LA VITA INTIMA

Le prime pagine sembravano promettere il divertimento de “Che la festa cominci”, poi il romanzo prende tutta un’altra strada, e quel po’ di grottesco che affiora – infilarsi a testa in giù nel camino fra i barbagianni per recuperare il cellulare – arriva fuori posto.
La protagonista è Maria Cristina, moglie del nuovo Presidente del consiglio italiano, e donna fra le più belle del mondo, forse addirittura la più bella.
Una cretina, per come affronta le varie situazioni, ma più per trovarsi in cose più grandi di lei che per intenzione di protagonismo. Forse la parte più riuscita è la resa del peso che Maria Cristina porta sia della bellezza che della carica e della inadeguatezza in cui si riconosce, a volte in cui è indotta a riconoscersi da giudizi carpiti qui e là, come dalla povera segretaria, tanto efficiente quanto bistrattata.
L’andamento diventa quello di un giallo, quando dal passato di Maria Cristina esce un video che potrebbe compromettere la carriera del marito e la sua immagine. L’amico che ha questo video passa, da un capitolo all’altro, da potenziale persecutore a potenziale alleato, e risulta sempre credibile in una veste e nell’altra: e questo è un altro merito del romanzo di Ammaniti.
Quindi, una lettura gradevole e a tratti divertente.
A tratti anche fortemente irritante, come nelle scene di sesso – ben scritte, per carità – ma del tutto fuori luogo e almeno una, il medico provolone, del tutto inzeppate a forza nella storia: l’unico richiamo è che la corporatura di un ministro belga le richiama quella del porcone.
Finale da finale di serie televisiva, a sviluppare la quale, diceva una mia amica a cui il libro proprio non è piaciuto, il racconto è, forse, destinato.
Il sospetto che l’autore di “Come dio comanda”, di “Ti prendo e ti porto via” e di “Io non ho paura”, dovesse adempiere a un obbligo contrattuale – editoriale si fa purtroppo strada.
Spero che per il prossimo cambi totalmente genere, come ha dimostrato di saper fare, ed esca dalla insopportabile quotidianità dei personaggi della Roma nord, per i quali “Che la festa cominci” va considerato un funerale definitivo.

Questa bruma insensata

Ne avevo letto recensioni che andavano dallo straordinario al finalmente un romanzo originale, e così l’ho comprato.Due fratelli, uno ha scritto in patria romanzi da buttare ma è diventato invece famoso quando è andato negli Usa e ha cambiato registro, sopratutto perchè si avvale di una quantità di citazioni che gli fornisce il fratello rimasto dove sono nati.

Poteva essere una bella storia, se una storia ci fosse. Invece, è tutto un argomentare iperletterario, con il solo trucchetto dei due fratelli che non si incontrano mai e insomma una noia mortale.

Sono 207 pagine, l’ho lasciato prima di pagina 100.

Mi sono confermato nell’opinione che i critici, letterari e cinematografici, hanno un’indulgenza esagerata quando il romanzo o il film ha per sfondo il loro stesso mondo: apprezzano così tanto queste opere mediocri solo perchè trovano qualcosa in cui riconoscersi come tribù.

Per me, da evitare.

Il Colibrì

Di Veronesi mi piacque molto “Caos calmo”, poi rimasi deluso da “Terre rare”.
Mi ha convinto a comprare “Colibrì”, anche prima di ricevere qualche commento di lettori che considero affidabili, la recensione su Internazionale di Goffredo Fofi, notoriamente poco incline agli entusiasmi.Perciò avevo forse maturato aspettative eccessive, da qui una parziale delusione; comunque, sia chiaro che ho letto volentieri e che ne è valsa la pena.

