L’invenzione del colore


Non ho voglia di raccontare qualcosa di questo romanzo, vorrei soltanto dire compratelo e leggetelo e poi fatemi sapere se siete riusciti a staccarvene prima di aver letto l’ultima delle sue quasi quattrocento pagine.

Perchè ho paura che a dire qualcosa delle storie che ci sono dentro rischierei di indurre a qualche classificazione, che per sua natura è escludente.

Invece, è un romanzo romanzo, e un gran bel romanzo, senza trucchi senza artifici senza furbizie, sorretto soltanto – “soltanto”! – da una signora scrittura e da un gran cuore a volte sopraffatto solo dall’intelligenza.

Sono riuscito, a far venire la voglia di leggerlo, senza spiegare in che consiste l’invenzione del colore del titolo?

Spero di sì, perchè è uno di quei libri nei quali ci sono pagine davvero memorabili, proprio nel senso che pure dopo che sarà passato tempo e avrò dimenticato tante cose mi sarà rimasta la memoria di quella corsa a scappare dai cinghiali fino a incontrare quel laboratorio e di quella mail piena di amore e spietatezza.

Leggetelo.

Stoner

Lo avevo letto anni fa, me lo ha regalato un figlio a Natale, non ce lo avevo più da anni, chissà a chi prestato senza ritorno, è stata una bella occasione per rileggerlo.

Stoner è figlio di contadini che dovrebbe studiare agricoltura per poi aiutare i genitori che non se la passano bene ma si appassiona alla letteratura inglese del medioevo e passerà tutta la vità come insegnante nell’Università della Colombia.

La vita di Stoner si svolge fra le due guerre che a volte si affacciano con le loro tragedie ma sempre sullo sfondo. Si innamora, si sposa, ha una figlia, un nuovo amore difficile, contrasti in facoltà con colleghi e studenti.

È tutto qui, e non si stenta a credere che, come è documentato in appendice dallo scambio di corrispondenza con la sua agente letteraria, Stoner abbia avuto difficoltà a trovare un editore, tutti preoccupati della poca attrattiva che avrebbe potuto avere sui lettori un personaggio così scialbo e insignificante.

Eppure, questa sembra essere la sua forza, la mancanza di particolari qualità che, anche se viviamo in ambienti del tutto diversi da quello universitario, ce lo fanno sentire vicino, fino a farci appassionare a come andrà a finire la polemica con lo studente capzioso o lo scontro su una scemenza con il collega.

Le cose più drammatiche – emotivamente drammatiche – che succedono finiscono tutte con qualcosa come “alla fine è andata così” e tu che leggi ti senti spaesato e ti affezioni a quest’uomo ordinario, fondamentalmente buono, che non riesce nemmeno a esprimere fino in fondo il buono che lo muove.

Il breve brano che ho copiato trovo che lo descriva meglio di tante parole: è consapevole di che cosa (scrive “cosa”, non “chi”) è stato.

Nel tempo, è diventato quello che ogni editore vorrebbe per i suoi libri: un long-seller, cioè un romanzo che si vende sempre, con costanza; non un velocista, un passista implacabile.

Va letto assolutamente.

Avanti va il mondo

A pagina centotrenta delle trecentocinquanta di quest’opera ho lasciato perdere.

Una scrittura che si fa leggere – e ci mancherebbe, da un premio Nobel – ma una ripetitività e una ridondanza che per le prime cento pagine si esercitano sui pensieri profondi di chi scrive, senza fatti.

Da pagina cento circa arriva qualche personaggio.

Poi, sfogliando avanti, ci sono capitoli – direi racconti – in cui forse qualcosa succede.

L’ultimo capitolo si intitola:

“Il cigno di Instambul (79 paragrafi su pagine bianche)

In ricordo di Kostantinos Kavakis”.

Seguono venti pagine bianche, come promesso.

Nella pagina finale l’Autore ci fa sapere, con parole certo migliori della mia sintesi brutale, che il mondo non gli piace e che non vuole portarsi niente appresso.

Confesso il mio limite, ma la risorsa scarsa è il tempo.

La professione del padre

Un romanzo singolare, difficile da descrivere senza svelarne troppo.

L’inizio si può dire, perchè dalle prime pagine il quadro di un padre millantatore e violento, di una madre remissiva, di un figlioletto vittima, è chiaro.

