Motherless Brooklyn

Inaspettatamente interessante Motherless Brooklyn, un noir come ai vecchi tempi, due ore e venti che non si sentono, con una schiera di attori come Willem Dafoe, Bruce Willis, Alec Baldwin, ciascuno al posto giusto, e l’ottimo Edward Norton che ne è anche il regista. Brava anche Gugu Mbatha-Raw e il trombettista jazz Michael K. Williams dei quali non conosco l’identità.
Ben girato, senza risparmio, prodotto classico, più che onesto, per chi apprezza il genere.

Il Falsario

Ho scelto l’immagine in cui si vedono i tre amici, cresciuti insieme da ragazzini che poi prendono strade del tutto diverse ma restando sempre in contatto.

Poteva essere, questa amicizia, la cifra del film, comunque un buon film, ma la sceneggiatura – si riconosce il Petraglia de La meglio gioventù, di Romanzo criminale e di tantissimi altri film – ha puntato tutto sul personaggio interpretato da Pietro Castellitto, bravo ma che sembra fare sempre un pezzetto di sè stesso, e credo si sia persa l’occasione di far diventare corale un bel racconto.

Bravi tutti gli interpreti, bella la storia che intreccia credibilmente la criminalità romana degli anni settanta, le brigate rosse e i servizi segreti; i fascisti restano un po’ sullo sfondo e invece nella realtà erano in prima linea.

Vale la pena.

Vizio di forma

Uno di quei film che come ho fatto a farmelo sfuggire, finora, e che non mi azzardo a consigliare senza mettere le mani avanti.
Non ha vinto neanche un premio, per me due ore e mezza di piacere, fra scampoli di Chinatown e da Il lungo addio con qualche spruzzata di Hair e forse pure di Muhlolland drive.
Il fim tratto dall’omonimo romanzo di T. Pynchon è diretto da  P. T. Anderson ; con Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro.

PROVE D’ACCUSA

Film del 1997, che allora mi sfuggì.
Non un’opera memorabile, ma la presenza di William Hurt ne nobilita qualsiasi.
Intorno a una vera dipendenza affettiva ruota un processo verso un uomo di cui una delle vittime dice che “è inutile processare chi non può non essere come è”.

William Hurt rappresenta l’accusa ma, anche se una buona metà del film si svolge in tribunale, non ci interessa come finirà il processo, mentre ci confrontiamo con persone che, ciascuna a suo modo – e con l’eccezione delle famiglie perfettine – non trovano la maniera di esprimere le proprie potenzialità affettive e, ciascuna a suo modo, le depotenziano quanto possono.

Potrebbe annoiare, anche perchè alcuni dialoghi sono proprio sconclusionati, perciò non è un film che mi viene da dire guardatelo assolutamente.
Guardate però assolutamente i primi 5/10 minuti in cui appare (non lo vedremo più poi) Sean Penn in un memorabile duetto con William Hurt.
Infine, come tante volte mi capita, avrei messo “The end” subito prima dell’ultima, inutile scena.

Un poliziotto da happy hour

Tanto stupido il titolo (originale è “The guard”) quanto godibile questo gioiello di intelligenza e divertimento.
Lui è Brendan Gleeson, co-protagonista, con Colin Farrel, sia di In Bruges che de Gli spiriti dell’isola.
Qui è il protagonista di una storia di delinquenza come tante, ma nell’Irlanda con sottofondo IRA e un po’ di goduriosi stereotipi dell’isola, con un finale strepitoso pieno di battute a ripetizione.
Il regista è John Michael McDonagh: sono andato a controllare e ha diretto anche The forgiven, angoscioso dramma in Marocco; vale la pena cercarne altro.

