Amore per gli animali

Guarda, guarda! Gliel’ha staccato!

Il grido di Guglielmo risuonò tra l’acqua cupa delle vasche aperte e gli intonaci sbrecciati.

La maestra aveva ottenuto a fatica di mettere in fila i ragazzi all’entrata. Dopo due ore di pullman schiamazzanti l’uscita era consistita nel rincorrersi e spingersi tutto intorno al piazzale umido.

Guglielmo era rimasto, al solito, nei pressi di Anna. Seguiva con lo sguardo consapevolmente infastidito i compagni che starnazzavano senza posa e osservava interessato i tentativi infruttuosi di Anna di riportarli all’ordine.

Interpretò come apprezzamento nei suoi confronti lo sguardo desolato che Anna gli dedicò dopo che ebbe rinunciato e deciso di lasciar sfogare un po’ i ragazzi.

Fu naturalmente il primo all’entrata del famoso acquario marino, meta della gita.

I vetri erano opachi, l’acqua sottilmente torbida, i pesci con l’espressione triste. La testuggine si arrampicava su una roccia grande sì e no una volta e mezza la sua corazza e ne discendeva senza potersi rigirare.

Forse le anemoni, abbarbicate ciascuna al proprio posto, stavano lì come dovunque. E i saraghi, che giravano in tondo?

Anna era nel complesso piuttosto schifata ma faceva del suo meglio per trasmettere entusiasmo ai ragazzi per le tante cose interessanti da osservare.

Come sarebbe stato più bello nel batiscafo del capitano Nemo, pensava Guglielmo.

Rimase sorpreso di vedere un grosso granchio, tutto chele, nella vasca centrale, con tre pesci di media taglia, ciascuno grande all’incirca come mezzo granchio. Grigio scuri, con la bocca piccola a cuoricino, di forma tonda e piatta che vagavano avanti e indietro senza posa.

Il granchiotto sbatteva le chele ogni volta che uno dei pesci gli passava più vicino.

Guglielmo stette a vedere se qualcuno dei tre sarebbe stato così tonto da farsi azzannare. I suoi compagni erano sciamati avanti. Lui rimase attratto da quella pantomima e osservò a lungo i volteggi e lo sbattere, sembrandogli di sentire rumori di ferraglie di cavalieri medievali e zoccoli di cavalli bardati per la tenzone.

Quando il pesciotto tonto si avvicinò come per annusare il granchio Guglielmo si ritrasse, sicuro che fosse arrivato il momento della chelata mortale. Già si figurava il povero pesce tranciato quando quello, con la bocchina a cuore, diede un colpetto piccolo piccolo a una delle zampe del granchio, e quella si staccò di netto.

Guarda, guarda! Gliel’ha staccata!

Il grido gli usci spontaneo e richiamò la frotta dei compagni.

L’agonia del granchio fu lunga e laboriosa. I tre pesci gli staccarono scientificamente una zampa alla volta, passando a turno. L’ultima la usarono come leva per rigirare quel che restava del granchio, le cui chele – a pancia in su e senza possibilità di movimento che non fossero annaspare nel vuoto risultavano inutili come arma di difesa.

I tre pesci lo succhiarono poi dal retro, mentre il granchio si dibatteva sempre meno.

I ragazzi si appassionarono, all’inizio, finché sembrò ancora una gara alla pari. Quando fu chiaro che non c’era partita i più se ne disinteressarono, con sollievo di Anna che era rimasta sconvolta ed aveva timidamente cercato di far notare la crudeltà della scena, pure inserendo le sue osservazioni nel contesto della lotta per la sopravvivenza, gli istinti primordiali degli animali privi di coscienza e così via.

Guglielmo sembrava l’unico che la seguisse con interesse.

Uscire dall’acquario fu un sollievo quasi per tutti, anche perchè la giornata, da uggiolosa, si stava aprendo con squarci di bel sole che rendevano il mare trasparente.