Tutta la prima parte è densa di complotti, dell’amico americano Ted che dà istruzioni al padre a che a sua volta le trasmette al figlio o se ne fa scudo per le punizioni tremende che infligge al piccolo protagonista quando non esegue a puntino gli ordini o non è perfetto a scuola.

Pian piano il figlio diventerà parte attiva e proattiva dei deliri del padre. Diventerà grande, si costruirà una vita autonoma: un bel lavoro di restauratore, una moglie, un figlio.

Stavo per lasciarlo a metà, stanco della sequenza di “avventure” senza costrutto. Avrei fatto un grande errore, perchè la prima parte è stata necessaria a preparare una seconda parte bellissima, nella ripresa di contatto dopo anni del figlio con i genitori.

Di questa parte preferisco non dire niente, se qualcuno che leggerà qui vorrà leggere il romanzo, perchè l’ho letta non più stancamente come fin verso la metà ma appassionato e voglioso di arrivare alla fine dello svolgimento dei sentimenti che si sviluppano.

Senza le grandi contraddizioni che mi sarei potuto aspettare, e anzi con un tono piano, equilibrato, mai urlato. Commovente. Un sentimento che per qualche verso si avvicina a quello che ho avvertito nel vedere Joker, per la vicinanza, che in nessun modo copre le pessime azioni dei protagonisti, a stati di sofferenza estrema di alcune persone. DA LEGGERE

MI CHIAMO YURI

Conosco Patrizia Pieri come brava fotografa, il lavoro e la passione di una vita, immagino non sia stato facile passare da una modalità espressiva a un’altra senza portarsi dietro residui.

Invece, il romanzo è fatto di parole, come dev’essere, e “privo” di foto; a parte quella vera e propria della copertina che ferma un ambiente della storia particolarmente caro ad alcuni dei protagonisti.

La foto è stata presa a villa Sciarra, un bellissimo posto nel cuore di Monteverde, Roma, ora purtroppo molto trascurato, dove un gruppo di amici passava ore in cui nascevano amori, amicizie, qualche illegalità da adolescenti e qualche altra da giovani adulti che entrano in contatto con adulti feccia.

È la storia di un sentimento rimasto sospeso fra amicizia e amore, che dieci anni dopo un incidente stradale in cui Yuri muore – il protagonista appare solo nei racconti degli amici e della madre – è la spinta che induce gli amici più cari di Yuri a indagare su quell’incidente sul quale troppe ombre non sono state illuminate.

La storia prosegue scorrevole: la ricerca della verità – piena anche di avventure inattese, nello squallore di una mala romana tra cocaina fascisti e strozzini – va in parallelo con il crescere di un sentimento, osservato con grande delicatezza.

I piani temporali – oggi a trent’anni, ieri a venti, l’altro ieri fra tredici e quindici – si alternano fluidi e restituiscono lo spessore dei diversi personaggi e le rispettive evoluzioni, involuzioni.

Della madre di Yuri, Patricia, sappiamo che proviene da una famiglia ipocrita da cui è scappata e che ha incontrato un uomo – il padre di Yuri – rivelatosi un poco di buono.
Patricia resta sullo sfondo: non vuole credere alla casualità dell’incidente stradale – troppe incongruenze, troppi sospetti – ma il dolore incommensurabile della perdita di un figlio non le permette, sul momento, di cercare.

Cercheranno, per lei e con lei, Valentina e Andrea, gli amici più cari di Yuri, alla cui memoria questo romanzo, oltre a confermare l’amore di una madre, restituisce dignità e rispetto.

DA LEGGERE

Tutto chiede salvezza

Una settimana di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) trascorsa da Daniele Mencarelli – il personaggio del romanzo ha lo stesso nome dello scrittore – in una stanza a sei letti del reparto di psichiatria di un ospedale, dopo l’ultima esplosione di rabbia che, oltre a distruzione di oggetti, ha prodotto ferite alle mani e lo svenimento del padre.

“Mi sembra che la vita mi pesi più degli altri”, dice Daniele, vent’anni, allo psichiatra. La sua ricchezza e la sua condanna è un’empatia priva di confini, che può diventare distruttiva.

Si alternano, nei colloqui, due psichiatri, uno assente l’altro più partecipe. Alla fine le parti quasi si invertiranno: il primo risolverà con inaspettata umanità una situazione molto difficile mentre l’altro si sarà rannicchiato in fuga da tutto.


