Jazz

Ho appena finito di leggere “Jazz”, di Toni Morrison.
Non ne sapevo niente: scrittrice afroamericana, premio Nobel 1992.

Una scrittura come nessuna letta prima.

Cercavo la musica del titolo e invece è la struttura del libro, sono gli assoli delle sue voci ad essere il jazz.

Difficile da seguire, ma a un certo punto non importa più accertarsi delle relazioni fra i personaggi che accompagnano la storia nè capire chi sta raccontando, perchè è la scrittura che guida.

Va letta con attenzione la “Prefazione”, che a me pare invece parte integrante del romanzo, come si vedrà nelle ultime pagine.

Io ne sono ancora un po’ stordito.

BAUMGARTNER

Nelle prime pagine scende dalla stanza dove sta scrivendo un saggio su Kierkegaart per cercare qualcosa, e mentre cerca si imbatte nel pentolino sotto al quale è rimasto il fuoco acceso: infatti si sta bruciando, e per spegnerlo lo fa cadere. Nel raccoglierlo si brucia la mano, che mette sotto l’acqua corrente; viene però interrotto dallo squillo del telefono “oddio, questa è mia sorella! Dovevo chiamarla alle dieci, ma in effetti non sono ancora le dieci…” Ma non si ricorda più a cercare che cosa è sceso. Suona il campanello di casa “uffa!” ah, per fortuna è la dolce postina dagli occhi teneri, dalla quale si fa portare due o tre libri a settimana solo per incontrare il suo sorriso…le apre la porta e…ecco! Adesso si è ricordato che cosa cercava! Ma le dieci sono passate? Ha telefonato alla sorella? Di nuovo squilla il campanello: è stavolta il letturista della luce che gli chiede di accompagnarlo nella cantina dove sta il contatore, perchè per lui è la prima volta. All’improvviso Baumgartner cade per le scale e si fa male a un ginocchio; e resta sorpreso dalla gentilezza del letturista, che più tardi passerà a portargli un po’ di ghiaccio, poichè il suo freezer non funziona.

Sono andato a memoria, e adesso ci sarebbe da prendere fiato.

Dopo questo primo, breve capitolo, ho pensato – anche perchè l’ho letto seduto, prima lettura dopo un mese e mezzo di ospedale, al bar della Villa – ecco il solito Paul Auster che ti porta in giro senza capo nè coda mentre ti ammalia con la sua scrittura.

Poi mi sono detto: ma quale “solito” Paul Auster, se ne hai letto solo “Trilogia di New York”, di cui non ricordi niente salvo un costante senso di inquietudine e “La musica del caso”, di cui invece ricordi bene l’angoscia di questi due che per un debito da niente si trovano semi prigionieri in un posto assurdo da cui sarebbe pure facile scappare ma che non ce la fanno mai.

C’è da aggiungere quel gioiellino di Smoke, di cui ho scoperto solo tardi che ne fu sceneggiatore e co-regista.

Poi Baumgartner si sviluppa invece, in modo abbastanza lineare, per centocinquanta pagine di ricordi di una vita – ha settantadue anni, vedovo – che potrebbero essere del tutto diversi e se sono quelli che sono è perchè quello che arriva, mi è parso, non sono tanto i contenuti delle storie quanto lo svolgersi di un’esistenza inquieta eppure pacificata e capace ancora di tenerezza e forte interesse emotivo e intellettuale per la giovane ricercatrice che verrà a consultare l’archivio della moglie morta, che ha pubblicato solo un piccolo libro di poesie ma che ha lasciato tanti abbozzi di romanzi, lettere, anche scambio di lettere con Baumgartner, tutta documentazione della quale andranno fatte serie valutazioni circa la pubblicabilità, ma intanto i cerchi di un’esistenza sembrano essersi chiusi tutti.
È un piacere sapere che è l’ultima cosa che ha scritto prima di morire.

Vedo su Wikypedia che ha scritto tanto, grazie a chi saprà consigliarmi qualche altro romanzo, fra i tanti.

Il sussurro del mondo

Un miliardo e mezzo di anni fa, vi siete separati, ma persino oggi, dopo un viaggio immenso in direzioni diverse, voi e il vostro albero condividete un quarto dei vostri geni.

Le seicentocinquanta pagine e la tematica “ecologica” (che noia!) non mi ci avrebbero mai fatto avvicinare, se non fosse stato per il consiglio di un amico, suggellato dal premio Pullizer.

Una volta aperto, si rivela uno di quei libri che non vedi l’ora di riprendere per vedere come prosegue, combattuto fra il piacere di continuare e la tristezza di vedere le pagine mancanti che diventano sempre meno.

I primi capitoli sono le storie – ciascuna un racconto compiuto – di alcuni personaggi che, nei modi più diversi, nei luoghi più diversi, nella loro vita hanno o hanno avuto a che fare con un albero, o una foresta, o un piccolo parco.

Nella seconda parte questi personaggi incrociano le loro vite. Qualcuno per scelta consapevole, qualcuno perchè ci si trova dentro e sceglie di restarci.

L’episodio centrale è un’epica lotta per salvare una sequoia pluricentenaria, alta novanta metri, sulla quale è stata installata una piattaforma che funge da alloggio e riparo per chi la vuole difendere dall’abbattimento.

