Allo stadio

L’ultima volta era stato circa dieci anni prima.

Forse di più.

I preliminari non erano cambiati: parcheggio lontano, lunga passeggiata a passo svelto verso i cancelli, colori e suoni di trombette tutt’intorno, entrata dal lato in ombra.

Lungo la scalinata faceva quasi freddo ed era scuro. Quando uscì di nuovo al sole fece un grosso respiro a pieni polmoni e si guardò intorno soddisfatto: il prato verde aveva mantenuto il suo fascino.

Intorno, sugli spalti, colori, bandiere, striscioni, magliette, torsi nudi.

Cominciò a sentirsi meglio.

La sera prima aveva litigato ferocemente con la sua compagna. Nessuna scenata, per carità. Poche parole secche tra i denti. Tirate dall’uno all’altra come freccette intinte di curaro. Niente pugni sul tavolo né piatti per terra: stilettate.

Effetto bomba N, lo chiamava lei. La radiazione che passa dentro sottile, lascia il segno che lì per lì pare e non pare e dopo un mese ti tocca un’emorragia interna o l’inizio di un processo canceroso per modifiche cellulari.

A letto non si erano parlati. Ognuno aveva aperto il proprio romanzo, spento la propria luce, dormito di schiena.

La mattina il massimo della confidenza era stata mi passi il burro per favore e la rinuncia alla visita comune alla galleria d’arte moderna, da tempo programmata, era sembrata ad entrambi scontata.

Lei era andata a pranzo dai suoi genitori. Lui aveva accampato un’emicrania a cui lei aveva finto di credere e si era cotto una fettina, accompagnata da un pomodoro condito con olio e sale.

Aveva deciso d’impulso di andare allo stadio.

Ora c’era. Non poté fare a meno di provare un brivido quando un boato accolse le maglie rosse e quelle bianche che uscivano dagli spogliatoi, affiancate.

Le bandiere sventolavano tutt’intorno. Nella scalinata sotto di lui tre signore di una certa età tagliavano cocomeri per il resto della comitiva. Gliene offrirono una fetta che accettò volentieri, lusingato da un rapporto umano vero, per quanto fugace e superficiale. Gli sarebbe piaciuto ricambiare ma non seppe come.

La partita era bella, con cambiamenti di fronte frequenti e tiri pericolosi da entrambe le parti.

Si sentiva preso più di quanto si aspettasse o si volesse concedere.

Si ritrovò in piedi quando, dopo una rapida azione in verticale, il giovane attaccante della squadra di casa si trovò solo davanti all’ultimo difensore, fece una finta a destra e schizzò sulla sinistra avventandosi verso l’area ormai vuota.

E si ritrovò col pugno destro alzato, in un gesto che aveva avuto altri sapori, quando il pallone calciato violentemente gonfiò la rete dalla parte opposta a quella dov’era accorso il portiere.

«Gooooooolllll!»

Il grido gli eruppe dal fondo delle budella.

Si risiedette e si guardò intorno sconcertato. Accolse la bellezza di non doversi preoccupare di controllare le proprie emozioni, elementari che fossero.

Alla sua sinistra, nel centro della curva, notò un ondeggiamento. Un gruppetto di tre o quattro ragazzi correva in fila indiana cercando di scansare i corpi accalcati. Un gruppo più folto – saranno stati una decina – li inseguiva a breve distanza.

Sfrecciarono sotto di lui mentre le file si aprivano per far passare inseguiti e inseguitori.

Sarebbe stato facile bloccare i fuggiaschi, unici sostenitori della squadra di fuori in mezzo a uno stadio tutto di casa, ma una forma di fair play della folla favoriva invece il passaggio.

Incitando però, allo stesso tempo, gli inseguitori.

