Motherless Brooklyn

Inaspettatamente interessante Motherless Brooklyn, un noir come ai vecchi tempi, due ore e venti che non si sentono, con una schiera di attori come Willem Dafoe, Bruce Willis, Alec Baldwin, ciascuno al posto giusto, e l’ottimo Edward Norton che ne è anche il regista. Brava anche Gugu Mbatha-Raw e il trombettista jazz Michael K. Williams dei quali non conosco l’identità.
Ben girato, senza risparmio, prodotto classico, più che onesto, per chi apprezza il genere.

ODISSEA

L’Odissea, insieme all’Iliade, contiene tutte le storie.
Come la bibbia, come altre grandi narrazioni di altre epoche e civiltà.
Dunque, non hanno senso tutti quei commenti sulla filologia degli abbigliamenti nè sull’ordine in cui sono presentati gli eventi nè sugli eventi selezionati per rappresentare la storia che ha voluto narrare Nolan.
Non è per caso che le grandi storie vengono riprese, nei secoli, da artisti diversi, in forme espressive diverse, ciascuno dei quali sceglie un suo punto di vista, come è giusto che sia.

Mi è stato insegnato il corpus delle grandi opere omeriche come una storia di grandi avventure, grandi passioni, grandi inganni, in cui prevale la celebrazione dei vincitori e del vincitore per eccellenza, Odisseo, che rappresenta il prototipo di uomo alla ricerca di sè stesso e della conoscenza, fino alla vittoria.
L’Odisseo (nel film è il nome di Ulisse) di Nolan non lo avevo mai incontrato, da Kirk Douglas allo spendido sceneggiato televisivo con Irene Papas ad altre versioni che ricordo meno.
L’Odisseo di Nolan è un reduce traumatizzato dalla guerra che ha vinto, è un condottiero che fa di tutto per salvare i suoi uomini ma che non esita a non seppellirli se il momento richiede altro.
È un uomo che Calipso ha salvato dalla follia e che, per amore, sceglie di lasciarlo andare.

Non c’è eroismo in questi soldati sballottai dalle tempeste e dagli dei, c’è paura, voglia a un certo punto di fermarsi a qualsiasi costo.
Nè c’è indulgenza nella rappresentazione della distruzione di Troia: vi si respira il massacro di donne e bambini più che l’alito della vittoria.
D’altra parte, Elena fu un pretesto: l’ambizione imperiale di Agamennone puntava al controllo delle rotte commerciali. Ci ricorda qualcosa?

Tanti i richiami all’oggi, ma sempre fra le righe; qualcuno ha potuto criticare la scorrettezza storica del richiamo alla fine dell’età del bronzo ma in un’opera d’arte il messaggio è chiaro: la nostra civiltà va verso la fine e ne siamo noi gli artefici, quando smettiamo di rispettare i precetti di Zeus, quando non diamo ospitalità al viandante povero, quando, con il famoso cavallo, falsamente dedicato agli dei, tradiamo ogni principio di lealtà, al quale ad ogni passo peraltro ci richiamiamo.

Inutile dire della parte spettacolare, che chiunque può apprezzare: mi limito a segnalare come pezzo di straordinaria bravura, fra i tanti, la trasformazione degli uomini in porci da parte di Circe, donna che ha conosciuto la fame di violenza degli uomini e che ha trovato come difendersi, anche se non ha trovato come alleviare la sua solitudine.

Alla fine Ulisse se ne va con Penelope che lo ha aspettato: “gli uomini fanno quello che vogliono, io faccio quello che posso”, aveva risposto a Telemaco che la criticava per la sua irresolutezza.
Attori tutti – tutti – al loro meglio.
Un gran bel film in cui, come raramente accade, spettacolo e contenuti si integrano al meglio.
Un film popolare nel senso più pieno del termine, anche perchè ha riportato l’attenzione del mondo su questi capolavori della letteratura di sempre.

DA NON MANCARE… 

IL TÈ NEL DESERTO

Lo vidi quando uscì e mi era rimasta una vaga sensazione di malattia dell’anima, fra erotismo e morte e paesaggi straordinari.

