Sinners

I due fratelli-cugini tornano da Chicago nel natio Mississipi, ripuliti e con una borsa piena di dollari- siamo negli anni trenta – e, come i Blues brothers, mettono in piedi una Band per inaugurare il capannone che comprano dal capo del KKK locale.

Ma si sa che il blues è la musica del diavolo e, fra cinesi gestori di negozi, indiani in cerca di spiriti malvagi, vecchie fiamme abbandonate che si riaccendono, storiacce familiari che riemergono, il giovanissimo chitarrista figlio del pastore sarà, con il vecchio pianista, il protagonista della memorabile serata di inaugurazione.

Il piano sequenza che segue la festa vale da solo l’oscar per la regia e i costumi.
A un certo punto – qualche avvisaglia c’è stata – entriamo nel mood di Dal tramonto all’alba e de La notte dei morti viventi ma, anche se il sangue si vede, restiamo sempre dentro alla favola e, io che odio horror e vampiri, mi sono goduto la lotta metaforica fra il blues dei campi di cotone e il country arrivato dall’Irlanda, fino a un finalino (per il finale bisogna aspettare che scorrano tutti i titoli di coda) con quelli del KKK sterminati come in un videogioco.

Due ore e un quarto di goduria piena di grande cinema, citazioni di grande cinema che chissà quante me ne sarò perse, vitalità senza limite.

I neri sono i buoni e i bianchi i cattivi ma: siamo nel Mississipi del 1932, come altrimenti si poteva mettere?

Da non mancare, assolutamente da non mancare.

Aguirre furore di dio

Werner Herzog diresse nel 1972 questa avventura di un manipolo di soldati spagnoli che discendono il Rio delle Amazzoni alla ricerca della favolosa terra di Eldorado.

I soldati sono accompagnati da portatori indigeni e hanno al seguito un rappresentante della Corona di Spagna, nobile con moglie e figlia, le quali attraversano la giungla protette dalle tende delle portantine.

La faccia spiritata di Klaus Kinsky accompagna le tante difficoltà che la natura dei luoghi impone al gruppo di affrontare: montagne impervie, fiumi tempestosi, fango, le aggressioni degli invisibili uomini del posto, che le cannonate scacciano per poco.

E poi portatori scontenti, ufficiali irresoluti.

Gli umani a mano a mano si confondono con i luoghi senza riuscire a dominarli: la sete di dominio riesce a esprimersi soltanto verso altri uomini e in modo distruttivo. L’unico soffio di una possibile altra visione, ma priva di speranza, sembra dato dalla donna che, vestita del suo abito più elegante, incede nella giungla fino a scomparirvi.

Un vero capolavoro, che avvinghia lo stomaco senza che il regista abbia bisogno di particolari effetti per sottolineare le tante crudeltà equamente divise, intrecciate senza scampo, fra umane e naturali.

Musica d’epoca dei Popol Vuh.

Da non perdere.

One Battle After Another

Ho faticato un po’ a trovare un’immagine in cui ci fossero tutti i protagonisti di questo ennesimo ottimo film di P.T. Anderson.
La storia, fra il serio e il grottesco e spesso è difficile decifrarne il confine e questo fa grande questo regista, è della resistenza che si vuole rivoluzionaria di gruppi di attivisti che combattono le pratiche di violenza contro l’immigrazione.
Leonardo Di Caprio è uno smandruppato costruttore di bombette artigianali, che nel momento del pericolo non si ricorda il quarto o quinto passaggio della parola d’ordine, Regina Hall la sua compagna fuori di testa scoppiante di sesso, Benicio del Toro un serafico insegnante di arti marziali che protegge gli immigrati. Su tutti Sean Penn in un’interpretazione da oscar di un ufficiale dell’esercito che dà la caccia al gruppetto classificato terrorista. Fra Tarantino – non con quella violenza – e i fratelli Coen, un film godibilissimo. Per gli appassionati, al Barberini in VO con sub.

A House of Dynamite

È quella dentro alla quale viviamo, senza pensarci, ci dice Katerin Bigelow, finchè non succede che un missile che non si sa da dove sia partito arriverà fra venti minuti su una grande città Usa e il presidente deve decidere se contrattaccare (ma contro chi?) oppure non. Resa o suicidio, è l’alternativa.
Il film è un classico del genere, con una costruzione perfetta di incastri nel mostrarci quegli stessi venti minuti da differenti angolazioni e punti di vista.
Non vorremmo essere al posto di chi deve prendere quella decisione: resa o suicidio?.

Quei Bravi Ragazzi

In questo film uscito nel 1990, Martin Scorsese ci racconta il crimine organizzato americano senza filtri, senza mitologie consolatorie e senza romanticismi inutili.

La scelta di coinvolgere Pileggi (autore del libro “Wiseguy” da cui è tratto il film) direttamente nella sceneggiatura è fondamentale. La scrittura mantiene il rigore quasi documentaristico del libro, ma viene attraversata dallo stile del regista: montaggio rapidissimo, voice over costante, colonna sonora onnipresente.
La storia di Henry Hill diventa così una lente per osservare un intero sistema criminale che vive di abitudini, privilegi e illusioni di potere.

Henry Hill (Ray Liotta) non è un boss e non lo sarà mai. È un ragazzo del quartiere che sogna una cosa sola: contare qualcosa. Vuole saltare la fila, parcheggiare in doppia fila senza prendere multe, entrare nei locali dal retro come un re. È un desiderio di status, non di potere assoluto. Ed è proprio questo a rendere il film così inquietantemente realistico.

Non lo avevo mai visto intero.
Ho riparato a una mancanza imperdonabile.