I fuggitivi erano ormai quasi arrivati alla scalinata larga in fondo alla quale stazionava il gruppo di carabinieri del servizio d’ordine – e quindi la salvezza – quando l’ultimo cadde. Il penultimo si fermò un attimo, si girò, fece un passo indietro, aiutò il compagno a rialzarsi e si ributtò a capofitto per le scale.

Il ragazzo caduto, rialzatosi, gli corse dietro. Qualcuno degli spettatori, meno dotato di fair play, lo sgambettò, e il breve vantaggio che aveva sugli inseguitori, già dimezzato dalla precedente caduta, fu consumato.

Gli furono addosso. Lo picchiarono tutti in pochi attimi e si dispersero prima che i carabinieri intervenissero.

Il ragazzo zoppicava; dal naso rotto colava sangue in quantità. La maglietta stracciata. Piangeva a singhiozzi incontenibili.

Lui si rivolse di nuovo al campo.

Intanto guardava sé da fuori: non si era soffermato un istante di troppo sulla scena di violenza? Non aveva oltrepassato la sottile soglia dove il giusto orrore e lo sdegno diventano compiacimento? Forse sadismo?

Si riscosse perché lo stadio era ammutolito.

Avevano pareggiato. Ora gli altri si stavano abbracciando in campo mentre la squadra di casa riportò mestamente la palla al centro.

Solo un attimo, e i cori di sostegno ripresero.

Anche lui si mise a cantare. Un sottile senso di liberazione per – finalmente! – l’irresponsabilità garantita dalla folla.

Non come alle manifestazioni politiche, dove si sentiva parte di qualcosa.

Qui la folla era la mediazione con l’universale senza che lui fosse tenuto a farne parte. Decise che, una volta a casa, questa considerazione avrebbe meritato un approfondimento.

Dal profondo dei polmoni gli uscì un possente «olé», mentre il pugno destro saettava di nuovo al cielo, al terzo passaggio di seguito della sua squadra, mentre gli avversari si affannavano a rincorrere il pallone.

L’«olé» solitario fu ripreso e amplificato. Gli parve che qualcuno vicino ammiccasse verso di lui con complicità solidale.

La partita scorreva sempre interessante e con vicende alterne. Non sapendo fischiare, strillò acutamente quando un difensore avversario abbatté il difensore della sua squadra che, sfuggito sulla fascia laterale, si apprestava a centrare.

Era sempre più preso. La squadra di casa sembrava però ormai stanca mentre gli avversari ora controllavano il gioco.

Tuttavia l’incitamento della folla spingeva i giocatori di casa ad attaccare.

Un difensore della squadra avversaria, rilanciando via, pescò vicino al centro campo l’odiatissimo argentino, fin’allora in ombra. Questi controllò la palla con la sicurezza del campione e con una finta di corpo mandò per terra il suo avversario diretto.

C’era da percorrere tutta la metà campo ma la strada verso la porta era libera. Scattò velocissimo sulla sinistra puntando verso l’area. Con le larghe falcate che l’avevano reso famoso, l’ultimo difensore – ormai avanti con gli anni ma vera e propria bandiera della squadra di casa – converse verso l’argentino ma, quando sembrò averlo raggiunto, quello aumentò incredibilmente la velocità, cosicché il difensore, gettatosi a corpo morto con l’ultimo fiato rimasto, riuscì solo a strappargli un pezzo di maglia.

L’argentino, seppure sbilanciato, continuò la sua corsa.

L’intervento dell’anziano difensore aveva tuttavia concesso al biondo centrale della squadra di casa, che accorreva affannosamente, l’attimo sufficiente ad arrivare sull’argentino.

Il tacco piombò sull’esterno della gamba d’appoggio dell’argentino mentre questi era ormai pronto al tiro.

Nello stadio ammutolito si sentì distintamente il crac del ginocchio spezzato.

Ammazzalooooooooo!

Aveva urlato con tutte le sue forze, mentre lo stadio tirava un sospiro di sollievo perché il fallo era avvenuto poco prima dell’area e dunque non c’era il rischio di un rigore.