Poveretto quel granchio, eh, Guglielmo! lo consolò Anna.

Sì, rispose Guglielmo, che peraltro si era molto goduto lo spettacolo.

Stavano ormai pranzando al sacco nel meraviglioso giardino all’italiana sul promontorio prospiciente il golfo.

Panini e lattine ingozzavano le gole sfiatate da un paio d’ore di acchiapparelle frenetiche tra gli alberi secolari in filari irregolari.

Anna riuscì a far raccogliere i rifiuti in alcuni sacchetti di plastica.

L’ultimo lo portò Guglielmo. I cestini vicini erano stracolmi, sicché si allontanò un po’ verso l’interno.

Il bidone, più grande dei cestini, era dietro una roccia, dove la confusione – ripresa in sede di digestione – non arrivava.

Vi infilò il sacchetto e si fermò a osservare una coppia di uccellini che cantavano tra i rovi. Saltellavano su e giù senza fermarsi né zittirsi un attimo.

Finché uno salì sul ramo più alto e l’altro scese a terra.

Anna lo fece trasalire quando gli passò un braccio sulla spalla esclamando piano, per non farli volar via: sono pettirossi, si riconoscono dal colore del petto. Che carini, eh! Vedi, lui sta portando da mangiare alla mogliettina sul ramo.

Guglielmo guardò in alto.

Poi spostò lo sguardo in basso e osservò il verme che si torceva nel becco dell’uccello.

In quel momento, decise che non si sarebbe più fidato dei grandi.

Crescere

La guardia notturna, di ritorno in bicicletta dal giro delle ville della zona, nota un fil di fumo che sembra provenire dalla enorme pietra bianca, spezzata, su cui la famiglia Turrania ha lasciato, con un’iscrizione, notizia di sé per i millenni successivi. Gli sembra anche di sentire un vago ronzio. È stanco morto, alle cinque di mattina, non è nello spirito di godersi quell’alba grigia di pioviggine sull’Appia antica.

Il cortile davanti alla chiesa è pieno di un numero inverosimile di moto, tutte di grossa cilindrata, di tutti i colori e le forme, con tubi di scappamento singoli o doppi, cromati o scuri o colorati, con i sellini alti, su cui chi lo cavalca si stenderà in avanti, oppure bassi, dove il centauro non sembrerà più tale e apparirà più come qualcuno semplicemente seduto comodo. Le forcelle: lunghe, corte, lunghissime. I manubri brevi come di una bicicletta da corsa, o larghi, o con curvature dall’apparenza inverosimile sia in orizzontale che in verticale. Gli appoggi sono fondamentalmente due: uno con la forcella doppia, su cui la moto resta diritta sul proprio asse, e un altro con l’appoggio laterale, più comodo ma meno solido, e anche questi dalle forme e soluzioni le più diverse.

Escono dalla chiesa a uno a uno, in fila indiana, ciascuno rigorosamente con la tuta di pelle e il casco sotto braccio. Tute rosse, nere, gialle, verdi, arancio, ocra, con i caschi abbinati. Ognuno si dirige verso una moto, sgancia il cavalletto e, restando in piedi di fianco, infila la chiave dell’accensione, mette in moto.

La bara esce: nera, portata a spalla da quattro ragazzi in tuta di pelle bianca, che scendono i pochi scalini con passi sincronizzati. L’insieme di motori al minimo produce un tuono sordo, attenuato, lontano, accordato su un lamento di donna che proviene da uno degli angoli esterni del cortile, dove la sua moto rossa è circondata a raggiera da moto nere, della stessa marca, tipo, dimensione. Quando sale, unica, sul sellino, e il suo polso minuto aumenta progressivamente, come in un gesto d’amore, i giri del motore, è il segnale perché tutti diano gas. Il selciato trema delle vibrazioni che si spandono.