Un film obbligatorio, per chi ama il cinema.

A History of Violence

È un periodo che la sera, gira gira, di fronte alla quantità di nuove proposte, che si rivelano spesso deludenti, preferisco ri-vedere film che mi sono piaciuti.

Questo è di Cronemberg (Inseparabili, Spider e tanti altri bei film, mai una delusione), con protagonista l’ottimo Viggo Mortensen, che qui è un tranquillo ristoratore in una tranquilla cittadina, innamorato, ricambiato, della bella moglie e padre affettuoso.

A un certo punto – presto: ce lo si può aspettare facilmente dalla prima scena – il passato ritorna e il buon Tom è costretto a ridiventare Joey, dal quale credeva di essersi emancipato.

Le scene di azione sono brevi e perfette, ma la scena più bella è l’amore fatto sulle scale, Tom e la moglie, subito dopo che la moglie è entrata in contatto profondo con la parte oscura dell’uomo che ama.

Chicca finale, e confesso che avevo letto sui titoli di testa William Hurt e avevo pensato a un errore perchè proprio non me lo ricordavo, William Hurt nella parte del cattivo. sublime come sempre: è un attore al quale non ho visto sbagliare un film.

Film di genere, sì, non ci troveremo cose granchè originali, ma si legge la mano del maestro.

Da vedere.

LEAVE NO TRACE

Su Prime ancora solo per una decina di giorni, sarebbe un peccato farselo scappare.
Un film delicato e intenso, padre e figlia che vivono nei boschi perchè lui è reduce da qualche guerra che gli ha lasciato incubi, la madre di lei e morta che lei era così piccola che non se la ricorda.
Ci stanno bene, ma la legge non lo permette, e tuttavia ci sono strutture di accoglienza e sostegno benevole ma lui non può adattarsi e così riprendono a cercare un posto nei boschi ma intanto lei è entrata in contatto con mondi diversi.
È anche un’occasione, il film, per entrare in contatto con quella parte di America marginale, solidale, fra chi dà loro un passaggio su camion enormi e chi vive in accampamenti di roulotte fra i boschi.
È, infine, un racconto di formazione ed emancipazione, in cui il padre non arriva, come ne “La strada”, ad essere costretto a sacrificare per la figlia la propria vita, e tuttavia non è, tragicamente, in grado di fare scelte diverse dal rifugiare i propri incubi nella natura più ostile e selvaggia.

Horizon: AN AMERICAN SAGA

Tre ore precise di un western classico classico, tanto classico che viene da chiedersi perchè tanto impegno per un risultato più che decoroso ma senza novità nè originalità.
Due storie principali che si può immaginare finiranno per incontrarsi: da una parte coloni su territorio indiano e dall’altra un bambino di due anni conteso ma non sappiamo ancora che storia c’è dietro.
Poteva durare un po’ meno? Sì, ma sento una grande fiducia verso Kevin Kostner come verso chiunque impegna tutto se stesso e i suoi beni per un progetto di dimensioni colossali.
Dal punto di vista “politico” l’ho trovato equilibrato, forse non sarà facile tenere insieme europei, nativi, neri, cinesi nell’intenzione, che mi pare di riconoscere, di fare una sintesi della nascita, fra enormi sofferenze e prepotenze e coraggio, di un grande paese.

The Irishman

Quando uscì, lo ero andato a cercare al 4Fontane, dove lo proiettavano in originale con sottotitoli.

Ne ero uscito stordito e annoiato: sempre la solita pappa di mafiosi italo-americani.

L’ho rivisto nelle condizioni peggiori, su un cellulare appoggiato su un vassoio, ed è un gran film.

Non tanto in se stesso, quanto inserito nella storia degli Usa, così come Scorzese ce l’ha raccontata negli scorsi decenni, per lo più con storie di mafiosi, sì, e anche con drammi intensi e delicati come New York New York o L’età dell’innocenza.

The irish man è Robert De Niro che si fa strada piano piano fino a diventare l’uomo di fiducia di Jimmi Hoffa (Al Pacino), il potente sindacalista dei camionisti.

Vivono tutti vite normali, fra una sparata in testa e uno strangolamento, si parlano fra loro con calma, mantengono, senza riuscirci, le loro famiglie al riparo del sistema di cui fanno parte. Qui Joe Pesci pure memorabile.

Credo lo spessore maggiore del film sia nel dubbio, che fino alla fine non si scioglie, fra chi “davvero” comanda fra i Kennedy, i mafiosi, il sindacato.

E viene la disperazione a vedere Robert De Niro, che a suo modo ha certi valori che vuole rispettare, tentennare ma mai deflettere da qualsiasi indicazione gli venga impartita perchè alla fine “it is what it is”.

Figurone anche di Al Pacino in due o tre scene memorabili in cui si incontra con un mafioso con cui non si sopportano e ogni volta si impuntano su “va bene ma chiedi prima scusa tu / e allora tu che sei arrivato in ritardo?”.

Insomma, Scorzese è sempre Scorzese.

AMSTERDAM

Jules et Jim, senza il triangolo amoroso, al servizio di una storia di mistero e omicidi e passione per gli uccelli e tentativo di golpe.
Leggo che un tentativo del genere ci fu, negli anni 30, e che questa è stata l’idea ispiratrice del film. Protagonisti bravissimi, il tono è leggero anche nelle situazioni più drammatiche, quasi da favola.Un limite è che troppo spesso il regista sente il bisogno di sottolineare “ecco, questi sono i cattivi, capito?”. È insomma, si, lo avevamo capito, mica siamo scemi, ok?

Godibile.

Russell è il regista anche dell’ottimo American Hustle, cercherò altri suoi film.