La partita finì uno a uno.

Fece all’indietro lo stesso percorso, fino al lontano parcheggio, dove qualcuno gli aveva sfilato i tergicristalli.

Impiegò la normale ora e mezza a districarsi nel traffico incarognito.

A casa non c’era ancora nessuno. Un messaggio nella segreteria telefonica diceva che la sua compagna era andata al cinema con amici comuni.

Si fece una doccia per scaricarsi e levarsi di dosso gli olezzi della folla.

Abbassò le serrande. Nella penombra si soffermò a scegliere nella nutrita discoteca. Optò per il Triplo concerto.

Si sedette sulla poltrona preferita e si lasciò andare.

Quando sentì arrivare l’ascensore e armeggiare con le chiavi, chiuse gli occhi.

Avrebbe finto di essersi addormentato con Beethoven.

Un vestitino così ordinario


Eccoti qui, seduta sulla sponda del letto. Vene, dalle ginocchia alle caviglie, rigonfie e sporgenti. Hai voluto far sostituire i piedini di metallo cilindrici con altri più lunghi, affinché le lenzuola non sfiorassero il pavimento. “Le voglio alla stessa altezza da terra da tutte e due le parti.” Adesso, sono quei tre quattro centimetri che mancano, dai piedi a terra, a farti rischiare di cadere ogni volta che scendi, debole come sei.

La pelle delle braccia è troppa, per la poca carne rimasta da avvolgere, gli occhi gialli e rigonfi. Dov’è più la bella signora con la quale sono stata messa a confronto per tutta la vita? Che bella mamma che hai! Arriverai mai a essere bella come lei?

Gli stupidi insensibili confronti, continuamente proposti – perché sei sempre stata davvero molto bella, esageratamente bella, con i tuoi lineamenti delicati e decisi, la tua pelle di pesca, i capelli tutti bianchi fin da quando avevi vent’anni – avrei anche potuto sopportarli.

Se solo tu mi avessi difeso.

Senonché, tu li hai sempre alimentati, te ne sei nutrita, hai permesso che mi utilizzassero come termine di paragone, senza mai un gesto verso di me, una rivendicazione della mia bellezza. Non è questo che fanno, le madri? Non sono loro a farsi vanto della bellezza delle figlie? Oh sì, il figlio maschio preferito. Il primogenito. Lui sì che veniva esaltato.

Quant’è bello quanto è intelligente da grande farà l’ingegnere navale. Che cosa ci si poteva aspettare, da me, quando fossi diventata grande? Il tapino, peraltro, non si accorgeva di essere, più che effettivamente riconosciuto, esibito a strumento della gloria materna. Della quale, io, non ero evidentemente degna.

Eccoti qua, esausta, piagata dalla malattia, che continui a dare ordini. Porta via il bicchiere, dammi gli occhiali, no quegli altri ancora non lo sai. Eseguo, per lo più. Cerco di non discutere. Di acconsentire.

È uno strazio assistere alle inutili piccole vittorie della tua tosse per espellere i grumi di catarro che resistono, tenacemente attaccati ai bronchi, sapendo che per uno che esce altri si stanno formando, ormai dilaganti.

Sempre sorridente, sempre una parola buona per tutti, una persona gentile e disponibile. Così ti conoscono. Così mi dicono di te, quando incontriamo qualcuno del palazzo. Ti guardano con l’aria di chi pensa è irriconoscibile, in poco tempo come si è ridotta.

