IL MOSTRO

Questi nella foto sono i bravissimi e a me finora sconosciuti attori protagonisti
de “Il mostro”.

Ho scelto questa immagine perchè non somigliano ai personaggi che hanno interpretato che, con l’eccezione della giudice, attraversano tutti gli spessori della bassezza umana – gli uomini, soprattutto – e della sottomissione abietta.

Gli otto duplici omicidi di giovani coppie appartate in campagna, che per anni hanno terrorizzato la Toscana, in questa serie sono in qualche modo secondari, rispetto alla efficacissima descrizione della miserabili relazioni umane sviluppate in anni in cui i panni sporchi si lavano in casa e la famiglia va protetta a ogni costo.

Non avevo seguito quelle storie perchè mai stato interessato alla cronaca nera e dunque non so bene perchè ho deciso di guardare questi quattro episodi, probabilmente per la regia di Stefano Sollima (mi vengono in mente Sicario, la prima Gomorra e Romanzo criminale). È stata un’ottima scelta: i quattro episodi, senza mai indulgere al guardonismo anche non ci vengono risparmiate efferatezze, dal mio punto di vista soprattutto ci mostrano lo spaccato, credo realistico, di un pezzo d’Italia a me sconosciuto ma non marginale.

Il più famoso Pacciani, peraltro, appare solo alla fine, e di straforo.

Da vedere, con lo stomaco a posto.

Dept.Q

Una delle migliori serie poliziesche da tanto tempo.

Inglese, naturalmente, quindi attori tutti ben recitanti e una sceneggiatura complessa ma credibile dove tutto infine va nella buca giusta.

Avviso: è richiesta a chi guarda molta attenzione, ma i tanti piani sovrapposti che NON si incontrano fanno parte del piacere di riconoscerli e di accettare che la casualità abbia una propria, legittima, forza.

Marcella

Tre stagioni di questa serie con protagonista Marcella, una bravissima detective piena di casini personali e familiari. E questo è abbastanza uno standard.

Le prime due stagioni scorrono con quella certa coerenza propria delle serie inglesi: più o meno tutti quelli che appaiono i cattivi prima o poi dimostrano quanto effettivamente lo sono, perciò poche sorprese ma una buona drammaturgia, con un finale tragico che prelude alla terza serie tutta dìversa, in Irlanda del nord.

Quest’ultima si svolge in modi del tutto improbabili, è piena di contraddizioni e fatti inspiegabili e tanti buchi di sceneggiatura, però se siamo arrivati lì ormai ci siamo affezionati a Marcella e vogliamo vedere come va a finire.

Qualche soddisfazione come spettatori ci viene data, ma come va a finire non lo dico, no.

Guardabile.

The perfect couple

Isola di ricconi, matrimonio del secondo di tre fratelli.

In primo piano i padroni di casa, Nicole Kidman e Liev Shreiber, e poi i tre fratelli, le rispettive mogli e compagne, amici e amiche, i suoceri e insomma un sacco di gente.
Alla fine della prima puntata una persona fra gli ospiti viene trovata annegata.

Perciò, situazione tipica per far emergere, durante le indagini, tresche attuali e passate, interessi, contrasti familiari, rivelazioni.

E, naturalmente, la ricerca dell’assassino/a che, come in ogni rispettabile prodotto di questo genere, ci porta a dubitare a mano a mano più o meno di tutti fino alla rivelazione finale, sorprendente per il movente, peraltro congegnato in modo da essere abbastanza sorprendente e tuttavia credibile, e che ci si può aspettare di più da un giallo?
Perciò: buon prodotto ottimamente confezionato.

Nicole Kidman brava come sempre, che riesce ad essere espressiva anche nei primi piani, ma il protagonista assoluto è Liev Shreiber, per me un gigante della recitazione misurata che dona verità ai personaggi. Lo ricordo nelle lunghe stagioni di Ray Donovan e regista di quel gioiello di “Ogni cosa è illuminata”.

The beast in me

Lei è stata la protagonista di “Homeland”, lui di “Americans”, due fra le migliori serie in assoluto, che hanno mantenuto qualità nelle almeno sei stagioni ciascuna.

In questa miniserie di otto puntate formano una coppia artistica più che all’altezza.

Lui, sopratutto, rende straordinariamente bene la duplicità del narcisista.

Anche la sceneggiatura è ben costruita e, anche se senza grandi innovazioni, si fa seguire e appassiona.

Il finale: i finali potrebbero sempre essere diversi e qui ci sarebbe stata la possibilità di spingere ancora sul tasto “nessuno è innocente”, ma alla fine non si può rimproverare a un prodotto di genere di seguire le strade classiche, compreso uno dei trucchi più abusati per dimostrare la colpevolezza di qualcuno.

