Cuore di tenebra

Uno di quei libri presi e lasciati più volte, finchè non arriva il momento giusto e allora se ne può assaporare il gusto, uno di quei gusti che non accettano aggettivi qualificativi.

Marlow è il comandante di un battello che risale il fiume e porta il Direttore a incontrare Kurtz, che manda tanto avorio ma di cui la Compagnia non è contenta perchè è uscito dai sentieri della giusta politica.

Riassunto così: che banalità.

Ma questa è la storia.

Storia che in un qualsiasi corso di scrittura sarebbe inesorabilmente bocciata perchè piena di incoerenze, salti logici, enfasi poste sui particolari più insignificanti e irritanti en passant nei punti che ci aspettiamo intensi.

“Molto piacere” dice Kurtz a Marlow quando finalmente si incontrano.
Tutto qui.

Kurtz è il protagonista atteso per due terzi del libro – circa 110 pagine in tutto – e quando finalmente appare, malato, è solo la sua voce profonda a ricordarcene la grandezza continuamente annunciata senza mai che se ne spieghino le ragioni.

Mi ha fatto pensare a una specie di Lawrence d’Arabia ma pro domo sua, senza la visione imperiale del colonialista inglese.

Impossibile, durante la lettura, sottrarsi alle immagini di Apocalypse now, mentre Peter O’ Toole e Marlon Brando si sovrappongono.

Marlow vuole uccidere Kurtz e lo ama, ama quella primordialità dell’essere che gli ha permesso di essere adorato come un dio dai selvaggi – Conrad non concede niente ai sensi di colpa occidentali ed è tuttavia consapevole, anche se a fatica, che forse quelle ombre che scagliano lance e frecce dalle sponde potrebbero anche loro essere considerati umani.

Una lettura come nessun’altra, negli abissi dell’anima, dalla quale difficilmente si può uscire come ci siamo entrati.

Una risata nel buio

Di Nabokov avevo letto (e riletto) soltanto “Lolita”.
Mentre leggevo “Una risata nel buio” mi chiedevo se fosse stato scritto prima o dopo “Lolita” e se non fosse una sua ossessione quella dell’uomo maturo che perde la testa per – o si fa intortare da: siamo sempre sul limite – una giovanissima.

Ho poi verificato che “Una risata nel buio” è stato scritto vent’anni prima di “Lolita”, e quindi penso lo si possa considerare una specie di prova generale, per i tantissimi punti di contatto che ci sono fra i due romanzi.

È un libro godibile, crudele al punto giusto, mai giudicante nè moralista, con uno sguardo sardonico di fondo che strappa più di un sorriso durante la lettura.
Penso che cercherò altro di Nabokov, magari con un tema di fondo diverso da questo tipo di relazione.

La citazione che segue la dedico agli amanti delle spiegazioni (ci avete fatto caso: funzionano sempre!) basate sulle imperscrutabili volontà dell’Universo:
“𝑈𝑛 𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑢𝑛 𝑔𝑒𝑚𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑎𝑚𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑎𝑙𝑡𝑜 𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑡’𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑝𝑜, 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒𝑠𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜, 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑣𝑒𝑛𝑒𝑟𝑑𝑖̀, 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑜̀ 𝑢𝑛 𝑔𝑟𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑝𝑒𝑠𝑐𝑒… 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑎𝑙 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑜̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑑𝑖𝑎𝑚𝑎𝑛𝑡𝑒. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒 𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑐𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑒.”

I CONVITATI DI PIETRA

Di Michele Mari avevo letto un altro romanzo, allora consigliatomi da un libraio “per la scrittura”. Non ne ricordo il titolo, ricordo che lo trovai illeggibile e lo lasciai.

Ci ho voluto riprovare con “I convitati di pietra”, attratto sopratutto dalla storia di questi trenta compagni di liceo che, un anno dopo la maturità, mettono in piedi una riffa / scommessa consistente nel versare ogni anno, ciascuno, nel ritrovarsi per la rimpatriata, un importo consistente, da investire e far fruttare, con lo scopo di versare alla fine il capitale agli ultimi tre che saranno rimasti vivi.

Pessimo, vero?

Già.

E infatti Michele Mari si diverte perfidamente a esplorare le tante varianti – la maggior parte davvero malvage, alcune, poche, anche generose – nella quali questa scommessa si può declinare nel tempo, mentre dai vent’anni iniziali si passa alle successive fasi della vita, fino alla vecchiaia avanzatissima.