Questa capacità di restituire, con poche pennellate chiare, la complessità e le contraddizioni di tutti i personaggi presenti a me pare una delle qualità migliori del libro.

Nelle sette giornate che Daniele trascorre lì, in un periodo di caldo afoso che rende a tutti difficile dormire e che fa svegliare inzuppati di sudore, Daniele conosce i compagni di stanza.
Due sono lì come lui in TSO, per poco tempo, finchè non passa il momentaccio; altri sono fissi, chi del tutto privo di sguardo e di mondo, chi alle prese con un passato irredimibile.

Poi ci sono gli infermieri. Ciascuno merita un ritratto non banale, non stereotipato; ognuno, anche chi appare di straforo o del tutto sullo sfondo, viene restituito con pochi tocchi che ne rendono la complessità.

Ci sono mezze pagine – la gravidanza “impossibile” fra due pazienti – che in poche righe alternano il sapore di pezzi di paradiso allo sprofondo nella realtà.

È un libro pieno di emozioni vere, che prendono chi legge proprio perchè le sente vere, mai strumentali alla storia da raccontare.

“La gratitudine che Mario sa restituirmi dovrebbero vederla almeno una volta nella vita tutti gli esseri umani esistenti. Come un’opera d’arte o un capolavoro della natura.”

Il padre e la madre di Daniele, i fratelli, li vediamo in controluce: una base sicura che gli permette di non perdersi del tutto. Forse pure che gli ha permesso di sperimentare lo sperimentabile nella certezza di ritrovarli: sempre, solidi.

Sul finale, un incidente: sono bastate meno di dieci righe a renderne la drammaticità.
A seguito dell’incidente, le reazioni emotive varie dei pazienti producono una scena in cui ciascuno rivela altre parti di sè. Bastano quattro pagine, senza alcun bisogno di calcare la mano su qualche effetto, a far succedere tutto e a restituire a ciascuno una collocazione.

La settimana di TSO finisce, Daniele torna a casa a piedi, immerso nella gioia dei colori intorno, dove tutto chiede salvezza.

Sono molto contento che sia entrato nella cinquina finalista dello Strega e che sia stato il più votato dai giovani. Della cinquina (sestina, quest’anno) ho letto Colibrì, mentre non conosco gli altri libri finalisti. Visto che il libro di Veronesi è stato il più votato dalla giuria che assegnerà il premio, non ho dubbi che Mencarelli meriti di vincerlo.

Un’ultima riflessione, simile a quella fatta dopo aver letto il suo primo romanzo: a un certo punto gli spunti tratti dalla vita di una persona si esauriscono, o si ripetono; auguro a Daniele Mencarelli di continuare a regalarci questa prosa anche con altri protagonisti.

Anatomia di un istante

Il ventitrè febbraio 1981 il colonnello Tejero irrompe nel parlamento spagnolo e interrompe la seduta di investitura di un nuovo governo.

Con un tricorno in testa spara da una pistola colpi in aria, seguiti da scariche di mitraglia, ancora in aria, da parte di altri della Guardia civil che partecipavano al golpe.

Intimano a tutti i presenti di nascondersi sotto ai banchi.
Tutti – deputati, inservienti, commessi – ubbidiscono.

Tutti eccetto tre: il presidente del governo dimissionario Adolfo Suarez, il generale Gutièrrez Mellado e il capo del partito comunista Santiago Carrillo.

Da questo fermo immagine parte un’analisi del golpe, un’analisi dei principali personaggi implicati – entreranno in scena il re con i suoi consiglieri, saranno stanati i golpisti di retrovia – e ci viene restituto un affresco della società spagnola dopo solo cinque anni dalla morte di Franco, con la nuova democrazia che stenta ad esprimersi, appesantita da un passaggio che ha evitato la resa dei conti e una probabile nuova sanguinosa guerra civile ma al prezzo di portarsi dietro tutto il fascistume dell’era di Franco.

