IL TÈ NEL DESERTO

Lo vidi quando uscì e mi era rimasta una vaga sensazione di malattia dell’anima, fra erotismo e morte e paesaggi straordinari.

L’ho voluto rivedere ora e la sensazione non è molto diversa, nel seguire il viaggio di questi tre ricchi americani che, nel secondo dopoguerra, esplorano a loro modo l’Africa, da Tangeri al Sudan.

La coppia è quella della foto, con lo sguardo di dopo che hanno fatto l’amore, soli davanti a un panorama sterminato.

Tuttavia, non sembra esserci gioia possibile in queste vite di annoiati aspiranti drammaturghi, lei, o musicisti, lui, che, peraltro, si sono traditi pochi giorni prima, lei con l’amico del terzetto e lui con una prostituta in una tenda berbera, entrambi più per la ricerca di “qualcosa di diverso” che per vera passione.

Perchè in effetti si vogliono bene e, quando lui morirà di tifo in un lontano avamposto della legione straniera, lei lo avrà accudito in tutti i modi possibili in quel posto privo di dottori, medicine, trasporti, lingue comprensibili.

Sì ritroverà sola ad essere ospitata da una caravana di cammelli e resa schiava, in qualche oscuro modo consenziente, dal capo, fino ad essere liberata dalle mogli gelose ed essere infine recuperata in un ospedale, quasi catatonica, da un’inviata dell’ambasciata.

Ho letto qualche recensione, lo trattano tutti piuttosto male e anche al botteghino fu un vero fallimento, rispetto a un impegno produttivo evidentemente imponente.

Mi ha lasciato inquieto, vale la pena vederlo, meglio se su schermo grande.

John Malkovich sopra a tutti.

Il mio giardino persiano

Con tutta la simpatia per i registi che, a quanto pare, hanno dovuto girare di nascosto, un film sì delicato ma del tutto inverosimile e, purtroppo, anche dal finale facilmente prevedibile.

Finale, peraltro, secondo me per niente “necessario”, forzato solo per dare un guizzo di drammaticità a un incedere lento e poco credibile.

Essere stato girato in Iran, inoltre, a parte un paio di intermezzi sulla polizia morale che arresta una ragazza dai capelli colorati – anche questo episodio c’entra poco con la storia – e su una vicina impicciona, non mi pare molto rilevante e temo che, se fosse stato ambientato, e sarebbe stato altrettanto verosimile, in un paesino, per dire, dell’Abruzzo, lo avremmo probabilmente considerato, soprattutto, tremendamente noioso.

LE COSE NON DETTE

Secondo me, uno dei migliori film di Muccino, sia pure nel ricorrere delle tematiche fisse del suo cinema, di relazioni che non funzionano, si rompono, a volte si aggiustano, più spesso no, in una specie di maledizione esistenziale sulla possibilità di vivere relazioni sane, nutrienti, appaganti.

Come in tutti i suoi film anche qui ci sono scene di personaggi che corrono ma stavolta con maggiore misura e con un senso di necessità, non solo per dare movimento.

Due coppie, Claudio Santamaria e Stefano Accorsi – qui più bravo del solito – con le rispettive mogli Miriam Leone e Carolina Crescentini.

Nella foto manca Blu – interpretata da Beatrice Savignani – una giovanissima allieva di Stefano Accorsi, professore universitario, che funzionerà da catalizzatore delle esplosioni emotive che sconquasseranno le due coppie, che avevano programmato una settimana rilassante di vacanza a Tangeri.

Nella foto c’è invece la figlia tredicenne del ristoratore di successo Claudio Santamaria e della moglie decisamente non del tutto equilibrata.

La ragazzetta diventa, prima suo malgrado ma poi con una certa malizia, protagonista laterale, rispetto alla quale Muccino dice e non dice ma ci fa sospettare che possa aver avuto una parte non secondaria negli eventi finali.

L’ho vista come una specie di programma mucciniano che sembra dirci guardate che le nuove generazioni non saranno migliori.

Ottima sceneggiatura.

So che nel mondo del cinema Muccino e Accorsi sono ferocemente criticati, a me continuano a sembrare entrambi molto bravi.

