NON ESSERE CATTIVO

Alessandro Borghi e Luca Marinelli, non ancora così famosi, al loro meglio nel terzo e ultimo film di Claudio Caligari, morto prima che il film uscisse.

Un regista straordinario nel portare sullo schermo la verità di esistenze difficili e a loro modo ricche.

Credo di averlo visto per la terza volta e non mi ha toccato meno delle precedenti.

Della storia non dico perchè non è importante.
Dico guardatelo, preparati a qualche durezza e a un bagno di umanità.

La solitudine dei numeri primi

Raramente ho voglia di guardare un film tratto da un libro che mi è piaciuto molto.
In questo caso mi sono fatto convincere quando ho scoperto chi erano gli interpreti.
Gli interpreti, peraltro, sono in scena per una piccola parte del film, in cui i personaggi sono protagonisti soprattutto da ragazzini e da adolescenti.
Un film mal riuscito, per me, nonostante Giordano sia fra gli sceneggiatori.
Mal riuscito per gli eccessi di presenzialismo del regista Saverio Costanzo , insistente con musica disturbante ed eccessi di opacizzazione dello schermo, per vera nebbia o fastidiosi filtri. Immagino volesse rendere la difficoltà di noi “altri” a penetrare in quei mondi per lo più chiusi. Aggiungo il fastidio di dover più volte chiedermi ma questa ragazzina è la sorella di lui o è lei?
Peccato.
Di Saverio Costanzo, peraltro, è da non perdere Private, suo primo film, che nel piccolo spazio di una casa e di un orto ci dice molto del perchè oggi fra israeliani e palestinesi.

PROVE D’ACCUSA

Film del 1997, che allora mi sfuggì.
Non un’opera memorabile, ma la presenza di William Hurt ne nobilita qualsiasi.
Intorno a una vera dipendenza affettiva ruota un processo verso un uomo di cui una delle vittime dice che “è inutile processare chi non può non essere come è”.

William Hurt rappresenta l’accusa ma, anche se una buona metà del film si svolge in tribunale, non ci interessa come finirà il processo, mentre ci confrontiamo con persone che, ciascuna a suo modo – e con l’eccezione delle famiglie perfettine – non trovano la maniera di esprimere le proprie potenzialità affettive e, ciascuna a suo modo, le depotenziano quanto possono.

Potrebbe annoiare, anche perchè alcuni dialoghi sono proprio sconclusionati, perciò non è un film che mi viene da dire guardatelo assolutamente.
Guardate però assolutamente i primi 5/10 minuti in cui appare (non lo vedremo più poi) Sean Penn in un memorabile duetto con William Hurt.
Infine, come tante volte mi capita, avrei messo “The end” subito prima dell’ultima, inutile scena.

Quei Bravi Ragazzi

In questo film uscito nel 1990, Martin Scorsese ci racconta il crimine organizzato americano senza filtri, senza mitologie consolatorie e senza romanticismi inutili.

La scelta di coinvolgere Pileggi (autore del libro “Wiseguy” da cui è tratto il film) direttamente nella sceneggiatura è fondamentale. La scrittura mantiene il rigore quasi documentaristico del libro, ma viene attraversata dallo stile del regista: montaggio rapidissimo, voice over costante, colonna sonora onnipresente.
La storia di Henry Hill diventa così una lente per osservare un intero sistema criminale che vive di abitudini, privilegi e illusioni di potere.

Henry Hill (Ray Liotta) non è un boss e non lo sarà mai. È un ragazzo del quartiere che sogna una cosa sola: contare qualcosa. Vuole saltare la fila, parcheggiare in doppia fila senza prendere multe, entrare nei locali dal retro come un re. È un desiderio di status, non di potere assoluto. Ed è proprio questo a rendere il film così inquietantemente realistico.

Non lo avevo mai visto intero.
Ho riparato a una mancanza imperdonabile.

Un film obbligatorio, per chi ama il cinema.

Tutti Gli Uomini Del Re

Nella Louisiana, lo stato più povero, un governatore stra-populista contro i corrotti politici, un giornalista cresciuto in una famiglia più che benestante, fra un giudice incorruttibile e qualche segreto.

Niente di originale, ne abbiamo viste di storie così, questa tendente al melodrammatico.
Ma l’interpretazione sopra le righe – il giusto, sopra le righe – di Sean Penn e quelle misurate di Jude Law, Kate Winslet e Antony Hopkins lo rendono un film da non mancare.

Sean Penn è grandissimo, se solo lo si pensa a confronto con il cantante rock di This Must Be the Place o il mezzo bandito di Mistic river, per dire solo dei primi che mi sono venuti in mente. E Milk, ovvio, che qualcosa in comune ha con questo Governatore della Louisiana.

Conclave

Ottimo film, grazie a una sceneggiatura piena di colpi di scena misurati e a una serie di grandi attori – Ralph Fiennes su tutti – che non sono mai diventati grandissimi solo perchè non risultano abbastanza belli.

È toccata a Castellitto, che pure fa del suo meglio, la parte meno credibile, bravissima Isabella Rossellini, nel film che si dipana come un giallo con due o tre sottotrame di passati misteriosi.