Mi raccontavi che, abitando proprio di fronte a Villa Ada, quando era una delle residenze del re, ti chiamavano a giocare con le principessine. Sei cresciuta così, nella buona educazione delle brave ragazze, col nonno – tuo padre – che era stato fattore di un principe e la nonna – tua madre – che ricordo minuta con lo scialletto del colore triste del glicine. Papà, invece – mio padre – era partito a dodici anni dal paese, a raggiungere i fratelli più grandi che avevano trovato lavoro come norcini. Non era fine come te, questo è certo. Per quello che posso ricordare, si capisce: avevo solo sei anni, quando è morto. Sei anni. Credi che mi abbia fatto bene, a sei anni, sentire una delle tue sorelle rivolgersi a te con in fondo ti sei tolta un peso? Credi che mi abbia fatto bene aspettare, senza che arrivasse, una qualsiasi tua reazione? Ma forse ricordo male: in fondo, avevo solo sei anni.

Vengo, vengo, rispondo.

Hai chiamato. Anzi, hai suonato il campanello, come si fa con le persone di servizio. È lì per non farti stancare, perché siamo sicuri di sentirti. Non sei stata tu a volerlo. È un’esigenza di noi che, a turno, ti accudiamo. È che lo porti così bene, quel campanello che scende dalla spalliera del letto!

E l’ora del trucco. È una cosa buona, che tutte le mattine ti lavi, ti metti la crema sul viso, quella che ti mantiene la pelle così liscia. È una cosa buona perché è voglia di vivere. Durerai, finché avrai questa voglia.

Il rossetto, la matita per le labbra. No, l’altro. Ti ho detto l’altro. Non capisci mai.

Lo fai ormai seduta davanti al grande specchio in bagno sopra al lavandino: ti stanchi a stare troppo tempo in piedi.

Dammi lo specchio, ordini.

Non ti capisco subito: stai di fronte a uno specchio grande, luminoso, quale specchio vuoi?

Lo specchietto, precisi stanca.

Ah, lo specchietto. Lo cerco tra i mille trucchi e trucchetti ai lati del lavandino.

Ha il manico, aggiungi esasperata.

Mi aggiungi le informazioni pezzo a pezzo. La prima parola sarebbe dovuta bastare. Anzi, non avrebbe dovuto essere stata nemmeno pronunciata. Avrei dovuto capirlo da sola che, a quel punto, ti serviva lo specchietto, quello tondo con il manico nero, quello con la lente concava che ingrandisce.

È nero.

Mi sale l’agitazione. Non lo trovo. Lo specchietto. Quello con il manico. Con il manico nero. Frugo frugo e non lo trovo. Non sono all’altezza, come al solito.

Siamo tutte e due rivolte verso lo specchio grande: tu seduta da un lato e io in piedi dall’altro lato del lavandino. Il tono delle ultime parole – mi stai ripetendo, e insieme, ben due informazioni: ha il manico, è nero, che mi hai già dato pezzo pezzo e che non mi sono bastate a capire – è sprezzante. Incontro il tuo sguardo sullo specchio grande, mentre finalmente trovo lo specchietto dal manico nero. È uno sguardo incattivito. Il mondo non va esattamente come tu pretendi. È dura, per te, lo capisco. È dura avere a che fare con una figlia che “non sa fare”.

Tu non sai fare. È una delle tue frasi preferite. Una di quelle che mi trapanano quotidianamente da cinquant’anni.

Una figlia di Ogino. Non ti sei fatta nessuno scrupolo di spiattellarmelo. Era un momento di rabbia? Avevo fatto qualcosa di sbagliato? Eri infelice per conto tuo? Non me lo ricordo. Non lo so. Non lo posso sapere. Che importanza può avere? Figlia di Ogino.

Ammiro le tue tecniche, le tue trovate. Pianti il gomito sinistro sul materasso, poggi la mano destra sul pugno sinistro e fai così leva per riuscire a sollevarti. Sei brava, sei ingegnosa, sei intelligente, hai sempre una soluzione. Sul serio. Questo è il meglio che ho ricevuto: l’intelligenza. La capacità di vedere da più punti di vista, di individuare immediatamente il punto debole, l’elemento critico, il fatto che negherebbe la teoria, la strategia. Sei imbattibile, in questo. Avessi avuto un grammo di cervello in meno e un pizzico di cuore in più, che cosa ti sarebbe mancato?