L’ho voluto rivedere ora e la sensazione non è molto diversa, nel seguire il viaggio di questi tre ricchi americani che, nel secondo dopoguerra, esplorano a loro modo l’Africa, da Tangeri al Sudan.

La coppia è quella della foto, con lo sguardo di dopo che hanno fatto l’amore, soli davanti a un panorama sterminato.

Tuttavia, non sembra esserci gioia possibile in queste vite di annoiati aspiranti drammaturghi, lei, o musicisti, lui, che, peraltro, si sono traditi pochi giorni prima, lei con l’amico del terzetto e lui con una prostituta in una tenda berbera, entrambi più per la ricerca di “qualcosa di diverso” che per vera passione.

Perchè in effetti si vogliono bene e, quando lui morirà di tifo in un lontano avamposto della legione straniera, lei lo avrà accudito in tutti i modi possibili in quel posto privo di dottori, medicine, trasporti, lingue comprensibili.

Sì ritroverà sola ad essere ospitata da una caravana di cammelli e resa schiava, in qualche oscuro modo consenziente, dal capo, fino ad essere liberata dalle mogli gelose ed essere infine recuperata in un ospedale, quasi catatonica, da un’inviata dell’ambasciata.

Ho letto qualche recensione, lo trattano tutti piuttosto male e anche al botteghino fu un vero fallimento, rispetto a un impegno produttivo evidentemente imponente.

Mi ha lasciato inquieto, vale la pena vederlo, meglio se su schermo grande.

John Malkovich sopra a tutti.

Il mio giardino persiano

Con tutta la simpatia per i registi che, a quanto pare, hanno dovuto girare di nascosto, un film sì delicato ma del tutto inverosimile e, purtroppo, anche dal finale facilmente prevedibile.

Finale, peraltro, secondo me per niente “necessario”, forzato solo per dare un guizzo di drammaticità a un incedere lento e poco credibile.

Essere stato girato in Iran, inoltre, a parte un paio di intermezzi sulla polizia morale che arresta una ragazza dai capelli colorati – anche questo episodio c’entra poco con la storia – e su una vicina impicciona, non mi pare molto rilevante e temo che, se fosse stato ambientato, e sarebbe stato altrettanto verosimile, in un paesino, per dire, dell’Abruzzo, lo avremmo probabilmente considerato, soprattutto, tremendamente noioso.

LE COSE NON DETTE

Secondo me, uno dei migliori film di Muccino, sia pure nel ricorrere delle tematiche fisse del suo cinema, di relazioni che non funzionano, si rompono, a volte si aggiustano, più spesso no, in una specie di maledizione esistenziale sulla possibilità di vivere relazioni sane, nutrienti, appaganti.

Come in tutti i suoi film anche qui ci sono scene di personaggi che corrono ma stavolta con maggiore misura e con un senso di necessità, non solo per dare movimento.

Due coppie, Claudio Santamaria e Stefano Accorsi – qui più bravo del solito – con le rispettive mogli Miriam Leone e Carolina Crescentini.

Nella foto manca Blu – interpretata da Beatrice Savignani – una giovanissima allieva di Stefano Accorsi, professore universitario, che funzionerà da catalizzatore delle esplosioni emotive che sconquasseranno le due coppie, che avevano programmato una settimana rilassante di vacanza a Tangeri.

Nella foto c’è invece la figlia tredicenne del ristoratore di successo Claudio Santamaria e della moglie decisamente non del tutto equilibrata.

La ragazzetta diventa, prima suo malgrado ma poi con una certa malizia, protagonista laterale, rispetto alla quale Muccino dice e non dice ma ci fa sospettare che possa aver avuto una parte non secondaria negli eventi finali.

L’ho vista come una specie di programma mucciniano che sembra dirci guardate che le nuove generazioni non saranno migliori.

Ottima sceneggiatura.

So che nel mondo del cinema Muccino e Accorsi sono ferocemente criticati, a me continuano a sembrare entrambi molto bravi.

Il velo dipinto

Storia lunga da raccontare, fra Inghilterra e Cina anni 1920, fra amori, tradimenti con un’epidemia di colera in mezzo .