Il libro è appassionante, ogni protagonista è reso a tutto tondo e in tutte le sfumature dei gesti e della storia personale e politica. Uno per tutti: Suarez è un galletto di provincia che, a carriera politica ormai finita, non esita ad affrontare a muso duro i golpisti. “…lo votavano perchè era come loro avrebbero voluto essere… la Spagna degli anni Settanta era più o meno così:
un Paese popolato da uomini volgari, ignoranti, cialtroni, giocatori d’azzardo, donnaioli e senza tanti scrupoli, provinciali con una morale da sopravvissuti allevati tra l’Azione cattolica e la Falange che avevano vissuto comodamente sotto al franchismo, collaborazionisti che non avrebbero mai ammesso la propria collaborazione ma che in segreto se ne vergognavano sempre di più e confidavano in Suarez perchè sapevano che … sarebbe sempre stato uno di loro.“

È anche una specie di giallo con la ricerca, nei fatti e nelle dichiarazioni, delle vere intenzioni di ciascuno, prima e durante il golpe; perchè il golpe fallì in un giorno e mezzo, ma in quelle ore la regione militare di Valencia si sollevò, restò aperta fino all’ultimo l’opzione golpe duro / golpe morbido, pochi, pochissimi, si schierarono subito apertamente da una parte o dall’altra mentre i più cercarono di mantenere l’ambiguità sufficiente a schierarsi dalla parte giusta – quella vincente – una volta conclusa la vicenda.

Una delle pagine più belle descrive i saluti affettuosi, all’uscita dal parlamento-prigione, di Suarez, Mellado, Carrilo verso il generale Armada, che sarà poi condannato per il golpe ma che in quel momento credono sia stato il loro liberatore, mentre la sua presenza è la garanzia che Tejero ha chiesto per infine arrendersi.

Non c’è una donna, non c’è una storia d’amore, tuttavia un gran libro. Cercherò anche “Soldati di Salamina”.

Karoo

Karoo è uno sceneggiatore di grande successo: i suoi interventi sono considerati miracolosi nel riuscire a rimettere in piedi un film zoppicante, nel far diventare un grande successo quella che poteva essere una storiella, nel rendere almeno accettabile qualcosa di penoso.

Per qualche mistero della chimica e della fisica, a un certo punto della sua vita Karoo può bere senza limite e senza ubriacarsi ma, siccome tutti lo conoscono come “uno che beve”, finge ogni volta di essere ubriaco per compiacere gli interlocutori e non indagare oltre circa il suo corpo.

La caratteristica principale di Karoo è la mancanza di un bypass fra se stesso e la realtà.

Questo può essere osservato attraverso due, complementari, modalità comportamentali: in certe circostanze sa esattamente che cosa davvero vuole ma agisce altrimenti; in altre, sa esattamente che cosa l’altro si aspetta da lui, glielo promette, glielo giura, e fa regolarmente altro.

Karoo, in effetti, riscrive continuamente la sceneggiatura della sua vita.

Con la quasi ex moglie, che lo conosce a fondo e lo svela senza pietà – il capitoletto che parte da pag. 282 è un capolavoro a se – ha un divorzio in corso senza che si facciano veri passi avanti.

Al figlio adottivo poco più che ventenne, che si ostina a voler credere alle promesse del padre, continua a rifilare buche clamorose.

Va, solo perchè vuole pubblicamente sbranarlo per le sue note nefandezze, all’appuntamento con il feroce produttore di Hollywood, e si ritrova sedotto e coinvolto nello scempio dell’ultimo capolavoro, di cui riconosce la grandezza artistica, del famoso regista, morente.

Nel flm del famoso regista gli sembra di individuare qualcosa che lo induce a mettersi alla ricerca della madre naturale del figlio. Le vicende che seguiranno, dove la mancanza di bypass fra sè e la realtà produrrà situazioni fra il tragico, il divertente, lo squallido, l’inverosimile, sono il clou del romanzo.

Gli avvenimenti saranno tali che un famoso giornalista decide di scriverci un articolo, va alla ricerca dei protagonisti, di chi li ha conosciuti e li conosce, e il risultato è tale che “con un minimo di allenamento ce l’avrebbe fatta a diventare anche in privato, ai suoi stessi occhi, la persona che era ritenuta in pubblico.“

Il finale è degno del personaggio, che ha tanti di quei lati pessimi che non possiamo fare a meno di provarne compassione, mista a un pizzico di simpatia per la sua vitalià inesauribile.