Il velo dipinto

Storia lunga da raccontare, fra Inghilterra e Cina anni 1920, fra amori, tradimenti con un’epidemia di colera in mezzo .

Detta così può sembrare una storiaccia banale, ma regia e attori fanno la differenza tra un potenziale polpettone e una drammatica e bella storia d’amore.

Diretto da John Curran.
Cast: Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber, Toby Jones.

UBRIACO D’AMORE

Sono in un periodo fortunato, con i film.
Questo lo avevo cominciato a guardare anni fa e lasciato dopo pochi minuti.
Fu un gravissimo errore e, se non mi fossi reso conto che il regista è lo stesso P.T.Anderson di Magnolia e di Una battaglia dopo l’altra, mi sarei perso un grande piacere.
È di quei film che non mi sento di consigliare a tutti, credo che serva pure azzeccare la giornata con il giusto umore ma, se i pianeti saranno ben allineati, allora Adam Sandler e Emily Watson e, in una parte secondaria, pure il grandissimo Philip Seymour Hoffman, risulteranno una coppia indimenticabile.

Tre ciotole

Nella prima scena, al supermercato, la cassiera propone tre ciotole in offerta, lui dice ma che ci facciamo lei dice prendiamole.

Appariranno qui e là, mentre la storia si svolge, senza un vero significato, mi pare, se non quello di oggetti che ricordano un momento vissuto insieme.

Mi piaceva Michela Murgia persona, la sua intelligenza e prontezza di spirito, non mi piaceva la sua scrittura – Accabadora non sono riuscito a finirlo – e perciò aver visto il film non mi fa venire voglia di leggere il libro da cui è tratto.

È una bella storia che mi pare abbia trovato nella spagnola Isabel Coixet la regista giusta, che riesce anche a rendere i vicoli di Trastevere come se ci avesse vissuto da sempre.

La voce, soprattutto la voce di Alba Rothwacher è la protagonista.

Insieme con Elio Germano sono perfetti, non riesco ad immaginare una coppia alternativa di attori italiani allo stesso livello di bravura e intensità e senza mai il bisogno di strafare.

Della storia non serve dire, se non che tocca tante sfumature di una relazione amorosa che nessuna ragione può spiegare.

Che cosa dice la funga al fungo che vuole fare all’amore?

Le occasioni dell’amore

Ci sono persone come te e ci sono persone come me, moi je suis comme ca.

Ritmo lento, lentissimo eppure ti tiene tutte le due ore a chiederti come la risolverà, questa storia in sè banale che potrebbe prendere qualsiasi direzione.

Alla fine non è importante come la risolve quanto l’intensità emotiva che trasmette.

Lui è Guillaume Canet, bravo, ma è Alba Rotwacher, che riesce ad essere espressiva pure ripresa di nuca, a confermarsii di bellezza e bravura “oltre”.

Regista Stéphane Brizé: avrei scommesso fosse Stephanie.

Diamanti

Comincia con una specie di backstage: Opzetek e le attrici dei suoi film intorno a un tavolo che leggono le rispettive parti mentre il regista spiega la sua poetica: celebrare le donne e il loro lavoro.

Questa scena si ripete almeno un altro paio di volte durante il film, con passaggi fluidi fra il backstage e la grande sartoria che confeziona costumi per cinema, qui per un film che si svolge nel ‘700.

La sartoria è gestita da due sorelle che si trovano ad avere a che fare con una grande costumista, premio oscar, che dà indicazioni, circa l’effetto che vuole ottenere con quel costume, con frasi sconclusionate che tutte fingono di capire.

Ognuna delle donne della sartoria ha qualche dramma nascosto che emerge inesorabile circa ogni quarto d’ora, alternato alle scene in backstage, con l’evidente scopo di spezzare a forza, a volte a freddo, con eventi o ricordi drammatici, una narrazione che non c’è.

Le attrici tutte brave – Geppi Cucciari fa sè stessa nella veste di sarta – perché Opzetek è un signor regista che sa come muovere la macchina da presa in mezzo a tanti personaggi e sa come cogliere le espressioni. Solo che bravi attrici espressive non bastano a coprire la ricorrente, fastidiosa sensazione ecco che mo’ arriva il colpo di scena.