La descrizione delle stupide e sagacissime trovate per rallentare le distruzioni e delle piccole e grandi crudeltà – peraltro (quasi) tutte “secondo legge” – messe in campo per fiaccare la tenacia di chi resiste ti fa essere presente sul posto, ti fa gridare “dai resisti ancora, smetteranno e vincerai!” oppure “ormai basta, non ce la puoi fare, accontentati, hai dimostrato ciò che volevi, ne parlano tutte le televisioni!”.

Sanno di essere destinati alla sconfitta certa, renderanno dura la vita più che potranno ai taglialegna tecnologizzati.

Non si rassegneranno, perchè la voce degli alberi ha parlato loro, perchè hanno intuito il senso delle infinite connessioni sotterranee di radici, e andranno oltre, con attenzione, applicando conoscenze specialistiche, nella consapevole illusione di continuare una lotta persa in partenza.

I destini umani di ciascuno si svolgeranno secondo disegni illogici, come è la vita vera: il più rigoroso tradirà, il più improbabile sceglierà una coerenza inconcepibile per i suoi affetti più cari.

Un libro epico. Finito di leggerlo, guardo gli alberi con occhi diversi, sorrido alle radici dei pini di Roma che piegano l’asfalto: noi non ci saremo più, loro sì.

DA NON MANCARE
Qualche spigolatura: “le ragazze dicono il contrario di quello che intendono, per verificare se afferri la loro vera natura. Cosa che vogliono. E poi, quando ci riesci, si offendono“

Il genietto dell’informatica davanti all’insegnante; “Sa perchè lei lo odia. Quelli come lui la porteranno all’estinzione“

BIANCO

Bret Easton Ellis è diventato famoso a poco più di vent’anni con American Psycho, che considero uno dei migliori romanzi che ho letto. Ne ricordo pagine deliziose su questi ragazzi strapieni di soldi che confrontano di chi sia il biglietto da visita più bello, quello con il tono perlato più azzeccato. E che ci “soffrono”, se non è il loro.

Questo non è un romanzo. Sono una serie di saggi che partono dall’esperienza personale dell’autore per smontare tutto il politically correct possibile, in nome dell’autenticità del proprio sentire, anche quando può risultare sgradevole agli altri.

Direi che B.E.E. porta all’estremo l’aspirazione, che dovrebbe essere di tutti, all’autenticità, nel senso che non solo se parla dice quello che effettivamente sente – e fin qui ci saremmo – ma che lo fa senza quasi porsi limiti, e cioè dice tendenzialmente SEMPRE che cosa pensa.

A volte tradisce confidenze, mette a disagio cari amici, eccetera.

Mettiamo pure che ha una condizione sociale che glielo permette, anche se questo non è sempre vero, perchè per quanto tu sia ricco se poi ti perdi gli affetti e le relazioni poco ti resta.

Sono descritte beffe divertenti, come un articolo per Vanity Fair, commissionato per individuare i posti fichi per i giovani di L.A., dove B.E.E. descrive una serie di posti scelti totalmente a caso che poi diventano posti fichissimi.

C’è poi la parte della comunità gay – B.E.E. è gay – in cui a quanto pare vigono regole rigide circa che cosa si può o non si può dire. Le osservazioni che fa le estende al mondo dei social, e alla terribile tendenza ai reputation managers, gente che viene retribuita per creare un’identità “relazionabile”.

Quando parla di Sinatra, delle sue innumerevoli cadute e ritorni, B.E.E. si rende conto che oggi non sarebbe più possibile, perchè oggi qualsiasi passo falso diventa uno stigma per la vita; e qui tutta la vicenda “Me Too” e i crociati anti Trump che hanno cancellato dai loro contatti chiunque abbia espresso il minimo dubbio sul dover essere anti Trump.

Insomma, B.E.E. non dev’essere uno proprio simpatico e non dev’essere facile stargli vicino o essergli amico, ma queste pagine sono un concentrato di intelligenza e di libertà di giudizio: tanto di cappello.E la scrittura è sempre superba.

RESTO QUI

Sono stato diverse volte in val Pusteria, non sapevo che in zona ci fosse, seppellito dall’acqua di una diga, questo paese, del quale è stato risparmiato il campanile che pare diventato meta di selfie.

Il romanzo parla di una famiglia e di una comunità strapazzati per una generazione prima dai fascisti che vietano di parlare il tedesco, poi dai nazisti, infine dalla Montecatini.

Ad un certo punto ci sono gli andanti e i restanti: si guardano male fra di loro, come traditori, perchè fascisti e nazisti si sono accordati per permettere a chi voglia di trasferirsi in Austria.

La guerra è sullo sfondo che segna le esistenze: la figlia scappata con gli zii ricchi, il figlio che diventa nazista e va volontario, moglie e marito che scappano nel gelo verso la Svizzera.

La guerra finisce, le esistenze sembrano ricomporsi, la diga, i cui lavori tante volte sono stati sospesi e tante ripresi – i più confidano nel fato benigno, nella provvidenza, nel papa – infine viene costruita, i masi fatti saltare col tritolo, le famiglie costrette in trentaquattro metri quadri ciascuna.

Uno stile asciutto, denso, per un romanzo appassionante, come se non si sapesse come andrà a finire. Un’epopea di vinti, mai domi.

Non ve lo perdete.