È il funerale che il ragazzo sogna, subito dopo aver perso conoscenza, dietro all’iscrizione della famiglia Turrania. A ogni ripresa di coscienza il sogno riprende lì dove, a ogni ricaduta, si era interrotto. Vuole lottare per restare sveglio o preferisce lasciarsi andare alla nebbiolina di quel mattino d’inverno?

​— Non vi ho mai fatto mancare niente, e adesso, per una stronzata…

​— Non mi interessa niente della tua vita agiata.

​— No, eh?

​— No. Tu non capisci. Non lo capisci. Come fai a non capirlo?

​— Ma di che cosa stiamo parlando? Perché ce l’hai con me?

​— Era un bovaro. Te l’avevo detto che era un bovaro. Tu e le tue manie di grandezza, il cinema e quelle quattro sgualdrine.

​— Ancora con quella storia? E dai!

​— Era la casa dei miei genitori, dei miei nonni, dei miei bisnonni. Si vede la tomba di Cecilia Metella.

​— E allora? La pelliccia di visone non ti è dispiaciuta. Ed è comodo avere la cameriera e il giardiniere, no?

Che cosa aveva fatto, di tanto grave, il nostro? Erano i tempi delle grandi produzioni holliwoodiane a Cinecittà e aveva affittato la bella villa di famiglia sull’Appia antica, per un canone effettivamente esagerato, alla produzione di un film in costume che sarebbe rimasto famoso per la sfida mortale tra una biga trainata da cavalli neri e una da cavalli bianchi. La villa era stata poi assegnata al protagonista del film.

Il famoso e bellissimo attore, ubriaco ogni sera, aveva scorrazzato per la villa a cavallo, esterno e interno, aveva distrutto ogni forma del giardino e sparacchiato ai quadri degli antenati con due vere colt 65, retaggio di qualche precedente western.

La storia delle cavalcate e spari fu l’inizio della rovina economica della famiglia del ragazzo perché, finita su un giornale scandalistico, aveva indotto un funzionario del fisco a divertirsi nel rivalutare le cartelle esattoriali dei cinque anni precedenti come se il valore della villa fosse commisurabile a quell’affitto eccessivo percepito per pochi mesi.

La mamma del ragazzo tirava fuori questa storia ogni volta che ce l’aveva con il padre del ragazzo.

Il ragazzo avvertiva confusamente, nella tempesta dei suoi quattordici anni, la totale mancanza di solidarietà tra i genitori. Ma, quella sera, c’era altro. La mamma era più aggressiva del solito, nel rinfacciare la faccenda del bovaro. Pronunciava bovaro con un accento esagerato sulla “a” e lo scorrere veloce della erre – leggermente moscia – finale.

Squilla il telefono. Risponde il padre. Dice adesso non posso, ti richiamo domani, ho detto che non posso, sì sì certo, anche io, a domani.

​— Era Carlo, per la faccenda del…

​— Sta’ zitto. Sta’ zitto.

La mamma adesso non urla. Ha parlato a voce bassa, sibilante.

​— Ma…

La mamma piange.

​— Senti…

​— Non mi insultare, almeno. La tata. Con la tata. Pure con la tata. Non ci si può credere. La tata molisana. Che pena.

I Led Zeppelin fanno del loro meglio, ma tra un brano e l’altro il ragazzo sente quanto si sono alzate le voci, e così ha spento. I pugni stretti, con un fil di ferro rovente attorcigliato alle budella. Che c’entrava la tata molisana? Giovanna, quella che quasi non parlava e quando la chiamavano per servire a tavola arrivava con signò cche vvoi e si parava il viso con il braccio, come se l’essere stata chiamata fosse inevitabile preludio a essere battuta.

Se lo sentì diventare duro, al ricordo delle cosciotte rosa e raspose di Giovanna, quando il ragazzo era nella totale confusione dei sensi che cominciavano appena ad affacciarsi al mondo.