LEAVE NO TRACE

Su Prime ancora solo per una decina di giorni, sarebbe un peccato farselo scappare.
Un film delicato e intenso, padre e figlia che vivono nei boschi perchè lui è reduce da qualche guerra che gli ha lasciato incubi, la madre di lei e morta che lei era così piccola che non se la ricorda.
Ci stanno bene, ma la legge non lo permette, e tuttavia ci sono strutture di accoglienza e sostegno benevole ma lui non può adattarsi e così riprendono a cercare un posto nei boschi ma intanto lei è entrata in contatto con mondi diversi.
È anche un’occasione, il film, per entrare in contatto con quella parte di America marginale, solidale, fra chi dà loro un passaggio su camion enormi e chi vive in accampamenti di roulotte fra i boschi.
È, infine, un racconto di formazione ed emancipazione, in cui il padre non arriva, come ne “La strada”, ad essere costretto a sacrificare per la figlia la propria vita, e tuttavia non è, tragicamente, in grado di fare scelte diverse dal rifugiare i propri incubi nella natura più ostile e selvaggia.

Giurato numero 2

Sappiamo dal trailer che il nostro giurato – un poco espressivo Nicholas Hoult, ma non è che la parte gli offrisse grandi spunti – è in difficoltà perchè, quella sera in cui è stata uccisa quella ragazza per cui si celebra il processo al compagno, lui ha urtato con la macchina forse un cervo ma, vista la pioggia torrenziale, non ne è del tutto sicuro.

Tutta la prima parte è la (noiosa) ripetizione del vecchio classico “La parola ai giurati”, in cui Henry Fonda vuole almeno discutere prima di condannare un ragazzo che avrebbe ucciso il padre. E perciò, qui come lì, c’è quella che sbrighiamoci che devo tornare dalle figlie, quello che pure mia figlia il marito la picchiava e via con tutto il campionario dei pregiudizi e dei bias cognitivi che ci si può aspettare.

Da adesso spoiler: la ragazza, della cui morte è accusato il compagno, è stata quasi sicuramente investita per caso dal nostro giurato il quale, all’inizio, “sapendo” l’accusato innocente, cerca di far discutere, ma quando le cose si mettono che potrebbero cominciare a indagare proprio su di lui allora converge, come tutti, sulla condanna, in modo da arrivare in tempo ad assistere al parto della moglie.

Nell’ultima scena la procuratrice, che nel frattempo – ma che sottostoria originale! – ha vinto le elezioni per il rinnovo della carica e ormai qualche dubbio se lo può far venire, si presenta a casa del giurato e finale fintamente aperto.
In tutto questo, non c’è da parte di nessuno un accenno di pietà umana per chi, innocente, si è preso l’ergastolo, e la morale sembra essere che tanto era un poco di buono con i tatuaggi di una banda che spaccia, violento con le donne, e dunque ben gli sta, anche se quella sera non è andato nella stessa direzione dove si era avviata a piedi la ragazza dopo uno dei loro tanti litigi.

Dicono che il regista sia Clint Estwood, io credo che la mano del regista sia tanto vera quanto la firma sulle palme di Schifano che negli anni ’70 si contavano in giro per Roma.

Sundown

Strano film, spiazzante, visto per la presenza di Tim Roth, che amo, del regista messicano Michel Franco.
La storia non posso raccontarla perchè la costruzione è a suspence ma i nodi non vengono sciolti. O forse non ci sono nodi e tutto sta in qualche metafora suina che qui e là affiora?
Fra il potenzialmente sublime (molto potenzialmente) e il potenzialmente banale mi è difficile scegliere.
Tim Roth sempre all’altezza e il regista da tenere d’occhio.

