L’angoscia del re Salomone

Questo romanzo, come il precedente “La vita davanti a sè“, uscì firmato da Emile Ajar. Con questo stratagemma Roman Gary vinse per due volte – il regolamento lo avrebbe vietato – il premio Goncourt. Si dev’essere divertito un sacco, visto che il segreto è riuscito a portarselo nella tomba.

Come nel precedente, il protagonista è un outsider, che parla una lingua tutta sua con la quale pronuncia inconsuete verità:
Jeannot è stato ingaggiato da Salomon, un vecchio di ottantacinque anni, ricco di trascorsi industriali, come tutto fare; Salomon sostiene un centro – una sorta di telefono amico – e qualche volta è lui stesso, la notte, a rispondere alle telefonate dei disperati, perchè, dice Jeannot, “la notte si sente maggiormente angosciato e appunto quando è più solo ha bisogno di qualcuno che abbia bisogno di lui.”

Sembra aver imparato la lezione che Salomon gli ha dato quando si sono conosciuti: “… che si sono sempre sentiti sfigati e respinti e che si rifanno diventando psichiatri e si occupano dei giovani drogati e dei poveri disgraziati e si sentono importanti e sono molto ricercati e circondati da ammirazione…“

La vicenda centrale è tuttavia una triangolazione che si snoda, con la mediazione del centro di assistenza telefonica, fra Salomon, Jeannot e Cora, una anziana cantante che ha avuto un breve momento di gloria negli anni della guerra.

Scopriremo strada facendo perchè Cora non ha potuto proseguire una carriera che sarebbe potuta essere importante, scopriremo quale relazione c’è stata fra Salomon e Cora, quali segreti nasconde, vedremo quali saranno i modi, in parte casuali, in parte orientati, con i quali Jeannot e Cora si avvicineranno. Un libro delizioso.

Questa è l’acqua

Mi rendo conto, a distanza di una decina di giorni da quando ho finito di leggerli, che di nessuno ricordo la trama.

Di tutti ricordo i personaggi, le atmosfere, le situazioni.

I racconti di David Foster Wallace una trama ce l’hanno: è che a me è rimasto impresso altro: una scrittura movimentata, allusiva e descrittiva insieme. Con tutta la gamma dall’ironia al sarcasmo.

Ecco qua: “Onassis, sul suo yacht …. rimugina davanti a un succo di sedano nell’angolo bar, seduto su uno sgabello di teak. Il sedile dello sgabello e la superficie del bancone sono rivestiti di raffinatissima pelle grigiazzurra ricavata dallo scroto di capodoglio sotto la supervisione personale della signora O. Onassis gira i cubetti di ghiaccio con il grosso dito.”

Da rileggere, prima o poi.
APPREZZABILE

La vita è altrove

Un romanzo che segue la breve vita di Jaromil, il poeta convinto di essere capace di costruire una coerenza fra il lirico e il rivoluzionario, nella Praga degli anni quaranta, mentre si afferma il “socialismo” di marca sovietica.

Le donne di Jaromil, con l’eccezione della madre, non hanno un nome: sono la rossa, la cineasta. Anche gli uomini è più facile ricordarli come il pittore, il poeta sessantenne, il poliziotto figlio del bidello, e alla fine, per il lettore, Jaromil sarà solo “il poeta”.

Sono “tipi” non tanto dell’epoca quanto dell’umanità, maschere a contorno di una vita di quelle – come, forse, sono un po’ tutte le nostre vite – che si vogliono gloriose e che, se non ci fossero state, nessuno se ne sarebbe accorto, se uno scrittore non avesse deciso di scriverne in un romanzo.

D’altra parte, se “…l’uomo non può in alcun modo saltar fuori dalla propria vita, il romanzo è molto più libero.”

Negli ultimi due capitoli il punto di vista sui personaggi cambia, eppure li riconosciamo tutti, nelle ultime pagine feroci e tenerissime.

