Parthenope

Due suoni accompagnano tutto il film: il rumore quieto del mare e la domanda “a che stai pensando?”.

Non proverò a raccontarlo perchè una storia non c’è, come non c’era ne La grande bellezza e forse nemmeno in Youth.

Sorrentino ha la capacità di comunicare per immagini, che è poi l’essenza del cinema, per questo è un grande regista, al quale non serve raccontare una storia per trasmettere sentimenti e commuovere.

Ne sono uscito pieno: di immagini ed emozioni, appunto. E di bellezza.Da un film (da poco altro, in effetti) non mi aspetto di più.

A me è parso che l’accostamento Parthenope / Napoli sia la cornice più immediata dentro e dietro alla quale sta altro: la seduzione e l’amore, espressi in tante forme, e la irredimibile finitudine umana, pure questa esplorata in tanti personaggi e nella ricchezza a volte straripante di metafore.

Sorrentino si scrive da solo tutte le sceneggiature e forse questo comincia a diventare un limite, perchè sembra non resistere al gusto della battuta fulminante, che però ormai ce l’aspettiamo, anche se qui l’effetto è parecchio mitigato dall’ironia e dall’autoironia.

Il regista ha solo cinquantaquattro anni e mi auguro che abbia voglia, in futuro, di tentare qualcosa di molto diverso, per non rischiare il manierismo.

È anche ben consapevole di quella triste parte del tristissimo politicamente corretto che consiste negli anatemi contro la cosiddetta “appropriazione culturale”, per cui una scrittrice americana non si può permettere di raccontare il dramma del viaggio di una donna messicana che vuole passare il confine, figuriamoci un uomo che fa un film con protagonista una donna: “Il fatto che io sia maschio, bianco, etero e che decida di raccontare una donna a modo mio, per alcuni è un problema. Dieci anni fa non lo era. Oggi esiste un sospetto sulla libertà artistica.”

Non lo consiglierei a chiunque, ma chi è disposto a staccarsi da se e a immergersi avrà di che godere. E riflettere, nei giorni a seguire.


Un contributo dal canale Fanpage.it di Youtube

Challengers

Tre tennisti, tutti e tre potenziali campioni.
Il tema sembra essere il triangolo perchè i due ragazzi sono entrambi innamorati della ragazza, che prima sta con uno – tennisticamente il più dotato ma che non ha continuità – ma poi sposa l’altro, di cui diviene anche la coach, che invece s’impegna e diventa molto molto bravo ma non un campione.
Resa molto bene la rivalità sportiva e insieme l’amicizia, così come il dubbio permanente: “…sono stato scelto come uomo o come tennista dal grande potenziale sul quale mia moglie ha proiettato la carriera che un grave infortunio le ha impedito di avere?”.
Ben girato, attori espressivi, regia che tuttavia “si vede”, e infine quello che dovrebbe essere il grande inaspettato e invece arriva come pegno da pagare: i due credono di essere innamorati della stessa donna, ma in realtà sono innamorati l’uno dell’altro: insopportabile, come ormai in tutti i film di Ferzan Özpetek.
Peccato, due bravi registi piegati all’ideologia.

AFTER THE WEDDING

AFTER THE WEDDING – DOPO IL MATRIMONIO

Un ricchissimo imprenditore danese deciderà solo dopo il matrimonio della figlia, questo il senso del titolo, se finanziare il progetto per bambini poveri di Bombay, proposto da un altro danese che vive da vent’anni in India e che è dovuto tornare in Danimarca per concordare di persona i particolari.
Il momento del matrimonio sarà l’occasione di una scoperta imprevista e di profondi turbamenti di tutti i personaggi coinvolti.
Quando il tema sembrano diventare i rapporti tendenti al perverso nelle famiglie danesi, esplorati in altre opere di questa cinematografia, ecco che tutto si ribalta e di più non racconto.
Regia di Susan Bier, oscar per Un mondo migliore e che ha diretto più di un’ottima serie televisiva, ultima Una coppia perfetta.
Protagonista il bravo Mads Mikkelsen, che ricordo ne Il sospetto e in Un altro giro, entrambi di Thomas Vinterberg.

TÁR

Kate Blanchet ha preso numerosi e più che meritati premi per l’interpretazione della prima direttrice d’orchestra della Berliner philarmonica.
Il personaggio è di fantasia, chi è dentro all’ambiente dice che è facilmente riconoscibile una direttrice d’orchestra che, come Tar, è stata allieva di Bernstein e ha una figlia adottata con la compagna primo violino nella sua stessa orchestra.
Il tema del film è il potere e la capacità di manipolazione che offre, a chi ne è dotato, sulle vite delle persone che ha intorno.
Abbiamo così un campionario di glamour e spietatezza, nelle bellissime ambientazioni degli auditorium costruiti per la migliore fruibilità della musica classica.
Altro tema è la relazione fra la musica scritta e l’interpretazione. Qui la sceneggiatura ha dato del suo meglio: la quinta di Mahler già si presta a mille sfumature e gli accenni che vengono fatti durante le prove rendono al meglio le infinite possibilità espressive di un interprete.
Il massimo si raggiunge quando Tar, al pianoforte, mette in fila in dieci modi diversi, e di ognuno spiega il senso, quattro note di Bach e umilia il ragazzo che – insomma, se l’era proprio cercata – non può amare Bach in quanto espressione di maschilismo.
Il crescendo punitivo del finale lo avrei risparmiato.
Per chi ama la musica, di più se ama Mahlet, e per chi è attratto dall’esposizione delle dinamiche di potere. E Kate Blanchet, naturalmente, che da sola vale il film.

