Les Papillons Noirs

Un vecchio a cui resta poco da vivere ingaggia uno scrittore che ha perso l’ispirazione affinchè scriva il racconto della propria vita, che si rivelerà densa di terribili sorprese.
Una delle migliori serie che ho visto, piena di cambi di prospettiva e colpi di scena, mai gratuiti.

Ottimamente sceneggiata e recitata, fra tutti, dal grande Niels Arestrup.

Un uomo vero

Hanno tradotto così, malamente, “A man in full”.
Che è l’ultima fra le tante serie che trattano di ricconi ricchissimi che navigano in mezzo a mille tempeste di ogni genere con gli affari sporchi dei loro imperi, i ricatti fatti e subiti, le collusoniu con la politica, le mogli. per lo più ex-mogli, che gliela vogliono far scontare eccetera eccetera.

Si fanno guardare perchè ci piace spiare le vite dei ricchi e verificare quanto sono miserabili, perchè ci piacciono, anche se amiamo dircene schifati, gli ambienti lussuosi eccetera eccetera.

In mezzo ci sono sempre piccoli intrighi e sottostorie – raramente credibili:
qui, veramente poco – che servono a spezzare il ritmo e ad allungare il brodo.
Potrà restare nella memoria la scena della monta di una cavalla da parte dello stallone inflitta dal nostro agli ospiti liberal per dar loro una lezione di vita vera e che avrà come risultato… questo non lo dico.

I pezzi forti, di solito, in questo genere, sono gli scontri verbali fra personaggi forti, che qui non mancano ma gli sceneggiatori non sembrano aver brillato per originalità
Avrebbe potuto nobilitare la serie il protagonista assoluto, Jeff Daniels. che però in “The newsroom” poteva godere della sceneggiatura di Aaron Sorkin, mentre qui…
Bravi anche gli altri interpreti, ma la serie è davvero mediocre, con finali proprio abborracciati, che mi auguro non preludano a una seconda serie.

Baby Reindeer

Baby Reindeer è il soprannome affettuoso che una donna di oltre 40anni, obesa, ha dato a un venticinquenne barista sfigato, fallito aspirante comico.

Lui è stato gentile con lei, lei se ne innamora pazzamente e diventa una stalker spietata.
Le prime quattro puntate descrivono molto bene il processo collusivo che porta Donny, anche dopo che ha ben capito quanto Martha sia fuori di testa, anche quando ha verificato che Martha ha un passato criminale di stalkeraggio, ad assecondarla in qualche modo, perchè anche se gli ha reso la vita impossibile tuttavia è una persona che, sia pure nel suo modo malato, tiene a lui, che è perciò continuamente lacerato fra la voglia di liberarsene e il bisogno di “ottenerne” comunque qualcosa.

Questa è la parte interessante, e ben resa, dello scambio vittima / carnefice.
Nella quinta puntata improvvisamente Martha scompare dalla scena, e vediamo una estenuante puntata di un’ora – le altre durano circa la metà – in cui Donny è alle prese con un cinquantenne famoso sceneggiatore che lo lusinga, gli promette, gli fa credere e intanto lo avvia a esperienze con droghe sempre più pesanti che piano piano portano Donny a una dipendanza anche sessuale, finchè non ne scapperà.

Il focus è perciò cambiato: non è più la collusione stalker / vittima ma è Donny comunque vittima – e comunque sempre collusiva, perchè mai davvero forzato – di chiunque gli si approcci con modalità affettive, che a quanto pare Donny non sente di meritare.
Questo cambio di prospettiva per me è una forzatura del tutto inutile all’economia del racconto che stava procedendo bene fra Martha e Donny, tanto che la fine è una catarsi banalotta, pur di tenere tutto insieme: cioè la confessione pubblica delle due storie, quella con Martha e quella con lo sceneggiatore, al momento della finale a cui è arrivato di una mediocre gara per comici emergenti.

La scena finale sembra riproporre Donny, in un bar dove arriva senza soldi, nella parte che era stata di Martha.
Peccato per il troppismo che ha avvelenato una storia che sarebbe potuta essere un gioiello.

EXPATS

Nicole Kidman brava come sempre. E bravi tutti gli altri attori e attrici.
Per chi è interessato alla vita degli expats – ricchi americani, indiani, thailandesi –
a Hong Kong, con belle case e cameriere filippine, questa è la serie.

Mi sono fatto convincere che erano quattro episodi di meno di un’ora, e non dico il nervoso quando scopro che, dopo che un bambino – il terzo di tre figli di NK – è stato perso in un mercato affollato, alla fine del quarto episodio non si capisce se il bambino all’obitorio è o non è quel bambino.

La storia è in sostanza quella di Bambini nel tempo, di McEwan.Poi, sorpresa:
una recensione annuncia che dopo pochi giorni sarebbe uscito il quinto episodio, e allora sì che…
Arriva il quinto episodio, mi aspetto che finalmente si sciolga qualche nodo, ma non va più di moda chiudere le storie. In quest’ultimo episodio, dunque, che dura come un film, ci viene mostrata Hong Kong sotto al diluvio mentre vengono represse le manifestazioni anti cinesi e i nostri eroi sfilacciano coppie, rovinano amicizie, e non succede un cazzo di niente se non l’ inzeppamento di inutili storie parallele del pastore metodista, della madre dell’amica indiana, e ti pare poteva mancare il bacio fra due non protagoniste di cui una incinta del marito dell’amica di NK?
Non ho fatto capire niente?

