IL MOSTRO

Questi nella foto sono i bravissimi e a me finora sconosciuti attori protagonisti
de “Il mostro”.

Ho scelto questa immagine perchè non somigliano ai personaggi che hanno interpretato che, con l’eccezione della giudice, attraversano tutti gli spessori della bassezza umana – gli uomini, soprattutto – e della sottomissione abietta.

Gli otto duplici omicidi di giovani coppie appartate in campagna, che per anni hanno terrorizzato la Toscana, in questa serie sono in qualche modo secondari, rispetto alla efficacissima descrizione della miserabili relazioni umane sviluppate in anni in cui i panni sporchi si lavano in casa e la famiglia va protetta a ogni costo.

Non avevo seguito quelle storie perchè mai stato interessato alla cronaca nera e dunque non so bene perchè ho deciso di guardare questi quattro episodi, probabilmente per la regia di Stefano Sollima (mi vengono in mente Sicario, la prima Gomorra e Romanzo criminale). È stata un’ottima scelta: i quattro episodi, senza mai indulgere al guardonismo anche non ci vengono risparmiate efferatezze, dal mio punto di vista soprattutto ci mostrano lo spaccato, credo realistico, di un pezzo d’Italia a me sconosciuto ma non marginale.

Il più famoso Pacciani, peraltro, appare solo alla fine, e di straforo.

Da vedere, con lo stomaco a posto.

DUE SPICCI

Un noir urbano, dove urbano sta per una Roma periferica, fra spacciatori e strozzini in mezzo ai quali si trova una famiglia che gestisce con successo un piccolo ristorante e che va a finire in brutti guai per via della prima comunione della figlia che vogliono celebrare in grande e perciò chiedono un prestito a chi non dovrebbero.

L’alter ego di Zero, intanto, si accolla in casa un vecchio amore, mai realizzato, che ha bisogno di nascondersi dal pessimo soggetto, di cui è comunque innamorata persa, che la mena di brutto, salvo poi spedirle messaggini zuccherosi e pentiti.

Questi i due filoni principali, tenuti insieme da antiche e profonde amicizie che, sviluppatesi nel corso di decenni, devono però fare i conti con le strade diverse che hanno preso le vite di ciascuno.

Nel momento del bisogno, però, come nei Blues Brothers scatta “La band!”, e nell’antica solidarietà gli amici cercheranno qualche strada per uscire insieme da una situazione che è diventata pericolosissima e che pare senza via di uscita.

Le considerazioni filosofico-esistenziali di Zero, contrappuntate dalle provocazioni più terra terra dell’Armadillo-Mastandrea, scorrono durante tutte le vicende e, per quanto abbia riconosciuto il valore della sincerità e del coraggio di esporsi, qualche volta mi risultano un po’ in eccesso.

Il finale è del genere “è andata così, siamo tutti cambiati, vediamo che cosa ci riserva il futuro e se facciamo bene a pensare che potrebbe essere diverso dal passato”.

Ho particolarmente apprezzato – in genere non amo i cartoni animati e quindi non ho potuto farci molto caso in altre circostanze – la superiorità del disegno, rispetto al cinema, nel fermare un’espressione e nel portare l’attenzione su particolari anche molto piccoli.

Vale la pena guardarlo.

M. Il figlio del secolo

Ho finito di vedere M.

Ci ho messo un po’, con giorni di intervallo fra una puntata e l’altra, perchè dure da digerire.

La serie è bellissima, fra le più originali per impostazione e regia, con il suono sempre sporco, i colori cupi che pareva uscito da un Fritz Lang seppiato.

Mai realistica, con Luca Marinelli superlativo e voglio citare anche Francesco Russo e Barbara Chichiarelli, entrambi bravissimi nelle parti delle intelligenze nere del dittatore.

Il periodo considerato va dalla nascita del fascismo fino alla sfrontata rivendicazione dell’assassinio di Matteotti.