Questa bambina non mi assomiglia per niente, sarà proprio mia figlia? Oh no, non era detto con una qualche aria ammiccante, no: era detto in piena e totale serietà. Il vestitino così ordinario, infatti, mi continuava a piacere. Forse è stata la prima volta che ho rivendicato il mio diritto a esistere. La stoffa era semplice e preziosa: un regalo alle uova fresche della zia da parte della signora – titolare, in città, di un noto atelier – proprietaria della villa in fondo alla strada. La zia ne aveva fatto fare un vestitino per me – dodici anni – di cui ero fiera. Cominciavo a guardare i ragazzi, e i ragazzi mi guardavano, anche se non sapevo che cosa mi succedesse dentro, né perché il cuore certe volte battesse più veloce. Com’è ordinario questo vestitino. Così: ordinario. Non sembra una parola violenta, “ordinario”. Pure, mi travolse. Mi ero preparata per te, che venivi a trovarmi la domenica d’estate, presso la zia, al paese di mio padre. Cercavo la tua approvazione, il tuo consenso, un tuo sorriso. Ordinario. Un vestitino così ordinario. Ancora adesso mi entra nello stomaco e affonda fino a farmi perdere il respiro. Una goccia di Mistral e passa. Non te l’ho detto? Bevo. La sera, per lo più. Qualche bicchierino, niente di che. Mi aiuta a dormire. Non faccio bei sogni, ma almeno dormo.

Accosto. Piove fitto. Siamo su una strada urbana di scorrimento veloce a tre corsie. C’è una piccola reseca che mi permette di fermarmi un po’ in dentro, anche se non abbastanza da scongiurare strombazzamenti irritati. Il tuo corpo sempre più esile è scosso, tra il bacino e il collo, da conati di vomito. Tiro fuori la busta di plastica corredata di doppia busta di carta da pane all’interno – non è la prima volta: sono preparata – dove rovesci il niente giallo che hai mangiato. A un certo punto il rumore del traffico sparisce e restiamo soltanto tu, io, la pioggia sul finestrino. Sento dentro come una lucidità improvvisa, come uno squarcio di verità e mi sto chiedendo ma tu chi sei ma io non ti conosco tu non mi conosci che cosa ci sto a fare io qui potresti essere un’attrice ingaggiata per la parte di mia madre da qualcuno che mi sta facendo questo scherzo da decenni. Continui a vomitare giallo e verde. Il mio cuore è diventato di pietra. È questo, che mi fa soffrire. Sentirmi il cuore di pietra. Non avere altro sentimento che pietà, verso di te.

Non lo accetti. Non vuoi morire.

Qualcuno lo accetta, forse?

Io, lo accetterò?

Dormi.

Sonnecchi, è meglio detto. Ti accarezzo la nuca. Urli come se ti stessi scorticando. La mia mano è fredda, non lo vedo che stai dormendo?

Morirai, e io mi maledirò per queste carezze non date e che non ti potrò più dare, per non essere capace di trovare l’attenzione giusta, il gesto che ti conforti, la parola che ti sostenga, la battuta che ti strappi un sorriso.

Forse è meglio se ti lascio a dormire tutto il giorno, se non sto lì tanto a preoccuparmi delle piaghe e piaghette che spuntano intorno all’attaccatura del femore con l’anca, a cercare unguenti, a battere tutte le farmacie – non avevo idea della quantità sterminata di prodotti esistenti – alla ricerca della benda più adatta. Speravo mi avresti insegnato qualcosa sulla vecchiaia, sull’avvicinarsi alla morte. Lamenti, imprecazioni. Ti aiutano? Non mi pare. Ma forse sì. Devo essere contenta, quando mi tratti al peggio: so che, così, sei viva. Ed è questo che conta, no?