Le cosciotte rosa di Giovanna erano una montagna di panna con fragole che vedi, ti viene l’acquolina in bocca, e la pasticceria è chiusa. Gli diceva acchiappami e il ragazzo le correva dietro per il giardino e poi per la casa ma quella bastardissima era più veloce e gli chiudeva le porte in faccia e alla fine si buttava a sedere all’indietro sul lettino stretto della stanza della servitù, dove il ragazzo arrivava col fiatone e vedeva le pelurie bionde sulle cosciotte del colore dei porcellini appena nati e anche sentiva un odore forte di sudore e dentro di sé qualcosa che lo attraeva e lo allontanava lo induceva a metterci le mani sopra e allora Giovanna gli diceva che fai brutto sporcaccione e il ragazzo con quelle mani sulle cosce non sapeva che farci e sempre, a un certo punto, Giovanna gli diceva adesso basta porcone che se no lo dico alla mamma e vedrai che ti succede e poi diventi cieco e Gesù piange e così il ragazzo si teneva dentro quella strana sensazione mista di ortica e more mature spiaccicate sulla faccia come un’indigestione di una cosa buona che non hai nemmeno assaggiato.

Adesso ne sapeva qualcosa di più e sentir parlare di Giovanna lo aveva eccitato e così, mentre continuava ad ascoltare sei un porco come pensi che mi sia sentita quando mi sono vista arrivare i carabinieri a casa a chiedermi se avesse lavorato qui una certa Giovanna comesichiamava, lo aveva cominciato a scuotere velocissimo facendo scorrere la pelle su e giù ma ogni tanto si seccava e allora, senza smettere il movimento, mirava uno sputo sulla punta e intanto pezzi di insulti lo raggiungevano sei una stronza butteresti tutto all’aria per una ragazzina venuta dalla montagna del sapone che racconta balle e la madre maledetto aveva solo quindici anni quanto ti è costato far ritirare la denuncia porco straporco straporchissimo e mentre cambia mano – la pippa a due mani senza interruzione l’ha praticamente inventata lui e a scuola è considerato il campione indiscusso – e aumenta progressivamente la velocità man mano che la sensazione si espande la punta diventa rossa e bianca a seconda di quanto più strofina o più stringe e rovescia la testa all’indietro ma deve stare attento a non sbatterla sul muro per non farsi sentire da quei due giù che non lo sentirebbero proprio, presi come sono a massacrarsi ma siamo qui adesso perché vai a rivangare a che ti serve e finalmente l’onda che ha fatto avanti e indietro e che si prende un pezzetto di spiaggia in più ogni volta ma non mi arriva mai addosso adesso il ragazzo la vede che si è gonfiata da lontano e arriva con tutta la schiuma e rotola ed è ormai enorme e quando lo travolge è calda appiccicosa e lunga lunga e non ti voglio più vedere vattene lo sente e non lo sente ma il suono del ceffone arriva chiaro anche se non riconosce la guancia sulla quale si è abbattuto finché si allunga steso sulla moquette grigio topo della cameretta tappezzata di calciatori e rocchettari.

Dormo, non dormo. Passano i minuti, forse le ore. Il silenzio si diffonde.

