La solitudine dei numeri primi

Raramente ho voglia di guardare un film tratto da un libro che mi è piaciuto molto.
In questo caso mi sono fatto convincere quando ho scoperto chi erano gli interpreti.
Gli interpreti, peraltro, sono in scena per una piccola parte del film, in cui i personaggi sono protagonisti soprattutto da ragazzini e da adolescenti.
Un film mal riuscito, per me, nonostante Giordano sia fra gli sceneggiatori.
Mal riuscito per gli eccessi di presenzialismo del regista Saverio Costanzo , insistente con musica disturbante ed eccessi di opacizzazione dello schermo, per vera nebbia o fastidiosi filtri. Immagino volesse rendere la difficoltà di noi “altri” a penetrare in quei mondi per lo più chiusi. Aggiungo il fastidio di dover più volte chiedermi ma questa ragazzina è la sorella di lui o è lei?
Peccato.
Di Saverio Costanzo, peraltro, è da non perdere Private, suo primo film, che nel piccolo spazio di una casa e di un orto ci dice molto del perchè oggi fra israeliani e palestinesi.

In the Mood for Love

Hong Kong, anni ’60, due coppie si trasferiscono, casualmente lo stesso giorno, in stanze in affitto in due appartamenti contigui.
Vediamo soltanto un lui e una lei, dei rispettivi moglie e marito capiamo, a mano a mano, che sono amanti.
I due traditi prendono a frequentarsi, all’inizio per capire qualcosa di più dei coniugi di ognuno, ma piano piano si sentono attratti anche se si contengono, per non scendere al livello di scorrettezza dei rispettivi coniugi.
Va avanti così fino alla fine, con qualche intervallo temporale e qualche spostamento spaziale.
Sono ricorso a wikipedia per avere conferma, ma ne ero certo, che, come ho scritto prima, “va avanti così fino alla fine”, perchè poco oltre metà ho lasciato perdere.
È considerato un capolavoro, per me è insopportabile la tensione artificiosa fra spinta a esprimersi e rispetto delle convenienze.
Anime belle? Anime morte.

Past Lives

Quasi all’inizio, voci fuori campo fanno ipotesi su quali relazioni possano esserci fra i tre seduti al banco.
È un gioco che faccio spesso pure io, mi piace inventarci sopra storie.
La storia di Past lifes è fra quelle che avrei anche potuto inventare senza dovermi impegnare a essere originale per forza.
È una bella storia, sostenuta da una regia minimalista e da dialoghi semplici che, senza sforzo, trasmettono l’intensità dei sentimenti dei protagonisti.
È una storia che non serve raccontare, va goduta passo passo lungo le due ore che, senza che succeda granchè, non hanno un attimo di caduta di tensione.
Opera prima di Celine Song, da vedere.

Challengers

Tre tennisti, tutti e tre potenziali campioni.
Il tema sembra essere il triangolo perchè i due ragazzi sono entrambi innamorati della ragazza, che prima sta con uno – tennisticamente il più dotato ma che non ha continuità – ma poi sposa l’altro, di cui diviene anche la coach, che invece s’impegna e diventa molto molto bravo ma non un campione.
Resa molto bene la rivalità sportiva e insieme l’amicizia, così come il dubbio permanente: “…sono stato scelto come uomo o come tennista dal grande potenziale sul quale mia moglie ha proiettato la carriera che un grave infortunio le ha impedito di avere?”.
Ben girato, attori espressivi, regia che tuttavia “si vede”, e infine quello che dovrebbe essere il grande inaspettato e invece arriva come pegno da pagare: i due credono di essere innamorati della stessa donna, ma in realtà sono innamorati l’uno dell’altro: insopportabile, come ormai in tutti i film di Ferzan Özpetek.
Peccato, due bravi registi piegati all’ideologia.

SCOMPARTIMENTO N.6

È dove si incontrano i due, lei finlandese che attraversa la Russia gelata per vedere, nel circolo polare, certe iscrizioni rupestri per i suoi studi. Lui, russo, sta andando a lavorare in una specie di miniera a cielo aperto.
Il treno ci mette giorni, ogni tanto si ferma e insomma è un road movie con paesaggi e ambienti per me inediti.
Non del tutto inedito ma stupendamente reso il progressivo cambiamento relazionale fra i due: la bellezza del film (regista il finlandese Juho Kuosmanen) sta nella verità che arriva sui sentimenti che si spostano impercettibilmente senza che mai siano espressi.
Premio della giuria a Cannes 2021.

St.Vincent

Quante decine di film sono stati girati con il vecchio burbero stronzo che si rivela benefico sia verso la single in difficoltà che verso il ragazzino bullizzato?
Seguono tutti lo stesso schema prevedibile eppure, quando il protagonista è Bill Murray, che tutta quella sgradevolezza di corpaccione insaccato in terribili bermuda non basta a farlo diventare brutto sporco e cattivo.
Per chi non ha pretese, un’ora e mezza di piacere leggero per una storia che non lascia tracce in nessuna direzione.