Come tutto Kundera.

La sovrana lettrice

Grande preoccupazione a corte: la regina, vicina agli ottanta, ha cominciato a leggere libri!

Non che questo la distolga da suoi doveri, non che la induca a comportamenti inappropriati, tuttavia, nell’entourage, cercano rimedi.

Ne trovano di provvisori, come far scomparire qualche addetto a cui la regina si è forse affezionata, anche se la sua regale posizione non le permette nemmeno di cercarlo.

Il primo ministro si tranquillizza e immediatamente dopo si turba quando la regina fa sapere, in occasione della festa per gli ottanta, che ha intenzione di passare dalla lettura alla scrittura: non di viaggi, nè di un memoire, forse di un saggio e, chi lo sa, forse di un romanzo, perchè no.

Il primo ministro è sbiancato, e non ha ancora letto l’ultima riga di queste deliziose cento pagine di Alan Bennet, sempre soave e pungente.

Il decoro

Lo stato di totale smarrimento di un gruppo di amici newyorkesi, intellettuali più che benestanti anche se non straricchi, dopo la vittoria di Trump.

IL VECCHIO AL MARE

Nicola se ne sta tranquillo al mare di ottobre, con il suo taccuino e la sua matita, e piano piano la spiaggia si popola di personaggi che, ciascuno a suo modo, attirano o chiedono la sua attenzione.
Il cercatore di tesori con il suo metal detector autocostruito, Lu, la giovane canoista che Nicola seguirà fino alla boutique dove lavora come commessa e che gli farà conoscere Eveline, la proprietaria, una bella signora sessantenne che ospiterà il nostro protagonista in un memorabile pomeriggio di chiacchiere fra signore che si provano questo e quel modello.

Lu è anche l’aggancio per il negozio di sport dove Nicola comprerà un kajak, solo per avere l’occasione di farsi insegnare a pagaiare da Lu, alla quale regala, peraltro con grande discrezione, abiti, con la scusa di farglieli provare per una sua parente indeterminata.
Una specie di seduzione che sa destinata all’impossibile e che tuttavia ha voglia di sperimentare, con leggerezza.

La figura della madre di Nicola, che funziona da paradigma per tutte le donne che sta incontrando in questo ottobre e per tutte le donne della sua vita che volta a volta ricorda, a me è sembrato un inutile espedente narrativo: le teoria di donne delle passioni passate e delle illusioni presenti credo sarebbe stata più che sufficiente a rendere al lettore la stagione del protagonista.
Il quale qui e là ci ricorda di essere stato uno scrittore – all’inizio qualcuno azzarda che sia stato un magistrato e Nicola glielo fa credere – e, da bravo scrittore, si scusa con il lettore per dovergli raccontare, solo nelle ultime pagine, il motivo per il quale se ne sta al mare proprio a ottobre, ma le regole del romanzo vanno rispettate.
Una bella scrittura che è piacevole scorrere.

Non dev’essere per caso che l’ho letto in fila con “Baumgartner” di Paul Auster: Paul Auster è morto poco dopo averlo scritto, Domenico Starnone è ben vivo, entrambi hanno scritto nel momento in cui le esistenze vanno a sfumare, e mi ha fatto piacere cogliere, da entrambi, con le ovvie differenze di stile e personalità, quel senso di incompiutezza di chi sa che ha fatto bene e che avrebbe potuto fare anche meglio e quindi non si accontenta.
Mi viene spontaneo il paragone – non che si debba scegliere, per carità – con il Philip Roth invece incazzoso e avvelenato fino all’ultimo.

IL PASSEGGERO

Le prime dieci pagine, scritte in corsivo, vanno lette con molta attenzione, perchè contengono, non facili da individuare, un paio di informazioni importanti.
Le sono andate a rileggere, dopo aver finito “Il passeggero”, per togliermi lo scrupolo di essere stato un lettore disattento che non ha capito perchè è stato negligente.
In effetti, nel rileggerle, qualcosa in più mi è arrivata, ma niente che fornisse una qualche chiave di lettura.