Avete sbattuto la porta, voi? Sì? E adesso la sbatto pure io. Vediamo chi la sbatte più forte. Senza casco, senza ginocchiere, il piumone sopra al pigiama. Sbatte la porta della stanzetta e nessuna risposta. Passa davanti alla stanza da letto dei genitori e scivola su quel pianto sommesso di dolore e sbatte la porta di casa. Sbatte la basculante del garage e infine raggiunge la enduro ancora luccicante e la mette in moto. Sbatte il cancello e romba come Steve Mc Queen nella Grande fuga per le laterali dell’Appia antica attraversate da latrati di cani alla catena cani liberi nel parco cani nella cuccia cani in branco e la brina che si appoggia sulle zolle dure d’inverno e sui roseti potati e i cachi spogli e i pitosfori tagliati a siepi parallelepipede e il vento gli taglia le gote e la fronte e dentro una qualche specie di eroico furore si fa strada io sono questa moto eccolo il fosso basta alzarsi sul sellino e accompagnare il manubrio con leggerezza senza forzare anche quando slitta riprende faccio corpo unico nessuno mi ferma ecco qua i pini mi fanno da paletti ops uno ops due mi piace passare dal fango al selciato romano è scivoloso sì però io ti controllo eccomi qui invincibile gas gas gas ho azzittito le civette giù a testa bassa e ora la siepe che d’estate è di more la sfioro mi faccio accarezzare dalle spine non è niente è solo un graffio è il combattente ferito che continua e forse per la prima volta nella sua giovane vita il ragazzo si sente padrone completamente di se e questo è esaltante e anche si sente abbandonato e questo è devastante ma le due sensazioni non trovano una via di comunicazione e la confusione ondeggia tra terrore e esaltazione quando affonda nel fango lingua occhi dita e gamba spezzata incastrata sotto all’enduro e il motore acceso che mantiene beffardo la ruota che gira all’aria riempie il silenzio.

L’occhio non interrato vede il suo alito confondersi con la nebbiolina del chiarore dell’aurora, dietro i monti dei castelli romani. Alle spalle della lapide della famiglia Turrania spunta la visiera del berretto di una divisa nera stropicciata dalla notte che si avvicina circospetta e interrogativa.

Reading

Toccava a lui. Si meravigliò di non sentirsi emozionato. Eppure, per la prima volta avrebbe letto un suo racconto in pubblico.

Era stato molto incerto: la lettura è un atto individuale, non era una bestemmia renderlo pubblico?

Sperava che avrebbero apprezzato la prosa elegante, la consecutio sempre a modino, qualche impercettibile sbavatura sintattica a testimoniare la capacità di piegare la lingua allo stile.

Lo aveva preceduto una ragazza inglese con una poesia, densa di morte segaligna e oscura: budella appese come lenzuola ad asciugare al vento del dolore.

Toccava a lui. Aveva preferito restare seduto, dovette aggiustare il microfono. Si versò un mezzo bicchiere d’acqua. Cercò tra il pubblico il sostegno del volto noto di qualche amico.

Cominciò a leggere. Fu piacevolmente sorpreso nell’ascoltare la propria voce: espressiva, con i giusti accenti, con gli alti e i bassi e i brevi e i lunghi necessari.

Si era fatto silenzio. Il pubblico era attento. Qualche bisbiglio iniziale era scomparso sotto ai cubi a forma di pietra antica che facevano da sedili.

Un paio di pagine, per un incontro fortuito in ascensore, ambiguo di gesti e di pensieri. Anche i due personaggi del racconto vedevano sé stessi da fuori, mentre l’ascensore saliva i venticinque piani previsti dall’autore.

Si accorse di stare anche altrove. Ricordò esattamente la prima volta in cui era stato consapevole di essere presente e, allo stesso tempo, di guardarsi da fuori.

* * * * *

Era arrivato in una stanza dove tutti sedevano lungo le pareti. Parlavano a bassa voce. Qualcuno piangeva.

Alla casa degli zii poco fuori città dove, per vicende economiche familiari – un fallimento aziendale – viveva da qualche mese, erano andati a prenderlo i due cugini più grandi, tutti compresi nel compito da adulti – appena uno dei due aveva l’età della patente – cui assolvevano.

Aveva intuito qualcosa di oscuro: già la mattina lo zio – si era durante le vacanze di natale – era inusualmente tornato a casa poco dopo essere uscito ed aveva parlato con voce concitata appartandosi con la zia.

* * * * *

La lettura del racconto terminò. Ebbe piacere degli applausi, che gli parvero convinti, e fu contento del sorriso annuente di una sconosciuta.

Avrebbe dovuto, come da scaletta, passare il microfono al vicino di destra.