Intanto, a mano a mano qualcuno muore, e naturalmente ogni evento suscita riflessioni sul significato dell’impianto che hanno messo sù.

Muoiono per le cause e nelle circostanze più diverse: non dirò quali, lascio a chi legge di immaginarle e di trovarne riscontro.

La scrittura è davvero sublime, pur nella ricercatezza però mai affettata.

A metà circa della lettura la mia sensazione principale era che Mari odiasse i suoi personaggi e che li dipingesse, senza nemmeno bisogno di attingere alla vera cattiveria, al loro peggio.

Una particolarità della quale non ho davvero colto il senso sono i precisi (suppongo: non ho controllato) indirizzi delle abitazioni, delle chiese dove si svolgono i funerali e tanti altri particolari del tutto inessenziali alla narrazione.

Un altro tema che ricorre, e questo nella narrazione almeno un senso ce l’ha, è la passione di uno dei protagonisti per Gene Hackman, attore che ho sempre amato, ma anche le continue elencazioni dei film ai quali ha partecipato mi sono arrivate come pesantezza inutile.

Sono centocinquantasei pagine: il sospetto che l’editore gli abbia chiesto di arrivare almeno a centocinquanta è duro da scacciare, considerato che indirizzi e titoli di film mi hanno dato la spiacevole impressione di fungere da riempitivo.

Credo che il romanzo possa accogliere diversi piani di lettura e questo è sempre un pregio.

Quello che alla fine mi è sembrato avere più significato è la consapevolezza dell’avvicinarsi della fine e la voglia di arrivarci, dopo la vita di bassezze dei personaggi di questo romanzo, con la particolare e inedita tenerezza che emerge, per me inaspettata e lo stesso non contraddittoria rispetto all’andamento generale, dalle ultime pagine.

Ne ho goduto per tutto il tempo della lettura. Non è poco, direi.

LO STRANIERO

Uno di quei classici della letteratura il cui titolo resta in un grumo di sinapsi da qualche parte finchè capita l’occasione, spesso casuale, che stavolta è stata l’associazione con il recente film, che peraltro non ho visto.
Mi si è associato anche a Tempo di uccidere di Flaiano, per l’estraneità di entrambi i protagonisti al mondo che li circonda e che sentono alieno, nell’insensatezza dello starci: “gettati”, direbbe Heidegger.

Forse “L’estraneo” mi sarebbe sembrato un titolo più adeguato.
La storia racconta del protagonista che passa dalla morte della madre a uccidere senza motivo – “è stato il sole negli occhi”, risponderà al processo – un arabo sulla spiaggia.
Siamo nell’Algeria colonia francese e credo sbagli di grosso chi ci ha visto istanze politiche, quando l’unico tema è quello dell’estraneità al mondo dell’essere umano, per quanto sollecitato da ogni parte – il poliziotto, il giudice, il cappellano – a cercarsi dentro ragioni del proprio modo di stare al mondo.

Tutt’altro che consolatorio, cattura in modo stranamente magnetico.
Interessante anche l’introduzione di Saviano che, come sempre faccio, ho letto dopo il romanzo.
Da leggere assolutamente.

IL CUSTODE

Centosessanta pagine ben scritte – per carità, la scrittura di Ammaniti non la discuto – per una storiella che potrebbe essere uscita da un lavoro di gruppo, con il sostegno di AI per i riferimenti mitologici, di una buona terzo liceo classico.

Dispiaciuto di non poterne dire bene, perchè Che la festa cominci mi ha fatto ridere come pochi e Come dio comanda era un gran bel romanzo ma, dopo aver aspettato anni per una nuova opera e aver fatto stampare questa, temo di dover concludere che il mestiere è rimasto ma l’ispirazione si è proprio spenta.

Qui siamo alle prese con una vicenda fanta-mitologica che delle tipicità di Ammaniti ha l’esistenza di qualcuno in qualche modo “costretto” e qualche catastrofe finale, ma che non riesce a decollare, con personaggi azzeppati e senza spessore.
Peccato, davvero peccato

QUELLO CHE POSSIAMO SAPERE


Per la prima volta, nel leggere un romanzo di McEwan – e credo di averli letti tutti – dopo centocinquanta pagine mi sono chiesto se valesse la pena proseguire.
Anticipo la risposta: sì, ne vale la pena e come!