È vero. Infatti, non c’è niente da capire, la scomparsa del bambino è solo un pretesto per mostrarci quel pezzetto marginale di mondo di gente ricca e che vive male.
Un nervoso, ma un nervoso…

La famiglia dei diamanti

Una bella serie che si svolge ad Anversa, nel distretto dei diamanti, fra importatori e tagliatori di diamanti. La maggior parte delle società che gestiscono questo commercio sono di proprietà di famiglie ebree ultra-ortodosse.
I Wolfson sono una di queste.
L’intreccio è tradizionale: un figlio sciamannato che si è indebitato con la mafia albanese, un figliol prodigo che torna nel momento più difficile, da qui minacce, ricatti, una poliziotta inflessibile, la politica che vuole appianare gli scandali prima possibile perchè quel commercio è troppo importante per quella città.
La parte interessante sta nell’ambientazione familiare, nell’etica degli affari rigidissima eppure continuamente violata per gli stati di necessità che si avvicendano e sovrappongono, nelle storie d’amore dove i sentimenti non possono essere mostrati e così cresce la tensione erotica, che non ha mai bisogno di essere mostrata.
In un ambiente in cui anche a un matrimonio le donne pranzano in una stanza separata e lì ballano fra di loro.
Sono queste serie, eccentriche – versione originale fra fiammingo, yiddish, inglese, francese – rispetto ai soliti Usa e pure England che ancora offrono sprazzi di originalità, quantomeno per l’ambientazione.
La storia, come dicevo, classica, e molto ben raccontata. Vale la pena vederla.

The Playlist

Dall’alto e da sinistra a destra: la cantante degli inizi, l’avvocata che tratta con le case discografiche, il finanziere visionario al quale il fondatore di Paypal apre gli occhi sul fatto che la percentuale di personalità disturbate fra gli imprenditori di successo e molto più alta della media, l’ideatore di Spotify, il fissato lungimirante che fino alla fine è convinto che avrebbe sempre fatto bene a fare come diceva lui, il discografico, il genio informatico.
Senza retorica, vediamo il dispiegarsi dell’idea che diventa quella realtà che sembrava impossibile, le conseguenze distruttive dei cambiamenti da un certo punto in poi inevitabili, la trasformazione dalla pirateria ingenua allo sfruttamento industriale e finanziario.
Qualche passaggio può risultare difficile da capire, senza almeno un minimo di conoscenze tecnologoche.
A me è piaciuto davvero tanto. 

Fleishman Is in Trouble

Due coppie di quarantenni in crisi, più uno storico amico comune di Fleishman e della moglie nell’altra coppia.
Otto puntate appresso alle difficoltà dei due uomini, Fleishman sopratutto, di occuparsi dei figli avendo a che fare con mogli ciascuna sciamannata a modo suo. Due santini, i mariti. Le mogli invece: una – l’attrice è stata la protagonista di Homeland, lì bipolare, qui fuori di testa comunque – che vuole riscattare con un lavoro prestigioso un’infanzia difficile, l’altra che non accetta di non avere più disponibili tutte le potenzialità che aveva a 20anni.
Un’inspportabile voce fuori campo che accompagna e commenta e spiega i passaggi emotivi di ognuno e li condisce con considerazioni profonde, si fa per dire, sull’esistenza: altro che show do’nt tell, qui è tutto un tell e pure pretenzioso.
Succedono pure poche cose, si vedono le diverse classi newyorkesi, le fisime delle signore annoiate e troppo ricche, tutto già visto, senza originalità.
Una grossa delusione, generale, un protagonista che fa della totale inespressività la sua forza.
Finale senza chiudere una storia che sia una: vi abbiamo fatto vedere i troubles dei 40enni newyorkesi, fatevelo bastare.
No, decisamente non basta.

The Offer

Una serie su fare un grandissimo film a dispetto di difficoltà di ogni genere a ogni angolo.
Una serie, anche, piena di tutti gli stereotipi e di tutte le retoriche del successo, dell’amicizia eccetera.
Ma il padrino è stato un grandissimo film di un grandissimo regista e con grandissimi attori, che non si sarebbe realizzato senza un cazzutissimo produttore, che è il vero protagonista.
La magia del dietro le quinte della produzione di un film si intreccia con il ricordo di una stagione che ha espresso Cabaret, Love story, Chinatown, Butch Cassidy, Harold and Maude, Rosemari’s baby, Paper moon, La conversazione… e questi sono quelli che ricordo fra i tanti citati.
Forse la magia sta nel piacere di averli visti tutti e dal riconoscerli citati anche di sfuggita o per l’accenno a un attore, un particolare.
Non ricordavo invece – ero convinto fosse già affermato – che imporre Al Pacino da parte di Coppola fu una vera impresa.
Niente proprio di memorabile, ma chi ama il cinema non si può perdere lo svelamento del processo produttivo dietro a un tale film.