The Veil

Miniserie di spionaggio in sei episodi.

La protagonista – interpretata da Elisabeth Moss, che ho visto per la prima volta in Mad Men e poi ne Il racconto dell’ancella e anche, in una parte minore, nell’ottimo The square, e che è sempre più brava – è un’agente segreta inglese che ha la particolare capacità di entrare immediatamente in profonda empatia quasi con chiunque.

Il suo lavoro, perciò, è di capire se una donna, che vive in un campo profughi fra Siria e Turchia, è una pericolosissima terrorista dell’ISIS o una che conta poco e si è solo persa in fantasie rivoluzionarie.Il racconto si snoda fra servizi segreti francesi, CIA, terroristi che preparano un attentato micidiale, come in ogni spy story ben girata.

La (quasi) originalità sta nella relazione che si stabilisce fra le due donne, sempre sull’orlo della verità, della menzogna, dell’empatia vera o manipolatoria.

L’episodio finale ha qualche colpo di scena di troppo e qualche scarsa verosimiglianza ma la bravura della Moss, e anche della regia, ci mantiene attenti a ciò che succede come se fosse realistico.

Ne vale la pena, anche perchè in sei episodi non c’è tanta occasione di allungare il brodo come ormai tanti tendono a fare.

La donna del lago

Siamo nella Baltimora degli anni ’60, quando una relazione bianca-nero non era solo sconveniente ma era un reato per cui si andava in galera.
Per la prima parte si cerca una bambina scomparsa e, siccome è di famiglia ebrea, questo dà modo di esplorare quell’ambiente di bianchi ma, in quanto ebrei, non abbastanza bianchi.
La protagonista, un’ottima Natalie Portman, vuole svincolarsi dalla chiusura di quel mondo e diventare una giornalista il che, per una donna ebrea sposata ma che vive da sola non è per niente facile.
Nella seconda parte la storia si sposta nel mondo dei neri, dove chi la fa da padrone è il boss che gestisce la lotteria clandestina e in questo ambito viene ritrovata morta nel lago la donna del titolo.
La nostra aspirante giornalista, che a sua volta ha precedenti inconfessabili, è il collegamento fra le due storie che si intrecciano.
Le storie zoppicano abbastanza in credibilità ma le ambientazioni nella comunità ebraica e in quella nera che in qualche maniera gode della propria musica nei locali vietati ai bianchi sono il pezzo forte di questa serie.
Nel penultimo episodio la regista si monta un po’ la testa e ci molla tutta una cosa onirica piena di simbolismo che tuttavia le perdoniamo perchè il finale arriva tutto sommato accettabile, con la chiusura di tutte le sotto storie.
Se si fa attenzione, nelle primissime scene c’è una chiave di spiegazione fondamentale.
L’ho visto volentieri, nonostante qualche fatica, in certi momenti, a identificare il piano temporale.

True Detective 4

Fra i ghiacci dell’Alaska il piacere di avere come protagonista Judie Foster, con il suo bel viso che non vuole nascundere il passare degli anni.
Avevo cominciato a raccontarla tutta con l’avviso “spoiler” ma mi sono stufato perchè la vicenda è troppo arzigogolata per renderla, magari chi vuole la trova su wikipedia.
Vengono mischiati veri indizi ai quali trovare una collocazione, come in ogni giallo che si rispetti, con inverosimili simboli arcani indigeni che “risolvono” punti morti della storia.
Ci sono anche il poliziotto stronzo, il capitano che entra a fermare l’indagine sul più bello e insomma tutti gli ingredianti del genere.
Alla fine tutto viene fatto tornare con accelerazioni drammatiche del tutto inverosimili e non manca uno spiegone costituito da un mantello femminista di quelli che, buttato lì a sorprendere, ti fa rendere conto di quanto controproducente per la giusta causa siano queste forzature di sceneggiatura.
Vale la pena guardarlo solo per Judie Foster e per l’ambientazione fra i ghiacci.
Il primo True detective, con Matthew McConaughey and Woody Harrelson, è rimasto unico e inarrivato. Peccato.