Si rese conto dello sconcerto degli amici organizzatori quando, invece, attaccò a leggere un altro racconto, previsto per la seconda parte della serata, dopo la pausa.

Trattava della giornata allo stadio di un intellettualino, di quelli che non riescono a stare in pieno nemmeno con le proprie emozioni più terra terra senza infiorettarle di ragionamenti intelligenti.

* * * * *

Per quanto, da grande, lo avesse chiesto a tutti, non era più riuscito a ricostruire chi infine gli avesse detto che quel giorno, un colpo al cuore, zac, era morto suo padre. Forse, non glielo aveva mai detto nessuno. Forse è una delle cose che non sta bene dire. Meglio, meno doloroso sottintenderla, dovevano aver pensato. Per non turbarlo troppo. Per il suo bene, evidentemente.

Insomma, era stata quella volta in quella stanza con tutti seduti sulle seggiole lungo i muri, nella parte dei parenti e amici addolorati, e sua madre già vestita a lutto, nella parte della vedova, che si era visto così, nella parte dell’orfano undicenne frastornato, privo di lacrime che non fossero di condiscendenza alle aspettative del pubblico.

* * * * *

Il racconto sullo stadio conteneva qualche spunto drammatizzabile, come alcune imprecazioni e urla – da stadio appunto – che si stupì di rendere con insospettate doti istrioniche.

Piacque abbastanza anche questo. Non si erano annoiati, nonostante i due racconti di seguito.

* * * * *

Era morto il 28 di dicembre. Per quale ragione, si chiese solo adesso, non avevano passato il natale insieme?

E bastava, il dolore, a dare ragione che non fosse stata la madre ad andarlo a prendere, per dirglielo?

* * * * *

Si guardò intorno. Poggiò i fogli sul tavolo, bevve direttamente dalla bottiglia l’ultimo sorso rimasto.

Era tempo di lasciare la postazione ad altre letture.

Si sedette invece di nuovo. Si ritrovò, per non esibire la commozione, a stringere con tutte le forze che aveva i braccioli della poltroncina, fino a schiarire – private dell’afflusso di sangue – nocche e falangi.

Fu un attimo. Si alzò, ricevette pure un piccolo applauso di incoraggiamento.

Risveglio

Si rannicchiò sotto al piumone e assaporò, prima di addormentarsi, il piacere tenue della fine.

Rivolse pensieri benevoli alle persone care.

Si vide sulla panchina di legno imbullonata sulla piattaforma di cemento, di fronte all’isola, al sole freddo di una mattina di tramontana che insisteva a sferzare un cielo ormai pulito.

Dormì contento pur sapendo che, probabilmente, al mattino successivo, come tutte le mattine, si sarebbe svegliato.

Aldo

Un cortile sul quale affacciano otto scale di un grande condominio.

Questa scala, quella dove si svolgono i fatti, otto piani, come tutte le altre, ha soltanto due appartamenti su ogni pianerottolo.

Dal piccolo ingresso, che su un lato vanta una pretenziosa scultura verticale di granito grigio sbruzzoloso, partono tre scalini per arrivare al livello dell’ascensore.

Ci si conosce poco, un saluto a scappare quando ci si incontra, una considerazione sul tempo se si capita insieme in ascensore, gli occhi che non sanno dove posarsi.

Vite normali, all’apparenza, che non mi suscitano la curiosità di certi personaggi che a volte incontro in giro, sul tram, al supermercato, nella villa.

Tranne uno, che chiamerò Aldo, perché non conosco il suo nome e perché mi pare giusto che un nome, sia pure fittizio, ce l’abbia.

Aldo ha un’età che mi è difficile definire, anche se sopra il trenta non mi pare azzardato, con un buon margine per “sopra”.

Aldo lo incontro veramente poco.

Quando lo incontro, quando ci incontriamo, non posso fare a meno di notarlo.
Chiunque, in effetti, lo noterebbe.

Aldo è un culturista, tutto muscoli, impossibile non accorgersi di lui.