Vita e morte di un ingegnere

Scritto subito dopo “La scuola cattolica“, e da me letto subito dopo, è come se fosse una continuazione. Come se dopo aver esplorato un quartiere borghese, una scuola privata, un delitto che in quell’humus ha preso forma, Albinati abbia deciso di andare in profondità nella vita del padre.

L’autore scrive ancora in prima persona, è lui presente, non si tratta di un romanzo, si tratta della descrizione del padre, del quasi non rapporto con quest’uomo dedito al lavoro, del quale la moglie spera che l’avvicinarsi della morte “porti a galla i tesori sepolti… senza capire che il tesoro era appunto quell’acqua limpida… in fondo alla cui singolare trasparenza non c’era niente che non fosse da sempre visibile a occhio nudo”.

Mi sono chiesto se mi piacerebbe risultare così a un figlio e no, non mi piacerebbe: quella “singolare trasparenza”, che pure fa pensare a una persona “pulita”, senza contraddizioni, la sentirei addosso come un limite.

Il libro – 159 pagine – è diviso in due parti, quasi paritarie, ma anche se della malattia e della morte si tratta nella seconda parte, malattia e morte sono presenti in tutto il racconto.
A me è rimasta impressa con forza la descrizione puntigliosa, dotata di una pietas tenuta a bada da un intelletto poco incline alle sbavature emotive e che tuttavia arriva al lettore, che si chiede – io mi chiedevo – ma ne avete tutte le possibilità, perchè non lo fate morire in pace?

La risposta ci viene data, anche se la domanda nel testo non è posta, e sono quei piccoli gesti che possono essere scambiati, senza poterne essere certi, per attaccamento alla vita, e ai quali non può essere negato valore.

Accompagnamo così l’ingegnere nelle riprese, nelle ricadute, in alcuni trattamenti quasi sicuramente inutili, talvolta dolorosi oltre che inutili, funzionali probabilmente solo al profitto della clinica, fino alla morte nel letto di casa, con i cari vicini ma senza che riesca a godere della loro presenza mentre qualcuno, di sicuro l’autore, cerca, e forse riesce, a beneficiare fino all’ultimo respiro del padre, anche se non sembra riuscire a riconoscerne il sapore.

Difficilmente saremo sollevati dal doppio arcobaleno che si staglia sulla Flaminia mentre la famiglia torna a casa dopo la cremazione.

I VAGABONDI

Non è un romanzo, ma poco importa. D’altra parte nemmeno lo si sarebbe potuto definire una raccolta di racconti, anche se ci sono dentro almeno due, tre racconti molto belli.

Una serie di impressioni di viaggio fra aeroporti, treni, incontri occasionali, metropolitane.

Eppure l’autrice riesce, e senza fornire appigli di collegamento, a mantenere amalgamate le storie che racconta. Oltre al tema del viaggio, la conservazione dei corpi dopo la morte: il cuore di Chopin trasportato dai suoi amici; lo schiavo nero diventato il confidente saggio dell’imperatore e, dopo morto, le struggenti lettere della figlia all’imperatore, affinchè cessi quella barbarie di esporlo impagliato come un fenomeno; la donna che vaga per la metropolitana e incontra una barbona che ha una sua storia; moglie e figlio che scompaiono per due giorni durante una vacanza e, anni dopo, il marito/padre che ancora chiede alla moglie come sono andate le cose.

Sarei molto curioso di sapere come ha deciso l’ordine in cui ha disposto i capitoletti.
Per esempio, il racconto più lungo, di moglie e figlio che scompaiono, è esposto in tre parti diverse, riconoscibili dallo stesso titolo: prima dieci pagine e poi altre sedici con in mezzo solo un paio di capitoletti di mezza pagina, infine ripreso duecentocinquanta pagine dopo. Perchè duecentocinquanta e non cinquanta o cento o duecento? E tutti gli altri “titoli”, piuttosto brevi, ha un senso che siano collocati dove stanno o è puramente casuale?

Già porsi queste domande esclude che di romanzo possa trattarsi e che abba una struttura. Eppure, chiamatelo come vi pare ma leggetelo, perchè ne vale la pena.

L’autrice ha originariamente studiato psicologia e qui si è inventata una “psicologia del viaggio” che fa capolino qui e là fino alla fase chiave: “qualunque sia la destinazione, si viaggia sempre in quella direzione. Non importa dove sono, non fa differenza. Io ci sono.”