In genere guardo un paio di puntate alla volta, raramente mi capita, come in questo caso, di insistere di seguito.

Da vedere.

Adolescence

Mini serie in quattro puntate di circa un’ora ciascuna.

Parte come un giallo, prosegue come uno scorticamento dell’anima di chi guarda che supera qualsiasi difesa interiore possiamo provare a innestare.

Perciò, non lo consiglio a chi sente di avere una sensibilità a rischio.

Anche perchè, come contenuto, non aggiunge informazione a quanto sappiamo su quel magmatico passaggio dall’adolescenza semi-inconsapevole all’adultità.

Sul piano del racconto, invece, si tratta di quattro piani sequenza – è quando la macchina da ripresa non stacca mai, quindi non c’è montaggio di scene – che tengono incollati al progressivo avvicinarsi allo sprofondo. Inaccettabile, per quanto è – sembra – privo di senso.

Tenendo presente la faccenda del piano sequenza, che non permette di rigirare singole parti se non l’intera ora che dura l’episodio, il piccolo protagonista, in particolare nel terzo episodio, dimostra una capacità espressiva straordinaria, per la gamma di emozioni fortissime e contradditorie che attraversa, nel tentativo di dominarle.

Solo per chi si sente abbastanza solido.

ZERO DAY

Robert De Niro, che mi pare somigliare sempre di più a Spencer Tracy, in una serietta sconclusionata che si fa guardare, ma giusto si fa guardare a passatempo, solo per la sua presenza, per quanto i registi mi sembra gli abbiano chiesto di indossare solo un paio di espressioni, sempre le stesse.
Inutile parlare della storia, di tutti i personaggi si sa già dalla prima punttata come andranno a finire: manco una sorpresina.
Inutile.

Dostoevskij

Dostoevskij è il nome che la squadra di polizia che lo cerca ha dato a un serial killer.
Filippo Timi, bravo come sempre, è il capo della squadra.

La storia è avvincente, con un finale interessante.

Dei fratelli D’Innocenzo, che hanno scritto e diretto la storia, vidi “L’età dell’abbondanza”, che mi piacque molto, e poi Favolacce, che mi confermò la bravura di regia, appesantita però da una negatività esistenziale fuori misura.
Lo stesso, purtroppo, devo dire per questo Dostoevskij, sempre cupo e piovoso e ci potrebbe pure stare, se non fosse che per arrivare a sei puntate hanno inzeppato di scene del tutto superflue e anche di personaggi – a che serviva il vice poliziotto? – inutili.

Aggiungo che hanno troppa voglia di mostrare quanto sono bravi – e lo sono molto – per cui ci caricano di primi piani esasperanti e ci infliggono bellissime inquadrature di brutture di ogni genere, in prevalenza posti e oggetti.

Insomma, poteva essere un ottimo film di un paio d’ore, è una serie che si fa vedere ma si trascina.

DISCLAIMER

La più bella serie che ho visto quest’anno.
Beh, con Cuaròn (Roma) regista e interpreti come Cate Blanchet, Sacha Baron Cohen e Kevin Kline (il migliore, se avesse senso fare una classifica) ce lo si poteva aspettare ma non è mai detto.

Per quanto la storia non sia proprio così originale – ma quale storia può più essere originale? – non dirò della storia, tranne che le due foto che ho scelto ne rappresentano il fulcro.

Il cinema di Cuaròn è fatto di immagini tanto quanto di sguardi e di voci fuori campo e questo amalgama sì che riesce a essere originale. Fastidiosa, per me, solo la continua inessenziale presenza di ogni tipo di gatto in ogni ambiente domestico: sarei curioso di chiederglielo.

In questa storia non ci sono innocenti, e forse la debolezza sta nel finale, quando è sembrato obbligatorio e non lo era, additare una colpevolezza.

Nel terzo episodio la scena di seduzione, e poi di sesso, ma che non vediamo di seguito, sono fra le più erotiche che io abbia mai visto, e anche qui più parole e sguardi che corpi. Un maestro.

Da vedere.

Les Papillons Noirs

Un vecchio a cui resta poco da vivere ingaggia uno scrittore che ha perso l’ispirazione affinchè scriva il racconto della propria vita, che si rivelerà densa di terribili sorprese.
Una delle migliori serie che ho visto, piena di cambi di prospettiva e colpi di scena, mai gratuiti.

Ottimamente sceneggiata e recitata, fra tutti, dal grande Niels Arestrup.