Anche se con almeno un fattore critico importante, e cioè che lo svolgersi degli avvenimenti iniziali nel mondo futuro del 2120 risulta un mero pretesto per fornirci la previsione dell’autore sui disastri che si dispiegheranno nei prossimi cento anni.
Pretesto: perchè, se avesse collocato nell’oggi i ricercatori della grande poesia del grande poeta e arretrato di forse vent’anni gli eventi oggetto di ricerca il romanzo sarebbe stato ottimamente in piedi lo stesso.

Dunque, la nostra coppia di accademici è alla ricerca di tracce documentali sulla straordinaria poesia della quale si dice esistesse una sola copia.
Poesia forse d’amore forse intrecciata a istanze ecologiche che fu ascoltata soltanto dai pochi invitati alla festa di compleanno della moglie del grande poeta.
Tutta la prima parte, perciò, sta nei tentativi di ricostruzione degli eventi intorno a quel compleanno, a quelle relazioni e nella strenua ricerca di tracce per ritrovare il testo dell’opera fondamentale. Tutto ciò mentre si snodano le vite dei ricercatori fra le loro relazioni complicate ed è qui, nella descrizione degli intrecci e degli altri e bassi emotivi dei personaggi e nelle loro giravolte valoriali, che McEwan dà il meglio di sè.

Il meglio di sè che sale addirittura di livello quando, nelle ultime centocinquanta pagine, la storia faticosamente ricostruita del grande poeta e della moglie e dei loro amici ci viene raccontata in modo piano, dove a confermare dove a smentire le ipotesi e le ricostruzioni fatte all’inizio.

Il finale sarà sorprendente, dopo che i vari personaggi si saranno espressi al massimo della loro umanità così insopportabilmente contraddittoria, e forse per questo così, umanamente, preziosa e squallida.
Da leggere.

A volte un bacio


Walter Lazzarin, “Scrittore per strada”, incontrato a Roma, a Largo di Torre Argentina, qui ripreso mentre recita un divertentissimo tautogramma (*) che mi ha regalato poi in un foglietto, mentre mi scrive una dedica sul suo romanzo “a volte un bacio” che ho comprato, che dalle prime pagine “si fa leggere”, poi ne dirò meglio.

Ha 40 anni, da mesi gira l’Italia così.

Mi ha fatto ripensare a un meraviglioso libretto, Scrivere zen, mi pare Astrolobio, pieno di invenzioni di questo genere e che consiglio a chiunque non si ritenga già uno scrittore affermato.

Qualcuno si chiede se si può vivere di scrittura, ecco, pare che Walter ce l’abbia fatta.

(*) Il tautogramma, l’ho imparato in questa circostanza, è un racconto o poesia scritto con parole che cominciano tutte con la stessa lettera.

Separatore1

Butcher’s crossing


Letto solo perchè dello stesso autore di “Stoner” e perchè consigliato da Mario Santamaria, è uno di quei libri ai quali, al solo leggere il risvolto di copertina, non mi sarei mai avvicinato, chè figuriamoci che me ne può fregare di quattro uomini che, intorno al 1870, partono alla ricerca di una valle dove uno dei quattro, forse dieci anni prima, ha trovato una enorme mandria di bisonti.

Invece John Williams è di quegli autori che, come in Stoner, con l’incedere piano della sua scrittura, ti appassiona e ti tiene con il fiato sospeso ad aspettare se troveranno questa valle, che faranno dopo averla trovata, come se la caveranno di fronte alle mille difficoltà che una natura ancora non domata dall’incedere della ferrovia li costringe ad affrontare.

Gli snodi drammatici arrivano senza bisogno di grande preparazione, tu che leggi sai che arriveranno, puoi anche intuire quali saranno ma fino alla fine non ci vuoi credere e ti aspetti di incontrare l’espediente letterario, lo svincolo geniale e, quando saranno la natura, le conseguenze dell’avidità e il mercato che improvvisamente si gira ad averla vinta, cercherai ancora la trovata che dia una via di uscita dignitosa a questi quattro uomini puzzolenti, determinati e coraggiosi.

Se ci saranno, vie di uscita, non lo dico certo qui.

Non che potrei rovinarvi le sorprese, perchè trovarsi a stare in contatto con un mondo sconosciuto, tutto diverso dalle tante epopee viste al cinema, a sentirne gli odori, a soffrirne il caldo e il freddo, è privilegio sufficiente, di quelli che solo i grandi scrittori sono in grado di trasmettere.