The Chambermaid Lynn

Qualche spoiler, ma è un film di atmosfere, non lo si guarda per scoprire come va a finire, anche se ogni tanto me lo chiedevo, come la regia lo avrebbe chiuso.
Dunque, Lynn pulisce stanze d’albergo, lavoro per lei perfetto, visto che è stata e in parte è ancora in cura per un disturbo ossessivo compulsivo, che la induce anche a spiare i clienti dell’albergo nascondendosi sotto ai letti.
Ha una madre anaffettiva, un capo un po’ porco ma non troppo e una vita piatta.
Finchè non incontra, prima casualmente ma poi la cerca, una lavoratrice del sesso specializzata nella funzione di dominatrice.
Il film poteva virare sull’erotismo, che pure è presente con delicatezza, o sul sentimentale, e invece si mantiene asciutto e si limita, mi pare, a suggerire che qualsiasi vita un incontro può cambiarla. Almeno un pochino.
Non lo consiglierei proprio a tutti, a me è piaciuto.

THE OLD OAK

Se lo avessi visto senza saperlo ci avrei messo poco a riconoscere la mano di Kean Loach, che ci racconta come l’arrivo di un gruppo di profughi siriani cambia la vita di una cittadina ex mineraria, con tutte le grettezze e le solidarietà che ci possiamo aspettare da questo regista, instancabile da tutta la vita dalla parte dei più deboli.
Un capolavoro no, un gran bel film si, riconoscibile senza mai essere del tutto prevedibile.
Lunga vita a Kean Loach.

Cinque giorni una estate

Sean Connery, qui affascinante maturo insegnante, ha organizzato una settimana fra le alpi svizzere con la nipote, figlia del fratello, della quale è convinto di essere innamorato.
Siamo negli anni trenta, quando la scarsità di comunicazioni permetteva questi inganni, quindi hanno detto ai parenti che staranno in un gruppo di alpinisti, all’albergo si presentano come marito e moglie.
Lui è un bravo alpinista, lei se la cava bene, prendono una guida per le vie più difficili.
Il film di Fred Zinnemann è dei primi anni ottanta, non ci sono effetti speciali, ma la fatica e i rischi dei passaggi sembrano vissuti davvero.
A un certo punto lei si confida con il bel giovane che fa loro da guida, non c’è niente fra loro, se non il palese disgusto della guida per la situazione della ragazza che, in quell’epoca, non presentava nessuna possibile via di uscita.
Si crea un clima di tensione.
Alla scalata più difficile vanno soltanto Sean e la guida: si troveranno in una situazione difficile – questa, per chi va in montagna, è la parte più bella e vera – che non riusciranno a superare.
Nell’ultima scena, quelli del paese, preoccupati del ritardo, vedono che dei due sta tornando soltanto uno. Chi, qui non lo dico.
Bello, anche rivisto a distanza di tanti anni.

C’è ancora domani

È arrivato su Netflix e i commenti che vedo in giro sono per lo più del genere “beh, tutto qui?”. Oppure “Carino, sì, ma furbetto, e niente di originale”. E via su questo piano.

Non ricordo commenti di questo genere quando uscì al cinema, immagino perchè gli ipercritici non volevano confondersi con i commenti acidi e astiosi dei destri, quelli che “nun ce vonno stá”.

Io non li capisco, i progressisti sinistri che non si accontentano mai, a cercare il pelo nell’uovo. Un film pulito, con un messaggio chiaro – “care donne, ci possiamo evolvere/liberare con la politica, non con l’amore” – ben recitato, ben costruito, che attraversa tre generazioni, con un finale sorprendente anche se sapientemente qui e là anticipato… ma che altro serve a soddisfare questi palati troppo fini?

Ha incassato più di Barbie, è stato venduto ed é in via di programmazione in tutto il mondo, e questo senza nemmeno aver avuto nessuna spinta dall’essere passato per qualche festival.

Regia di Paola Cortellesi, quì anche interprete, insieme a Valerio Mastandrea, Vinicio Marchioni ed altri bravi attori. Un gioiellino.
Spero tanti lo vedano e rivedano e continuino a goderne, e credo che gli accostamenti ai grandi della commedia all’italiana, Scola, Monicelli – forse non Risi – siano più che meritati.

Ricki and the Flash

Già solo Meryl Streep, cantante di una certa età di una scalcinata rock band – “Ricki and the Flash”, appunto – dovrebbe valere come garanzia (un’altra garanzia all’ultima riga).
Garanzia non di capolavoro, ma di film godibile.

E tale è: un film godibile, con tutte le cose che da un certo punto in poi si capisce che dovranno succedere e che poi in effetti succedono.
Perciò, non proprio sorprendente e, quando la qualità c’è, anche rassicurante va bene.
La storia è di questa donna che ha seguito la sua passione per la musica, ha lasciato un bravo marito con tre figli con i quali ha perso i contatti.
I contatti riprendono perchè il marito la cerca quando la figlia tenta il suicidio perchè lasciata da uno.

Le tante relazioni che riprendono offrono una quantità di spunti di regia.
E, visto che il regista è Jonathan Demme, il finale quasi ovvio è comunque entusiasmante. Di più per chi ama la musica.
Enjoi it!

La notte di San Lorenzo

Israele continua a indicare “zone sicure” dove i civili dovrebbero spostarsi e poi le bombarda, è ormai un metodo.
“La notte di san Lorenzo”, dei fratelli Taviani mi è venuto in mente per analogia.
Se qualcuno non lo avesse visto, con la messa da requiem di Verdi per colonna sonora, per me avrebbe perso un vero capolavoro, di quelli senza tempo.