Ottimo il regista Joe Wright, di cui ho visto un dimenticabile Hanna e un eccellente L’ora più buia.

Va visto.

House of Guiness

Una buona serie, un po’ Succession e un pò Peaky blinders, con tre fratelli e una sorella che, alla morte del padre, si trovano a doversi occupare del birrificio e delle relazioni impossibili che ognuno dei quattro si trova a vivere dentro alla rigidità di quella società.
Il tutto intrecciato, fra Dublino e New York, con la resistenza irlandese contro gli odiati inglesi. Attori tutti bravi, buona regia, impegno produttivo importante con le ricostruzioni d’epoca e le scene di massa. Otto puntate godibili.

Black rabbit

Black rabbit con Jude Law e Jason Bateman (protagonista di Ozarc, qui anche regista) che interpretano due fratelli, uno (Jude Law) che ha retto il ristorante fino a farlo diventare importante, l’altro invece sciamannato pieno di debiti che incasina continuamente il fratello.

Comincia dalla fine e cioè da una rapina nel ristorante intorno alla quale gli sceneggiatori ci fanno scoprire a mano a mano i risvoltii, alcuni inaspettati e questa forse è la parte migliore che ti tiene per le otto puntate.

Ben girate, ben recitste – Jude Low è sempre una garanzia e il comprimario non sfigura, anche se quell’aria eternamente dimessa che gli hanno cucito addosso non sempre arriva credibile.

Verso la fine veniamo introdotti in un flashback più lontano, con il padre violento dei due fratelli e l’amante della madre che fino a quel momento abbiamo conosciuto in un altro ruolo e che ci lascia con qualche ambiguità relazionale. Ha un senso, sì, ma a me è sembrato, questo flashback, un po’ inzeppato, più per allungare di un paio di puntate che per effettive esigenze narrative.

Qualche forzatura, qui e là, ma in questo genere di prodotti ci può stare.

Insomma, si fa guardare, può piacere anche molto a chi ama le situazioni perennemente ansiogene.

Adolescence

Mini serie in quattro puntate di circa un’ora ciascuna.

Parte come un giallo, prosegue come uno scorticamento dell’anima di chi guarda che supera qualsiasi difesa interiore possiamo provare a innestare.

Perciò, non lo consiglio a chi sente di avere una sensibilità a rischio.

Anche perchè, come contenuto, non aggiunge informazione a quanto sappiamo su quel magmatico passaggio dall’adolescenza semi-inconsapevole all’adultità.

Sul piano del racconto, invece, si tratta di quattro piani sequenza – è quando la macchina da ripresa non stacca mai, quindi non c’è montaggio di scene – che tengono incollati al progressivo avvicinarsi allo sprofondo. Inaccettabile, per quanto è – sembra – privo di senso.

Tenendo presente la faccenda del piano sequenza, che non permette di rigirare singole parti se non l’intera ora che dura l’episodio, il piccolo protagonista, in particolare nel terzo episodio, dimostra una capacità espressiva straordinaria, per la gamma di emozioni fortissime e contradditorie che attraversa, nel tentativo di dominarle.

Solo per chi si sente abbastanza solido.

ZERO DAY

Robert De Niro, che mi pare somigliare sempre di più a Spencer Tracy, in una serietta sconclusionata che si fa guardare, ma giusto si fa guardare a passatempo, solo per la sua presenza, per quanto i registi mi sembra gli abbiano chiesto di indossare solo un paio di espressioni, sempre le stesse.
Inutile parlare della storia, di tutti i personaggi si sa già dalla prima punttata come andranno a finire: manco una sorpresina.
Inutile.

THE OLD MAN

Metti due eccellenti attori e una serie abbastanza cervellotica e sconclusionata fra terre rare in Afganistan, russi, cinesi, CIA etc diventa uno spettacolo accettabile, a patto di non cercare verosimiglianza e di godersi, soprattutto, l’interpretazione di Jeff Bridge.
Sì, quello, fra l’altro, di Una calibro 20 per lo specialista e del Drugo de Il grande Lebonsky, qui nell’inedita parte di killer spietato.