A proposito di niente

Quattrocento pagine di autobiografia che vanno dagli inizi – quindicenne – come scrittore di battute vendute a una società di promozione che li attribuiva a personaggi famosi della politica, dello sport, dello spettacolo fino agli ultimi film.

Mi ha fatto venire voglia di recuperare i pochi film che non ho visto e di rivedere i tanti che ho visto. Sono tutti, senza eccezione alcuna, film che è valsa la pena vedere e non ce n’è uno che non offra, oltre al divertimento, qualche spunto di riflessione esistenziale, ottima musica classica e citazioni colte anche se buttate là come se non lo fossero. Autobiografia più film restituiscono una persona che ha capito come funziona il mondo, che soffre delle ingiustizie ma non se ne meraviglia, così come non si meraviglia delle giravolte sentimentali di noi umani e che attribuisce al caso il principale peso di ciò che viviamo.

In mezzo, anche qualcosa sulla vita privata e sulle accuse che ha subito. Non c’è niente di pruriginoso, preferisco affidarmi alla riconstruzione che ne ha fatto “Il Post”. https://www.ilpost.it/…/woody-allen-accuse-violenze…/

Da parte mia trovo ignobile che l’editore Usa abbia rinunciato alla pubblicazione di questo libro così come il boicotaggio degli ultimi film e mi limito a due osservazioni: il matrimonio in corso dura da venticinque anni, alla coppia sono state date due bambine in adozione.

Nel libro sono citati credo tutti coloro che, nelle posizioni più diverse, lo hanno accompagnato nella lunga vita professionale e per ciascuno c’è almeno una parola di apprezzamento.
Tanti elogi anche per gli attori e le attrici: più d’una ha vinto Oscar con i suoi film e molte sono state candidate. I film corrispondono al personaggio che emerge dal libro: pieno di paure e ossessioni e tuttavia con una voglia di vivere smisurata – “io sono contrario alla morte” – che si realizza negli affetti quotidiani e nella produzione di sceneggiature – tutti i film sono “scritto e diretto da Woody Allen” – e regie dove è facile immaginare che rielabori fantasie e vissuti propri e di chi gli sta intorno.

Credo sia sincero quando, in conclusione, scrive “ho avuto milioni per fare film in totale libertà, e non ho mai girato un capolavoro”. Lo posso condividere: nessuno dei suoi film, da solo, è un capolavoro. Ma nessun regista al mondo ha girato più di cinquanta film – una media di uno all’anno – che vale la pena vedere, senza eccezioni.

Il finale di “Basta che funzioni”:

“Qualunque amore riusciate a dare e ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia: basta che funzioni. E non vi illudete.
Non dipende per niente dal vostro ingegno umano. Più di quanto non vogliate accettare, è la fortuna a governarvi: quante erano le probabilità che uno spermatozoo di vostro padre tra miliardi trovasse il singolo uovo che vi ha fatto? Non ci pensate, sennò vi viene un attacco di panico.“

Almeno una cosa (ultima pagina del libro) ce l’ho in comune con Woody Allen: “Il mio eroe preferito? Il cavaliere della valle solitaria”

Ogni coincidenza ha un’anima

Il protagonista si è inventato un lavoro che a quanto pare gli funziona: ascolta i bisogni di persone che gli si rivolgono e prescrive loro libri.

Arriva la figlia di un grande intellettuale, malato ora di alzheimer, gli chiede di capire, in base a pochissimi indizi lasciati dal padre, di quale libro possa trattarsi.

L’impresa sembra impossibile, ma il nostro è sagace e fortunato.

Se troverà il libro ed eventualmente come utilizzerà il ritrovamento o il non ritrovamento non lo scrivo, perchè è questo il filo, tenue ma bel sviluppato, delle duecento cinquanta pagine – quelle piccole formato Sellerio – del libro.

I personaggi che si alternano nello studio del biblioterapeuta servono a intervallare la storia principale che altrimenti sarebbe poca cosa; sono ben descritti, vivaci, ma del tutto inessenziali alla storia e un po’ fastidiosamente orientati a farci sapere come la pensa l’autore del mondo.

Anche i tanti libri citati – ce ne viene offerto l’elenco in appendice – mi hanno dato l’impressione che l’autore si sia messo davanti alla sua biblioteca e abbia scelto ciò di cui gli piaceva scrivere.

La storia è comunque gradevole e molto ben scritta, scivola via leggera con un finale grazioso e inesorabilmente political correct.