Già questa considerazione – impossibile non accorgersi di lui – potrebbe essere una risposta alla domanda che mi faccio sul perché uno si dedichi a far emergere ogni singolo muscolo del proprio corpo.

In verità, le ragioni potrebbero essere mille, anche opposte alla prima che mi è venuta in mente e, infine, perché indagarle?

Il modo di porgersi di Aldo, peraltro, non assomiglia per niente a eccomi, guardate quanto sono figaccione.

Anzi, Aldo è quasi sfuggente: il massimo dello scambio che mi è arrivato al mio cenno di saluto è stato un lieve piegare del capo, sempreché non gliel’abbia voluta attribuire io a forza, la risposta, perché mi avrebbe fatto piacere riceverla e me lo avrebbe reso più condomino che personaggio.

Sempre con in mano il borsone della palestra, le braccia larghe, perché le dimensioni dei muscoli sia delle braccia che del tronco non renderebbero possibile che gli arti superiori siano adiacenti al resto del corpo.

Lo stesso le gambe, alle quali l’estensione sia dei quadricipiti che di tutto il resto impongono di muoversi con passi più larghi che lunghi.

Aldo mi sta simpatico e mi fa tenerezza; il mischiarsi di queste sensazioni produce in me una strana protettività, che non sembrerebbe essere il sentimento più adeguato a una figura di tale possenza muscolare.

Ci incontriamo, quando ci incontriamo, nel piccolo ingresso di cui dicevo, quello con la pretenziosa scultura verticale di granito grigio sbruzzoloso e i tre scalini fra il cortile esterno e il ripiano dell’ascensore: lui esce dall’ascensore o sta per salirci e io viceversa, non è invece mai capitato che ci trovassimo a entrare insieme in ascensore.

È perennemente abbronzato, Aldo. Poiché il colore, più sul gambero che sul bronzeo, è lo stesso identico in tutte le stagioni, sospetto sia prodotto da lampade.

Perciò, penso ad Aldo come a una vita artificiale in cui tutto gira intorno alla cura del corpo.

Forse è il suo aspetto comunque dimesso, in contrasto con il corpo potente, a trasmettermi questa forma di tenerezza. Lo immagino a disagio con il sesso, me lo figuro vivere nella bolla dei culturisti come lui che si misurano i progressi e si scambiano, o si nascondono, gli ultimi ritrovati.

Naturalmente, visto che non conosco niente della vita vera di Aldo, si tratta di mie fantasie che vengono da miei pregiudizi, questo lo so bene. È per dire qual era il mio sentire verso Aldo quando, quella mattina che scendevo alla solita ora, l’ho trovato schiantato, riverso a faccia in giù, la testa in direzione del portone che dà sul cortile, le gambe appese ai tre scalini che scendono dal pianerottolo dove si esce dall’ascensore.

Un portatile in terra, che l’infermiere sta scollegando dai sensori applicati sul corpo di Aldo, un altro infermiere che scansa la barella per farmi passare, una donna – la madre di Aldo, credo, dall’età – seduta in cortile su una fioriera con vicina una terza infermiera che le sta parlando con dolcezza e le tiene una mano.

Non so che fare. Uno sguardo interrogativo verso l’infermiere che armeggia intorno al pc portatile mi restituisce una sua occhiata che testimonia che no, non c’è proprio niente che si possa fare.

Mi soffermo, ma giusto un attimo, per non varcare la soglia della curiosità morbosa, vicino alla mamma di Aldo – sempreché sia la mamma, non posso esserne certo – scambio uno sguardo anche con l’infermiera che le è vicina, forse farfuglio, ma oggi non ne sono sicuro, c’è qualcosa che posso fare, ma anche l’infermiera mi risponde che no, proprio no.

Mentre mi allontano e cerco un senso che non trovo, perché in effetti non c’è, mi sento inutile nell’attraversare tutto quel dolore.