Come finirà circa chi sarà infine eletto papa è abbastanza prevedibile, arriva invece sorprendente, forse un po’ forzato ma comunque spettacolare, il finalino, come quei film dell’orrore che quando tutto sembra finito c’è il ritorno inaspettato.
La regia è di Edward Berger. Vale la pena vederlo, non ci si annoia.

LEAVE NO TRACE

Su Prime ancora solo per una decina di giorni, sarebbe un peccato farselo scappare.
Un film delicato e intenso, padre e figlia che vivono nei boschi perchè lui è reduce da qualche guerra che gli ha lasciato incubi, la madre di lei e morta che lei era così piccola che non se la ricorda.
Ci stanno bene, ma la legge non lo permette, e tuttavia ci sono strutture di accoglienza e sostegno benevole ma lui non può adattarsi e così riprendono a cercare un posto nei boschi ma intanto lei è entrata in contatto con mondi diversi.
È anche un’occasione, il film, per entrare in contatto con quella parte di America marginale, solidale, fra chi dà loro un passaggio su camion enormi e chi vive in accampamenti di roulotte fra i boschi.
È, infine, un racconto di formazione ed emancipazione, in cui il padre non arriva, come ne “La strada”, ad essere costretto a sacrificare per la figlia la propria vita, e tuttavia non è, tragicamente, in grado di fare scelte diverse dal rifugiare i propri incubi nella natura più ostile e selvaggia.

Giurato numero 2

Sappiamo dal trailer che il nostro giurato – un poco espressivo Nicholas Hoult, ma non è che la parte gli offrisse grandi spunti – è in difficoltà perchè, quella sera in cui è stata uccisa quella ragazza per cui si celebra il processo al compagno, lui ha urtato con la macchina forse un cervo ma, vista la pioggia torrenziale, non ne è del tutto sicuro.

Tutta la prima parte è la (noiosa) ripetizione del vecchio classico “La parola ai giurati”, in cui Henry Fonda vuole almeno discutere prima di condannare un ragazzo che avrebbe ucciso il padre. E perciò, qui come lì, c’è quella che sbrighiamoci che devo tornare dalle figlie, quello che pure mia figlia il marito la picchiava e via con tutto il campionario dei pregiudizi e dei bias cognitivi che ci si può aspettare.

Da adesso spoiler: la ragazza, della cui morte è accusato il compagno, è stata quasi sicuramente investita per caso dal nostro giurato il quale, all’inizio, “sapendo” l’accusato innocente, cerca di far discutere, ma quando le cose si mettono che potrebbero cominciare a indagare proprio su di lui allora converge, come tutti, sulla condanna, in modo da arrivare in tempo ad assistere al parto della moglie.

Nell’ultima scena la procuratrice, che nel frattempo – ma che sottostoria originale! – ha vinto le elezioni per il rinnovo della carica e ormai qualche dubbio se lo può far venire, si presenta a casa del giurato e finale fintamente aperto.
In tutto questo, non c’è da parte di nessuno un accenno di pietà umana per chi, innocente, si è preso l’ergastolo, e la morale sembra essere che tanto era un poco di buono con i tatuaggi di una banda che spaccia, violento con le donne, e dunque ben gli sta, anche se quella sera non è andato nella stessa direzione dove si era avviata a piedi la ragazza dopo uno dei loro tanti litigi.

Dicono che il regista sia Clint Estwood, io credo che la mano del regista sia tanto vera quanto la firma sulle palme di Schifano che negli anni ’70 si contavano in giro per Roma.

Past Lives

Quasi all’inizio, voci fuori campo fanno ipotesi su quali relazioni possano esserci fra i tre seduti al banco.
È un gioco che faccio spesso pure io, mi piace inventarci sopra storie.
La storia di Past lifes è fra quelle che avrei anche potuto inventare senza dovermi impegnare a essere originale per forza.
È una bella storia, sostenuta da una regia minimalista e da dialoghi semplici che, senza sforzo, trasmettono l’intensità dei sentimenti dei protagonisti.
È una storia che non serve raccontare, va goduta passo passo lungo le due ore che, senza che succeda granchè, non hanno un attimo di caduta di tensione.
Opera prima di Celine Song, da vedere.

Confidenza

Non mi è facile dirne, mi vengono in mente un sacco di difetti, primo fra tutti una colonna sonora fastidiosa e a tratti insopportabile.
Ma Luchetti, e soprattutto Elio Germano, mi hanno tenuto per più di due ore, lente, attaccato allo schermo, in attesa della rivelazione che ero certo non sarebbe arrivata, perchè inutile, nel contenuto.

La rivelazione sarebbe stata quella del segreto che si scambiano, come una prova d’amore, il professore e l’ex allieva: una cosa che non hanno mai detto a nessuno.
Dev’essere proprio brutta, questa cosa, se lei, pur amandolo profondamente, se ne allontana e va negli Usa verso una carriera di grande matematica, mentre lui forma una bella famiglia e ottiene grandi soddisfazioni nel mondo della scuola.

Resta, tuttavia, un uomo piccolo, irresoluto, terrorizzato dalla possibilità che la solida immagine pubblica e privata che si è costruito, con l’impegno di una vita, venga rovesciata fino a mostrare al mondo – alla figlia, alla nipote, chè la moglie forse qualcosa ha capito – come è davvero, dentro.

Non dirò del finale che, peraltro, non poteva che essere com’è, eppure non scontato.