Detta così può sembrare una storiaccia banale, ma regia e attori fanno la differenza tra un potenziale polpettone e una drammatica e bella storia d’amore.

Diretto da John Curran.
Cast: Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber, Toby Jones.

Il paradiso probabilmente

Una chicca su Rai play del regista e qui anche attore palestinese Elia Suleyman, che si aggira come osservatore estraneo fra la sua terra, Parigi, New York, alla ricerca di un produttore per il suo film che sì, noi appoggiamo la causa palestinese e vi siamo vicini ma qui c”è poco della Palestina, è un progetto che malheureusement è lontano dai nostri programmi.

Il protagonista, che nella realtà è un palestinese di nazionalità israeliana, cammina spaesato o guarda dal tavolino di un bar l’assurdo che lo circonda, in un misto di ironia e dolore contenuto, dovunque fuori posto.

L’ho guardato con piacere e mi sono reso conto che mi dev’essere rimasto stampato in faccia per quasi tutto il tempo un sorrisetto fra l’ebete e il tristino.
Il film è del 2018, questo mi pare sia importante saperlo.

Teorema

Ricordo di averlo visto al cinema Rialto e di esserne uscito stordito, incapace di mettere in fila quello che mi frullava dentro.

A distanza di alcune decine di anni – saranno un paio d’anni che lo tengo a bagnomaria – ne resta intatta la potenza. La critica feroce alla borghesia, che sbaglia anche quando regala la fabbrica agli operai perchè così impedisce loro di fare la rivoluzione, possiamo lasciarla fra gli eccessi di ideologismo, mentre resta intatta l’eversione che, attraverso la sessualità tenera e sfrontata del bellissimo Terence Stamp, contagia ogni singolo membro della famiglia, da Silvana Mangano a Massimo Girotti ai due giovani figli: solo la servetta Laura Betti, unica proletaria, ne uscirà trasfigurata di santità.

Pure per questo, anche più che per Ubriaco d’amore di cui dicevo ieri, serve azzeccare il momento con l’umore giusto, ma Pasolini riesce sempre a non lasciarci nell’indifferenza.

SIRAT

Sono andato a cercarne il significato, ed è una parola araba che significa via, sentiero.

Un uomo con il figlio di una decina d’anni e un cane arrivano a un rave nel deserto del Marocco con un mazzo di foto in cerca della figlia e sorella circa ventenne che da cinque mesi non dà notizia di sè.

Sentono dire di un altro rave e si aggregano, fortemente sconsigliati, con il camperino scalcagnato, a due camion seri abitati da personaggi che sembrano i prototipi dei cresciuti nei rave, almeno come me li posso immaginare io.

Il viaggio nel deserto verso la Mauritania sarà pieno di difficoltà e ostacoli di ogni genere e ognuno sarà sottoposto a prove alle quali non sembra giusto che un essere umano possa essere chiamato.

La tragedia arriva improvvisa, inaspettata, si consuma in un soffio e tu che guardi ti chiedì perchè e vorresti mollare tutto ma quel deserto ha un fascino irresistibile e qualche forma di inedita solidarietà sembra lenire le ferite irreversibili.

Non mi sento di consigliare nessuno di andarlo a vedere perchè pochi film sono così duri e tuttavia così pieni di tale bellezza che alla fine la disperazione riesce a non prendere il sopravvento.

American Pastoral

Pastorale Americana.

Un bel film sulla terribile storia degli Usa anni 60 e 70, qui vista dal punto di vista della storia di una famiglia “normale” che vive la tragedia di una figlia che a sedici anni si dà al terrorismo e scompare.

Una battaglia dopo l”altra, con qualche forzatura, ne può rappresentare il contraltare di oggi, nella denuncia di una società che non è riuscita e non riesce a trovare gli anticorpi alla violenza di fondo da cui è nata e che ha esportato nel mondo.

Da vedere, incontrato su Prime quasi per caso. Non ho letto il romanzo di Philipe Roth, che non stento a credere sia il suo capolavoro.