basket di tutti i tempi. ma che in quel momento è soltanto un ottimo giocatore come tanti.

Michael Jordan non ci vuole nemmeno parlare, con quelli della Nike: non gli piacciono le scarpe della Nike.

La vera storia, infatti, è quella di Sonny Vaccaro, un Matt Dammon panciuto, grande intenditore di basket che si trova a dover superare ostacoli che sembrano invalicabili.

Sonny parla con il manager di Michael Jordan ma questi gli dice se vieni con una proposta scritta vincolante vediamo, se no Michael sta già chiudendo con Adidas, e non gli faccio perdere tempo inutilmente con te se non porti qualcosa di concreto.

Se Sonny avesse il potere decisionale gliela porterebbe, la proposta vincolante. Ma il grande capo della Nike (interpretato dallo stesso Ben Affleck, qui in stato di grazia), non è disposto a prendere nemmeno lontanamente in considerazione l’idea di spendere tutto il budget per MJ. Se ne potrebbe lontanamente parlare solo se Sonny ne avesse già ottenuto l’assenso.

Sonny si trova senza via di uscita, come un cane che si morde la coda.

Così sembrerebbe.

Sonny a questo punto tenta il tutto per tutto: si ficca in macchina, si fa da solo qualche migliaio di chilometri per andare direttamente a trovare i genitori di MJ.

Sta scavalcando il manager di MJ, e questa è una cosa scorrettissima, di quelle che se poi gli andrà male la sua carriera ne risentirà per sempre: nessuno farà più affari con lui.

Sonny parla con la mamma di MJ, che in quella famiglia di media borghesia nera è colei che decide. Sonny si vende quello che non ha, come se ne potesse disporre: offre l’intero budget della Nike per quella stagione.

Sa che può non essere sufficiente, perché Converse e Adidas potranno offrire altrettanto.

Che cosa può offrire di più? La sua passione. Lui ci crede talmente tanto, nel talento di MJ, che riesce a far venire un dubbio alla mamma: per noi non sarà uno dei 5 migliori giocatori che entreranno nel campionato, per noi sarà l’unico. Non sarà MJ che, come tanti altri bravi come lui, indossa una scarpa della Nike, no, faremo una scarpa di Nike fatta apposta per MJ, costruiremo la scarpa intorno a lui, e tutti la vorranno non perché è della Nike, ma perché ci sarà il nome di MJ sopra.

Sonny torna alla Nike trionfante. In realtà non ha niente in mano, ha solo una vaga promessa della mamma di MJ, che non si è per niente sbilanciata, si è solo impegnata a convincere il figlio, che quelli di Nike non li voleva proprio vedere, ad ascoltare, dopo Converse e Adidas, anche Nike.

Il grande capo, sempre Ben Affleck, è contagiato dall’entusiasmo, se la vedrà lui con il consiglio di amministrazione, andiamo avanti!

Nel frattempo il manager di MJ è infuriato: come ti sei permesso di scavalcarmi, tu con me non ci parli più, anzi tu hai chiuso con tutti, lo racconto a tutti, di te non si fiderà più nessuno, hai chiuso per sempre!

Qui entra in scena l’uomo delle scarpe: in pochi giorni alla Nike realizzano un prototipo dalla forma unica, con caratteristiche tecniche uniche, ma…

Ma la regola della Federazione di basket è che la maggior parte della superficie delle scarpe deve essere bianca, e come facciamo con tutto questo rosso che ci abbiamo messo? Ancora un ostacolo insormontabile.

E che succede se la violiamo, la regola?

Sono 5.000 dollari di multa.

Per tutto il campionato?

No, per ogni partita.

I big della Nike si guardano in faccia affranti ma l’incertezza dura solo un attimo: li pagheremo noi, anche se così sforeremo il budget di brutto.

Non è finita. Quando infine MJ si è convinto, gli è piaciuta la scarpa, gli è piaciuto come gliela costruiranno intorno, la mamma fa la telefonata chiave a Sonny.

C’è ancora una clausola importante.

Troveremo modo di accontentarla, signora, dica.

Mio figlio avrà una percentuale su ogni scarpa venduta con il suo nome.

Sonny sbianca: questo, signora, proprio non è possibile, nessun produttore può fare questo, non è così che funziona.

Non la faccio tanto lunga: il film è un film discreto, un buon prodotto, niente di più, molto iu es e nel mito della volontà e del successo, in buona parte è pure uno spot per Nike, la linea di prodotti si chiamerà “Air Jordan”, da cui il titolo, e sarà un successo da milioni di dollari.

Vale la pena vederlo per una sceneggiatura che ti tiene comunque incollato, e per gli interpreti.

Separatore1

Abbiamo preso spunto da questo film per un episodio dedicato al counseling.
Lo troverai qui, nell’altra sezione del sito.

Il Sol dell’Avvenire

DICO SOLO ANDATECI ! Sopratutto se siete di un’altra generazione.
Perchè la storia non si può fare con i se?