Killers of the Flowers Moon

Mentre lo guardavo ho pensato che lo si possa considerare come parte di un filone che Scorzese persegue fin dal suo secondo film “America 1929 – Sterminateli senza pietà” e poi continuato con il più esplicito “Gangs of New York” e sempre sostenuto dai tanti film sulle famiglie mafiose.
Al filone darei il nome “Cari compatrioti, non dimentichiamo di chi siamo figli e “come” siamo arrivati dove siamo”.
“Killers of the flowers moon” racconta la storia di una piccola tribù di nativi americani che si ritrovano ricchissimi perchè il territorio dove sono stati deportati è poi risultato pieno di petrolio.
Perciò vediamo questa inedita società in cui le signore native girano agghindate e ingioiellate servite nella belle case da lavoratori bianchi.
Fra i pochi bianchi ricchi e potenti c’è “King” (Robert De Niro), che ha adocchiato il nipote stupido (Leonardo Di Caprio) come strumento per ottenere l’eredità della più ricca famiglia di nativi. Sono rimaste solo donne, che vengono fatte sposare a bianchi e una a una assassinate.
L’ultima viva è la moglie del nipote stupido, la quale soffre di diabete e alla quale il generoso King fa arrivare la preziosa insulina: una coppia di medici come il gatto e la volpe prescrive al marito di aggiungere un’altra fiala per ogni iniezione.
Il film dura tre ore e un quarto, guardandolo a casa ho potuto fare una pausa circa a metà, ma per il resto sono stato preso per tutto il tempo dall’evoluzione della storia.
E dalla straordinaria capacità di Leonardo Di Caprio di rendere in tutte le sfumature la stupidità di fondo, insieme a un vero amore per la moglie, a una dipendenza nei confronti di King e a una protervia prepotente verso la feccia che volta a volta incarica, su indicazioni dello zio, del lavoro sporco.
Non capisco perchè a Leonardo Di Caprio abbiano finora dato un solo oscar per quel film con l’orso in cui come attore quasi non si vede mai, e comunque per questa interpretazione lo meriterebbe ma vedo che non è nemmeno candidato e per me è proprio uno scandalo.
È invece candidata l’attrice che interpreta la moglie, rispetto alla quale niente da dire, ma l’espressione varia da furbetta a sofferente a neutra, senza grandi cose, e insomma credo la candidatura sia andata più al personaggio che all’attrice.
Alla fine comunque arriva FBI – lo schema è un po’ quello di “Missisipi burning” – e nei titoli di coda leggiamo che fine hanno fatto i vari personaggi di una storia vera.
Insomma, Scorsese scrive, con il suo cinema, la storia di violenza su cui è cresciuta quella società.

Enea

Comincio da quello che non mi è piaciuto.
L’esibizione di bravura: ho scelto questa immagine, che è molto bella, proprio per dare l’idea di che cosa intendo, quando la bravura allontana lo spettatore da quello che sta succedendo.
E l’eccesso di “intelligenza” di alcuni dialoghi: per dirne uno, quello fra lui e lei che rientrano nella casa devastata dai ladri (?).
Pagato pegno, affermo che è un gran bel film che vale la pena vedere, per come rende l’ipocrisia di un mondo – i primi cinque minuti sono da ammazzarsi dalle risate per la fiera dell’ovvio che esce dai discorsi pensosi di alcuni protagonisti – e per come rende un mondo.
Che in questo caso è quello della Roma nord degli esclusivi circoli sul Tevere zona Flaminio che possono vantare di aver avuto fra i soci uno come Previti.
Sembra di intuire che Castellitto conosca quel mondo e che ne sia attratto e schifato e che abbia voluto farci sopra un film disperato come una specie di redenzione. Ma queste sono mie fantasie che non hanno basi effettive. La disperazione è, tuttavia, la cifra stilistica del film.
Per il resto, pago un altro pegno per dire degli eccessi pure di sceneggiatura, chè tutto torna troppo perfetto fino al finale che gli ultimi trenta secondi ci potevano essere risparmiati e avremmo lo stesso capito il santino dei genitori.
Bravi gli attori, forse meno l’amico del cuore, bravissimi Castellitto padre e figlio, che non si risparmia primi piani di profilo quasi a voler esorcizzare il nasone.
Un regista che, quando saprà “asciugarsi” dalle troppe nebbie e sgranature ed effetti, secondo me troverà un posto fra i migliori di sempre.