L’inizio, dopo le pagine in corsivo, è davvero appassionante, nella descrizione di questi tre palombari che entrano in un aereo misteriosamente inabissatosi in mare e ci trovano dentro nove passeggeri in assetto del tutto improbabile.
Dunque, misteri su misteri, a cui si aggiunge il mistero di un decimo passeggero che ci sarebbe dovuto essere ma non c’era.
Da qui in poi è tutto un peregrinare di Western, il protagonista, uno dei sommozzatori, che incontra amici, amiche, vecchi amici, vecchie amiche, governativi che sono convinti nasconda qualcosa, un tipo che gli consiglia di sparire.
Seguiamo Western qui e là, casualmente, per lo più in luoghi solitari, come se gli mancasse l’atmosfera de “La strada”.

In parallelo, corsivo, la malattia mentale della sorella, suicida (no spoiler: prima pagina), di cui Western è (forse) stato innamorato.
Essere figli di uno scienziato che ha partecipato al progetto Manhattan offre l’unica chiave di lettura che trovo plausibile (e del tutto insufficiente all’insieme): “questo mondo fa schifo e le colpe di vostro padre ve le beccate voi anche se non c’entrate”.
La scrittura è sontuosa, pure troppo, con pagine proprio difficili da seguire.
Il meglio sono i dialoghi, sempre ficcanti, tesi, brillanti, che coprono credo la parte prevalente delle 370 pagine.

Hanno, tuttavia, i dialoghi, un difetto grande: i personaggi parlano tutti allo stesso modo; Western ne incontra tanti, molto diversi fra di loro, ma quando si parlano sembra che stia parlando sempre con lo stesso interlocutore, che sia un ubriaco, un amico morente, un agente federale, una ex fidanzata, un transgender, un avvocato.
A mano a mano che diminuivano le pagine da leggere e che insieme calava l”aspettativa di una spiegazione, di una chiave di lettura, cresceva la mia irritazione, che è rimasta la sensazione principale, a lettura conclusa.

Grande scrittore, certo, ma per questo “Il passeggero” mi spiace dover concludere che la presunzione abbia prevalso.
Ho provato, non so con quanto successo, a farmelo restare simpatico immaginandolo che, a 90 anni – è morto poco dopo – se ne sia voluto altamente fregare, della serie “ormai faccio come mi pare, che cazzo volete da me?”.
Da leggere.

LEZIONI


Amo McEwan, ogni anno mi aspetto che gli assegnino il Nobel, ne ho letto credo tutto, non tutti i romanzi mi sono piaciuti allo stesso modo ma tutti è valsa la pena leggerli.
Questo “Lezioni” parte alla grande, trasmette con estrema delicatezza – sono le primissime pagine, non svelo niente – le attenzioni erotiche della maestra di piano venticinquenne verso un bambino undicenne.
Ronald, il bambino in questione, è il protagonista di questo romanzo, che attraversa la storia del novecento fino ai giorni nostri.

Non è un romanzo storico, i personaggi vivono le loro vite, i loro amori, le loro difficoltà come vite di persone normali, che si sono trovate a entrare in contatto con la miseria della Berlino Est e poi con l’esplosione di gioia dell’abbattimento del muro.
L’episodio iniziale, e i seguiti, non avranno, a differenza di quanto ci si può aspettare, grandi impatti sulla vita di Ronald, che ci viene raccontata mentre si svolge tutto sommato piana.
La bravura di McEwan sta nella preparazione degli “incontri”.