Baby Reindeer

Baby Reindeer è il soprannome affettuoso che una donna di oltre 40anni, obesa, ha dato a un venticinquenne barista sfigato, fallito aspirante comico.

Lui è stato gentile con lei, lei se ne innamora pazzamente e diventa una stalker spietata.
Le prime quattro puntate descrivono molto bene il processo collusivo che porta Donny, anche dopo che ha ben capito quanto Martha sia fuori di testa, anche quando ha verificato che Martha ha un passato criminale di stalkeraggio, ad assecondarla in qualche modo, perchè anche se gli ha reso la vita impossibile tuttavia è una persona che, sia pure nel suo modo malato, tiene a lui, che è perciò continuamente lacerato fra la voglia di liberarsene e il bisogno di “ottenerne” comunque qualcosa.

Questa è la parte interessante, e ben resa, dello scambio vittima / carnefice.
Nella quinta puntata improvvisamente Martha scompare dalla scena, e vediamo una estenuante puntata di un’ora – le altre durano circa la metà – in cui Donny è alle prese con un cinquantenne famoso sceneggiatore che lo lusinga, gli promette, gli fa credere e intanto lo avvia a esperienze con droghe sempre più pesanti che piano piano portano Donny a una dipendanza anche sessuale, finchè non ne scapperà.

Il focus è perciò cambiato: non è più la collusione stalker / vittima ma è Donny comunque vittima – e comunque sempre collusiva, perchè mai davvero forzato – di chiunque gli si approcci con modalità affettive, che a quanto pare Donny non sente di meritare.
Questo cambio di prospettiva per me è una forzatura del tutto inutile all’economia del racconto che stava procedendo bene fra Martha e Donny, tanto che la fine è una catarsi banalotta, pur di tenere tutto insieme: cioè la confessione pubblica delle due storie, quella con Martha e quella con lo sceneggiatore, al momento della finale a cui è arrivato di una mediocre gara per comici emergenti.

La scena finale sembra riproporre Donny, in un bar dove arriva senza soldi, nella parte che era stata di Martha.
Peccato per il troppismo che ha avvelenato una storia che sarebbe potuta essere un gioiello.

La famiglia dei diamanti

Una bella serie che si svolge ad Anversa, nel distretto dei diamanti, fra importatori e tagliatori di diamanti. La maggior parte delle società che gestiscono questo commercio sono di proprietà di famiglie ebree ultra-ortodosse.
I Wolfson sono una di queste.
L’intreccio è tradizionale: un figlio sciamannato che si è indebitato con la mafia albanese, un figliol prodigo che torna nel momento più difficile, da qui minacce, ricatti, una poliziotta inflessibile, la politica che vuole appianare gli scandali prima possibile perchè quel commercio è troppo importante per quella città.
La parte interessante sta nell’ambientazione familiare, nell’etica degli affari rigidissima eppure continuamente violata per gli stati di necessità che si avvicendano e sovrappongono, nelle storie d’amore dove i sentimenti non possono essere mostrati e così cresce la tensione erotica, che non ha mai bisogno di essere mostrata.
In un ambiente in cui anche a un matrimonio le donne pranzano in una stanza separata e lì ballano fra di loro.
Sono queste serie, eccentriche – versione originale fra fiammingo, yiddish, inglese, francese – rispetto ai soliti Usa e pure England che ancora offrono sprazzi di originalità, quantomeno per l’ambientazione.
La storia, come dicevo, classica, e molto ben raccontata. Vale la pena vederla.

The Bad Guy

Se ci si abbandona alla storia, che ha un sapore che vira verso il grottesco, e non si pretende verosimiglianza, finora (terzo episodio su sei) è un gioiellino.
Da vedere. Luigi Lo Cascio sempre al meglio.