A un giorno di distanza, qualche considerazione. Moretti come il Tarantino di Bastardi senza gloria e di C’era una volta Hollywood: la storia si può fare con i se. La storia è sempre che cosa ce ne facciamo oggi. Sono di oggi i volti degli attori che sfilano alla fine, la faccia felice:
Giulia Lazzarini come una staffetta partigiana, Renato Carpentieri, il sempre spiritato Dario Cantarelli, Alba Rohrwacher radiosa e altri che non ricordo, credo presenti nei suoi altri film. È infatti un compendio, artistico e politico, di tutta la sua opera.

È un film morale, come tutti i suoi film, dello splendido quarantenne che andava alle manifestazioni e non gridava slogan violenti, allo splendido settantenne che non vuole il ritratto di Stalin nella sezione del PCI del suo film, anche se nelle sezioni vere c’era.
Le idiosincrasie per i piedi e le scarpe come in Bianca, il furore per la violenza gratuita nei film, dalla lettura integrale della recensione di Henry pioggia di sangue (ancora in Bianca?) alla spiegazione della moralità o immoralità di un’inquadratura, ottenuta con il solo racconto di una scena di Kieślowski. Fino a riconoscere che la violenza di Scorzese è quella di un genio ma, purtroppo, non se la può far spiegare perchè risponde la segreteria telefonica.

E l’amore, che si dispiega in tutte le sua forme, dall’omosessuale discriminato in sezione, alla coppia giovane ragazza vecchio che tuttavia si amano, alla coppia con quarant’anni di storia che sembra perfetta ma non funziona, alla nascita in diretta del sentimento fra i protagonisti.
Il film nel film: ci hanno provato in tanti, qualcuno ci è riuscito, qui è la perfezione di equilibrio fra i tanti piani.

Infine, riesce anche, con canzoni e coreografie, a realizzare il musical che almeno da Caro diario (forse prima?) si propone. Un film perfetto, commovente e divertente, un piacere per l’intelligenza e per l’etica connessa all’estetica.
Bravo Nanni Moretti, bravo bravo,

The Menu

Classificato horror, ma mai un momento di paura, nè di vera tensione: il grottesco prevale.
Tuttavia godibile – a me gli horror non piacciono proprio – anche se privo di vera originalità.
Vale la pena anche solo per l’interpretazione di Ralph Fiennes.

Il Colibrì

Non mi era piaciuto il libro, meno che mai il film, visto perchè sollecitato da un caro amico con il quale di solito i gusti coincidono.
Il suicidio della sorella anoressica, la moglie fuori di testa, il fratello che lo odia, l’amore della vita che l’ha tradito, i genitori morti di cancro, la figlia morta in arrampicata, alla fine cancro al pancreas… la metà bastavano, no?
Per quanto Favino sappia rendere credibile quasi tutto, il pippone su che me ne faccio di questo quasi milione vinto a poker è insopportabile.
E, infine, la bravura di Favino non basta a rendere accettabile un uomo sostanziamente perfetto, dal ragazzino che si prende cura della sorella maggiore (quella che poi si suiciderà comunque) fino al nonno che si occupa della nipote dopo la morte della figlia.
Pure il finale strappalacrime, niente a che vedere con la sobrietà drammatica de Le invasioni barbariche.
Mi è piaciuto solo Nanni Moretti.
Al mio amico voglio bene lo stesso❤️​

RRR

India, dominazione inglese, un filmone di tre ore di quelli pieni, di soddisfazione, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, senza sfumature nè dubbi.
Tradimenti, sì, ma a buon fine e con riscatto finale.
Sentimenti veri e ingenui esposti da un regista che ingenuo non è per niente, che ha studiato le acrobazie cinesi, le pistolettate doppie e triple e davanti e dietro coreane. E anche i fumetti della Marvel e i musical americani.
L’irrompere della musica – ottima la colonna sonora – e di strabilianti, enormi, coreografie dove i nostri supereroi diventano primi ballerini può essere entusiasmante.
Insomma, se ci si abbandona alla favola, le tigri scatenate contro i prepotenti diventano nostre alleate e l’insieme è una vera goduria.
Da non perdere.

Argentina 1985

È l’anno in cui un procuratore, sostenuto da un gruppo di giovani legali, riesce a imbastire un processo contro i vertici militari responsabili delle uccisioni, torture, sparizioni durante la dittatura.
È candidato all’oscar, per me non è un film da oscar, perché di impianto processuale tradizionale, senza avventure registiche.
Ma questa è la sua forza, e probabilmente è stata la scelta stilistica di volare basso, senza mai accelerare, a renderlo così potente nel contenuto che trasmette, reso in pieno dalla poche testimonianze che vengono mostrate.
Da non mancare, anche per l’interpretazione perfetta di quel meraviglioso attore che è Ricardo Darin.