*** *** ***

Hai smesso di respirare quando sono finite le forze. Sono due mesi, ormai. Si finisce così, con l’aria che diminuisce insieme con la coscienza, visto che il cervello riceve sempre meno sangue. Chissà se la scienza ha individuato un ordine in cui gli organi smettono di funzionare e, a mano a mano, si cadono uno addosso all’altro come tavolette del domino messe in fila in verticale.

Mi occupo della tua casa, adesso. Divido, distinguo, seleziono. Lo faccio come un lavoro. Mi piace classificare, ordinare. Mette pace nei pensieri. Gli oggetti prevalgono. Dai preziosi vasi cinesi al coccodrilletto di plastica color canarino che avanza a quattro zampe con lo zzzzz della carica a molla.

La scatola di legno intarsiato che, all’apertura, attiva il carillon di Torna a Surriento. Me lo ricordo, quando cantavi con quella bella voce da contralto e io piangevo di commozione, senza capire perché. Erano Catarì, La vie en rose, quel valzer che faceva se / tu sei con me / la mia vita / più bella / mi appar…

Negli ultimi mesi ascoltavi soltanto il concerto di Aranjuez e piangevi, contenta.

Posso essere meno dura, ora che sei morta? Niente è cambiato, in me. A parte il senso di sollievo, per la fine degli affanni. Dei miei, affanni. Il primogenito sembra più attaccato alle cose dell’infanzia. Gli cedo volentieri ciò che lo attrae.

Più di cinquanta paia di scarpe, alcune delle quali mai messe ai piedi. Non so più quante pantofole. Che cosa ne facevi? Il primogenito ha disposto sul tuo letto a una piazza e mezzo, per dividerla, la bigiotteria – comprata o prodotta: sì, eri brava anche a costruire collane – e, nella sua ossessività, li ha raggruppati per collane, bracciali, orecchini, spille. Spiccano sopra un panno bianco, un mollettone, quella stoffa morbida che si mette sotto alle tovaglie per non rovinare i tavoli. Lo spazio era tutto occupato, la superficie completamente coperta dai brillocchi di ogni genere forma colore e qualità. Uno spettacolo. Come un evento naturale catastrofico, di quelli che spaventano e attraggono allo stesso modo.

La vetrinetta con i mille ninnoli raggruppati per scatoline, ovetti propiziatori, statuine. Non mi è uscita una lacrima, ancora. Al funerale, avevo gli occhi rossi, mi hanno detto. Ma una lacrima, no. Uno dei tuoi nipoti, al momento di chiudere la bara, ci ha voluto appoggiare una delle farfalle autoadesive che avevi sparso per casa.

Le foto le ho lasciate per ultime. Non so se avrò voglia di guardarle. Se non fosse per il primogenito che preme per concludere le divisioni. Farò fare a lui. Prenderò quel che mi toccherà e le terrò chiuse in una scatola.

I lavori a uncinetto. Anche qui eri brava. Erano tuoi i cappelletti stravaganti di Mimì metallurgico. Gli scialli colorati preparati per i nipoti. Le copertine da culla. Le sciallette a triangolo con cui ti coprivi le spalle, a strati.

Sono rimasti questi ultimi cassetti. Tiro fuori una a una le buste di plastica sigillate. Mentre squilla il telefono l’occhio registra un colore noto e, nei bassifondi del cervello, sta cercando di riconoscerlo, mentre liquido l’ennesima, petulante agenzia immobiliare che vuole sapere se la casa è in vendita.

Passo per la cucina e mi sbuccio un’arancia. Senza mai staccare il coltello, senza perdere il filo, in modo che la buccia resti una spirale continua. Perché mi commuove, la buccia d’arancia?

Ne coprivi i termosifoni, d’inverno. Mi piaceva quel profumo e mi scottavo il nasino che non arrivava alla sommità del calorifero. Li rinnovavi, a mano a mano che si incartapecorivano, dopo aver perso gli umori. Li facevi disporre a me, qualche volta, in punta di piedi. Forse mi toccavi, pure, in quella circostanza. Non ne sono certa.