È un regista che ormai da anni spreca quel talento che nei primi tre, quattro film, risultò cristallino.

La morale ci viene inflitta nell’ultima egocentrica scena, quando un Opzetek con aria ieratica e ispirata si aggira per le stanze ormai vuote del set mentre voci fuori campo ci ricordano, ce le fossimo scordate, le frasi più significative di abissale profondità, tipo se ci si vuole bene non serve vedersi o tutte insieme ce la possiamo fare o non siamo niente e siamo tutto e via di questo passo.

L’omaggio finale al cinema e a grandi attrrici come Monica Vitti, Mariangela Melato e Virna Lisi arriva fuori posto e mi pare sia solo l’ultima autocelebrazione.

Gli uomini: con l’unica eccezione della faccia simpatica di Luca Barbarossa che con la moglie sopravvivono alla morte della figlioletta investita sulle strisce (anche questa ci arriva a freddo, con la grande trovata di far muovere l’attrice lungo un murales con una grande faccia di bambina) e senza testimoni – gli uomini, dicevo, sono tutti irrimediabilmente stronzi, ciascuno a suo modo, oppure sono boy toy da usare, in un rovesciamento in cui le battute sul bel culo o che ti farei le fanno le donne.

Quando uscì lessi commenti entusiasti, soprattutto di donne, che forse si sono sentite valorizzate o forse vendicate. Purtroppo, la logica che sta sotto è quella della guerra fra i sessi, tanto che un potenziale femminicidio ci viene raccontato essere diventato un ‘omminicidio”, che risulta pure divertente, per quanto odioso e sopra le righe figura il sempre bravo Vinicio Marchionni al quale qui viene chiesto di scimmiottare il Valerio Mastrandea di C’è ancora domani.

Meglio farli fare alle donne i film dalla parte delle donne, no? Noi uomini avremmo più da riflettere su noi stessi.

Un BRUTTO film, da evitare.

Come eravamo

Non mi è stato facile scegliere l’immagine per “Come eravamo”.
A più di cinquant’anni di distanza mantiene tutta la freschezza della difficoltà, nonostante un sentimento profondo, di far convivere la passione inesauribile per le sorti del mondo, che fa mettere in secondo piano anche le relazioni personali, con la semplice voglia di “anche” godersi la vita.
Sono sempre toccato in profondità dallo “spreco relazionale potenziale”, anche quando sembra inevitabile, quali che siano le circostanze che lo rendono tale.
Nell’incontro finale, dopo una dolorosa separazione, sono tutti e due soddisfatti delle vite che si sono costruite, eppure quel gesto che sistema sulla fronte il capello fuori posto dice dello spreco irrecuperabile.
Un plauso anche al grande Sidney Pollack, che ha diretto R. Redford anche ne Il cavaliere elettrico, I tre giorni del condor, La mia Africa. Lo ricordo anche come attore credibile in Eyes whide shut.

Due Partite

Da un testo teatrale di Cristina Comencini, recuperato nei bassifondi di Raiplay, segnalato da qualcuno che di solito ci prende.

Non un’opera memorabile, tuttavia la messa in scena di due generazioni di donne mi arriva credibile.

Le madri si vedono per giocare a carte e si scambiano confidenze sulle loro vite infelici, tutte con figli, quasi tutte tradite e che tradiscono eppure restano.

Le quattro figlie, tutte donne professionalmente affermate, nessuna con figli – l’unica che lo vorrebbe non ci riesce – si ritrovano, alla morte di una delle madri, a raccontarsi le tristezze di una generazione dopo.

Gli uomini sono sullo sfondo, solo raccontati, nemmeno troppo pessimi anzi qualcuno insopportabilmente affettuoso.

Sentimenti esposti con leggerezza non superficiale, anche le due generazioni di attrici esprimono il meglio.

Credo possa piacere sopratutto a donne, ma poi chissà, in fondo le situazioni proposte sono talmente diverse che chiunque un pezzetto di sè ce lo potrà trovare.