L’ho trovato tuttavia a tratti faticoso, per i troppi piani relazionali che si alternano e impongono al lettore di ricentrarsi, quasi a ogni capitolo.Si passa dalla strana relazione del protagonista, Marco, con lo psicoanalista della moglie (no spoiler: è proprio l’inizio), alla famiglia di origine, ai rapporti tra fratelli e sorelle, all’amore epistolare con Luisa, alle lettere senza risposta al fratello Giacomo, alla famiglia che Marco ha costruito e, infine, alla straordinaria nipote Miraijin, figlia della figlia, che vuole rappresentare “l’uomo del futuro” e alla quale vengono attribuite qualità straordinarie, in un salto futuribile, al limite della fantascienza, che mi è sembrato un po’ giustapposto alla storia.

La terza persona si alterna alle prime persone di chi scrive le lettere: Marco a Luisa, Marco a Giacomo, Luisa a Marco. Non è sempre facile districarsi, anche per l’alternarsi continuo dei piani temporali.

Marco, per essere un protagonista, ha una caratteristica particolare, almeno nella mia lettura: sembra illuminare più i personaggi con i quali viene in contatto che se stesso. Il che sembra coerente con il fatto che a un certo punto la sua ragione di vita diventa la nipote dalle qualità non comuni: forse il tema centrale del libro è proprio il farsi da parte di una generazione perdente, verso la quale tuttavia non manca indulgenza.

Muoiono tanti personaggi, in questo libro, ma non mi sono mai sentito “toccato” dagli eventi: una certa superiore leggerezza di chi scrive sembra aleggiare sulle circostanze più drammatiche e attenuarle anche oltre, forse, la volontà dell’autore. Non lo considero un difetto, semmai la cifra stilistica che rende riconoscibile lo scrittore Veronesi.

A tratti, ho avuto l’impressione che la “costruzione” abbia prevalso sul sentimento, che pure si sente.

Sento nostalgia per i romanzi scritti nel rispetto della cronologia dei fatti, chissà se il prossimo…

BIANCO

Bret Easton Ellis è diventato famoso a poco più di vent’anni con American Psycho, che considero uno dei migliori romanzi che ho letto. Ne ricordo pagine deliziose su questi ragazzi strapieni di soldi che confrontano di chi sia il biglietto da visita più bello, quello con il tono perlato più azzeccato. E che ci “soffrono”, se non è il loro.

Questo non è un romanzo. Sono una serie di saggi che partono dall’esperienza personale dell’autore per smontare tutto il politically correct possibile, in nome dell’autenticità del proprio sentire, anche quando può risultare sgradevole agli altri.

Direi che B.E.E. porta all’estremo l’aspirazione, che dovrebbe essere di tutti, all’autenticità, nel senso che non solo se parla dice quello che effettivamente sente – e fin qui ci saremmo – ma che lo fa senza quasi porsi limiti, e cioè dice tendenzialmente SEMPRE che cosa pensa.

A volte tradisce confidenze, mette a disagio cari amici, eccetera.

Mettiamo pure che ha una condizione sociale che glielo permette, anche se questo non è sempre vero, perchè per quanto tu sia ricco se poi ti perdi gli affetti e le relazioni poco ti resta.

Sono descritte beffe divertenti, come un articolo per Vanity Fair, commissionato per individuare i posti fichi per i giovani di L.A., dove B.E.E. descrive una serie di posti scelti totalmente a caso che poi diventano posti fichissimi.

C’è poi la parte della comunità gay – B.E.E. è gay – in cui a quanto pare vigono regole rigide circa che cosa si può o non si può dire. Le osservazioni che fa le estende al mondo dei social, e alla terribile tendenza ai reputation managers, gente che viene retribuita per creare un’identità “relazionabile”.

Quando parla di Sinatra, delle sue innumerevoli cadute e ritorni, B.E.E. si rende conto che oggi non sarebbe più possibile, perchè oggi qualsiasi passo falso diventa uno stigma per la vita; e qui tutta la vicenda “Me Too” e i crociati anti Trump che hanno cancellato dai loro contatti chiunque abbia espresso il minimo dubbio sul dover essere anti Trump.

Insomma, B.E.E. non dev’essere uno proprio simpatico e non dev’essere facile stargli vicino o essergli amico, ma queste pagine sono un concentrato di intelligenza e di libertà di giudizio: tanto di cappello.E la scrittura è sempre superba.