CUORI

Sedici più dodici puntate di “Cuori”.
E già, le ho guardate tutte e mi dispiace che siano finite.
Intendiamoci, già dalla prima si capisce tutto e le cose andranno proprio come ci si può aspettare che vadano in una serie produzione Rai.
Eppure, le ho guardate tutte e mi dispiace che siano finite.

Prmo fattore Pilar Fogliati: emana presenza, autenticità, con un’espressione vetusta dico che spacca lo schermo. Quando c’è lei la scena ha una luce particolare, fa apparire tutto vero.
Anche gli altri interpreti non sono male e la regia è più che dignitosa.

Come funziona?

Spoiler ma, tanto, non è voler sapere come va a finire che la fa guardare.
Dunque, lui e lei si amano, hanno fatto l’università insieme, lei sta partendo per gli Usa con una borsa di studio (cardiologia) in un prestigioso ospedale, lui (cardiochirurgo) sta partendo con lei.
Lei parte da sola, perchè lui si fa trovare con un’altra – questo è il punto più debole, e inconsistente, della storia – perchè non vuole lasciare sola la sorella che ha tentato il suicidio e anche non vuole che lei rinunci a una prestigiosa carriera.

Anni dopo, lei torna in Italia, assunta nell’ospedale dove lui è il chirurgo di punta, il pupillo del primario, che si propone di essere il primo a fare un trapianto di cuore.
Il quale prmario, si scopre alla fine del primo episodio, ha sposato lei.
Situazione delicata, che diventa piano piano invivibile perchè lui e lei tengono nascosta (ma perché?) al primario la loro precedente relazione.

Tutto questo inframezzato con le vicende della ricerca sul trapianto, poi sul pace maker etc, ma insomma sono solo sfondo alle vicende sentimentali.
Che si complicano assai quando, a un certo punto, lei viene a sapere che lui ha solo finto di tradirla per farla distaccare e per non farla rinunciare agi Usa.

La tensione fra i tre è continua. Si aggiungono le storie fra il capo chirurgo, marito di una ricchissima, e un’infermiera, fra l’anestesista provolone e un’altra infermiera, fra la figlia della prima moglie morta del primario che non sa scegliere fra il medico venuto dall’est e un giovane medico che a sua volta è fidanzato con una giovane ex paziente.

A mano a mano che scrivo mi rendo conto del perchè mi abbia preso tanto: sono tutte storie di amori che sarebbero perfetti ma che i protagonisti fanno diventare impossibili e questo somiglia molto a gran parte della storia della mia vita.
Comunque, alla fine va quasi tutto in buca e lui e lei finalmente si ritrovano.

DISCLAIMER

La più bella serie che ho visto quest’anno.
Beh, con Cuaròn (Roma) regista e interpreti come Cate Blanchet, Sacha Baron Cohen e Kevin Kline (il migliore, se avesse senso fare una classifica) ce lo si poteva aspettare ma non è mai detto.

Per quanto la storia non sia proprio così originale – ma quale storia può più essere originale? – non dirò della storia, tranne che le due foto che ho scelto ne rappresentano il fulcro.

Il cinema di Cuaròn è fatto di immagini tanto quanto di sguardi e di voci fuori campo e questo amalgama sì che riesce a essere originale. Fastidiosa, per me, solo la continua inessenziale presenza di ogni tipo di gatto in ogni ambiente domestico: sarei curioso di chiederglielo.

In questa storia non ci sono innocenti, e forse la debolezza sta nel finale, quando è sembrato obbligatorio e non lo era, additare una colpevolezza.

Nel terzo episodio la scena di seduzione, e poi di sesso, ma che non vediamo di seguito, sono fra le più erotiche che io abbia mai visto, e anche qui più parole e sguardi che corpi. Un maestro.

Da vedere.