La persona peggiore del mondo

Il titolo non ha molto senso, perchè la protagonista è una donna di trent’anni che non sa quello che vuole (figli? quale lavoro? fedeltà? etc) e dunque direi la persona più normale del mondo, perchè la peggiore? Forse per indurre lo spettatore a un pregiudizio in modo che possa emotivamente spostarsi, fra l’uno e l’altro dei 12 capitoli del film, da”ammazza quanto è stronza” a “però tutto sommato è solo una donna libera con le sue incertezze”.
Il film si fa seguire, con qualche lentezza, ed è un film di parole, in cui le immagini sembrano solo al servizio delle parole.
Tranne la bella scena dei due che si conoscono, ciascuno fedele nella propria coppia, e giocano a fino a dove possono spingersi senza violare il patto di fedeltà.
Alla fine, tanta ma tanta tristezza sparsa, pure con delicatezza, ma a piene mani.

Cinque giorni una estate

Sean Connery, qui affascinante maturo insegnante, ha organizzato una settimana fra le alpi svizzere con la nipote, figlia del fratello, della quale è convinto di essere innamorato.
Siamo negli anni trenta, quando la scarsità di comunicazioni permetteva questi inganni, quindi hanno detto ai parenti che staranno in un gruppo di alpinisti, all’albergo si presentano come marito e moglie.
Lui è un bravo alpinista, lei se la cava bene, prendono una guida per le vie più difficili.
Il film di Fred Zinnemann è dei primi anni ottanta, non ci sono effetti speciali, ma la fatica e i rischi dei passaggi sembrano vissuti davvero.
A un certo punto lei si confida con il bel giovane che fa loro da guida, non c’è niente fra loro, se non il palese disgusto della guida per la situazione della ragazza che, in quell’epoca, non presentava nessuna possibile via di uscita.
Si crea un clima di tensione.
Alla scalata più difficile vanno soltanto Sean e la guida: si troveranno in una situazione difficile – questa, per chi va in montagna, è la parte più bella e vera – che non riusciranno a superare.
Nell’ultima scena, quelli del paese, preoccupati del ritardo, vedono che dei due sta tornando soltanto uno. Chi, qui non lo dico.
Bello, anche rivisto a distanza di tanti anni.

One Day

Si conoscono alla festa di laurea a Edimburgo, si piacciono, diventano amici, l’amicizia è subito in bilico rispetto a diventare qualcosa di più ma le differenze sembrano troppe.
Lei è intelligente, ironica, intellettuale impegnata, lui è belloccio, di famiglia agiata, poco incline al sociale, empatico.
Li seguiamo per forse una decina d’anni, forse meno forse più, comunque un tempo lungo abbastanza perchè ciascuno segua la propria vita salvo periodicamente incontrarsi e raccontarsi.
Sempre in bilico fra un’amicizia profonda e un forse amore che nessuno dei due si azzarda a lungo a esprimere.
Una storia tenera, romantica senza sbavature, che si fa seguire in quattordici episodi di meno di mezz’ora ciascuno.
Per chi ha voglia di sentimenti semplici, puliti, senza rinunciare alle contraddizioni della vita.

Io e Annie

Il giorno dopo, nella povertà di offerta della piattaforme, ho continuato sulla scia.
Pensavo fosse successivo, invece è precedente (1977) a Manhattan (1979).
Una delle tante varianti sulle relazioni di coppia, che da perfette finiscono per naufragare, ognuna a suo modo ma sempre con lo sguardo affettuoso e comprensivo dell’autore, che sono la continuità della filmografia di Woody Allen.
Ho letto la sua biografia, divertente come i film e, anche mettendo da parte le brutte storie seguite alla rottura con Mia Farrow, alla fine, oltre a un matrimonio giovanissimo, Woody Allen ha avuto relazioni con Diane Keaton, Mia Farrow e l’attuale moglie – dal 1997: 27 anni di matrimonio con due figli adottati – Soon-Yi.
L’impressione è che, oggi alla soglia dei novant’anni, abbia ceduto ai suoi personaggi la maggior parte delle sue nevrosi.
Fra le scene più godibili la fila al botteghino del cinema e l’insofferenza per il trombone che dietro di lui pontifica sui limiti dei film di Bergman e Fellini, finchè non gli corre in aiuto il vero Mcluhan, che il trombone cita a sproposito.
Nell’autobiografia Whoody Allen si dispiace perchè, pur avendo potuto sempre fare i film che ha voluto, come ha voluto, non è stato in grado di girare un vero capolavoro. Beh, con ovvi alti e bassi, l’intera sua filmografia la considero un capolavoro,
Io e Annie (titolo originale “Annie Hall”) vinse quattro Oscar.