Non posso dire qui per non svelare troppo, ma tutto sembra costruito in crescendi che sfociano in incontri chiave.
Ma le piste sono parallele, perciò immaginiamo una melodia A che l’orchestra porta, con tutte le variazioni necessarie, in crescendo, per poi passare alla melodia B e, quando anche la melodia B è cresciuta e sembra stia per risolversi, l’orchestra torna alla melodia A e ne offre la risoluzione: l’incontro, appunto.
Non è mai una risoluzione a suon di grancassa con tutti i fiati e i legni dentro, sono sempre violoncelli e clarini ad accompagnarci, senza che questo mitighi la forza delle passioni in gioco.

Tuttavia si tratta di 561 pagine, che ho letto tutte volentieri perchè è la scrittura di McEwan, ma ho maledetto l’editor che non si è imposto per tagliarne almeno, a occhio, centocinquanta. Pagine e pagine sui chi sono e che amici hanno i genitori di Ronald e quelli della sue compagne e gli ex di ciascuno e così via, che mi sono arrivati come riempitivi del tutto inutili alla storia. Se non, forse, per prolungare l’attesa per gli INCONTRI.

A un certo punto, verso la fine, lo posso dire perchè è del tutto ininfluente, si viene a sapere che X ha un fratello che non sapeva di avere, questo fratello entra in scena e non cambia niente dei contesti in cui si introduce, ma perchè queste venti (?) pagine del tutto inutili?
Credo di aver esagerato con la parte critica, spinto dall’aspettativa verso un autore che davvero amo.
Da leggere. Comunque da leggere

LA CITTÀ DELLA VITTORIA

Il romanzo è interamente ambientato nella terra natia dell’autore, l’India.
Oltre a ciò è ispirato a storie e mitologie locali, i cui i molteplici elementi fiabeschi sono ancorati a fatti storici realmente accaduti tra il XIV e il XVII secolo, al tempo, cioè, dell’impero di Vijayanagar, la città della vittoria, in sanscrito, che si estendeva su larga parte dell’India meridionale e sull’altopiano del Deccan.

Questa volta non svelo i particolari e i protagonisti: il romanzo è tutto da scoprire !

Dico soltanto che Salman Rushdie è proprio forte,
Da leggere.

TASMANIA


Tasmania, l’isola grande circa tre volte la Sicilia, a sud est dell’Australia, è dove l’amico premio Nobel che si occupa di clima e nuvole gli suggerirebbe di rifugiarsi quando il peggioramento di un mondo dove “da una parte si muore di sete e dall’altra si annega” sarà evidente a tutti.
Il protagonista si chiama con le stesse iniziali dell’autore, P.G, è un fisico, scrive per il Corriere della sera, insomma l’identificazione autore / protagonista è stimolata con chiarezza. Questa immedesimazione sottintesa, anche se l’intimità non è mai esibita, e tuttavia è esposta, mi ha trasmesso un senso di irrimediabile fastidio quando non si distingue il racconto dall’autobiografia.
Il romanzo compenetra le crisi personali – del protagonista, dell’amico che non riesce a trovare un modo di rapportarsi al figlio dopo la separazione, dell’inviata di guerra cinica e disillusa, della moglie Lorenza comprensiva oltre ogni misura, dell’altro amico che aver ricevuto un premio Nobel non gli sarà sufficiente a salvarlo dalla flagellazione per aver sostenuto “scientificamente” l’inferiorità delle donne nei concorsi scientifici, il prete che si innamora – con la crisi del pianeta, e dell’umanità.
Il reportage che si è fatto assegnare – “ma perché ti ostini a scrivere di una cosa successa decenni fa di cui non importa più niente a nessuno?” – sulle bombe atomiche sganciate sul Giappone è forse il filo conduttore più denso: le due città sono state scelte perché fra quelle meno bombardate, intatte, affinché l’effetto fosse, agli occhi del mondo, il più distruttivo possibile.
“Scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere” è l’ultima frase del libro. Perciò non ho motivo di stupirmi se ho trovato Tasmania intriso di tristezza, e pure così profondo che mi sono ripromesso di rileggerlo, abbastanza a breve.