Era con il primogenito che percorrevi a passo di rumba il corridoio, giovane mamma piena di vita compressa, al suono di tarà tarà tarà / tatàratatàtatà…

Pizza-ricotta-oreste-giù, invece, lo facevamo tutti e tre insieme, e io ridevo tanto.

Ricordati che sei figlia di un bersagliere. Sono le ultime parole che hai detto, prima di perdere conoscenza. Te lo diceva tuo padre – nonno Giorgio – nei momenti difficili. E ce ne sono stati.

Ti commuovevi, quando raccontavi di quella volta che il suo squadrone di bersaglieri a cavallo, con tanto di piume sul cappello, a una delle stazioni tra Milano e Torino, si era schierato a salutare il re, che raccoglieva gli omaggi del popolo a ogni fermata. Poi il re era ripartito e lo squadrone, affondando per i campi di riso cavalcando per le colline di vigne rischiando i garretti sulle zolle gelate era arrivato – le divise inzaccherate, le piume impolverate, cavalli e cavalieri stremati – alla stazione successiva un minuto prima del treno e si era disposto a guardia d’onore, con le sciabole sguainate a salutare di nuovo il re. Il quale, infastidito per la trasandatezza, chiese perché fossero così malconci e quando gli dissero sire sono gli stessi della stazione precedente allora emise un eh perbacco li guardò per bene a lungo come a sincerarsi delle facce sorrise e portò la mano destra tesa sulla fronte a salutare come si deve a militari coraggiosi.

Tutto questo mi torna mentre mangio l’arancia. Butto la buccia: non è inverno, non può servire. È stata una prova di destrezza inutile. Che cosa stavo facendo? Ah, sì, l’ultimo cassetto.

Nei tre metri del corridoio sorrido ricordando Signora Prenda Questa Ricotta! Sì Pizzicarolo Quando Ripasso!

Un vestito rosso a camicione. Una specie di turbante dorato. Una mantella celeste polvere, con il collo di visone. Tutte stoffe rimediate sulle bancarelle, che nelle tue mani – e su di te – si trasformavano in abiti vistosi ma non appariscenti, sempre portati da gran signora.

Questa stoffa, invece, è più preziosa. È l’ultima busta.

Quale ignota strategia mi ha guidato? È questo, l’ultimo cassetto che apro. Mi appoggio sulla sedia a dondolo. Non l’ho ancora aperta del tutto. La plastica è spessa, quasi rigida, e quel che si vede attraverso è opaco.

Mi appoggio all’indietro. Forse è la posizione delle palpebre abbassate. Così, posso spiegare le lacrime, mentre a occhi chiusi apro l’ultima busta, lasciando alle mani il compito di riconoscere la trama della stoffa, i ghirigori preziosi, l’intatta leggerezza del cotone di sartoria. I singhiozzi, invece, non li spiego. Forse è il movimento del dondolo, a confondermi. Ma non vanno a ritmo.

L’hai conservato per me, dunque, quel vestitino così ordinario.

Energia e preghiera


A cena da mia sorella, le arriva un messaggio su Whatsapp.

È un messaggio audio, che ascoltiamo tutti.

— Vi chiediamo di dire una preghiera per un bambino, che purtroppo ha bevuto da un contenitore con acido muriatico, o forse un’altra sostanza, ma sta gravissimo in ospedale. I genitori sono nostri parrocchiani, brave persone, grazie per quel che potete fare, Dio ve ne sarà grato.

Probabilmente, mi dico, è il parroco che sta facendo girare ai parrocchiani. Penso a quel bambino, penso alla disperazione di quei genitori, che insieme mi fanno rabbia per la loro incoscienza.

Poi mi rivolgo a mia sorella e le chiedo:

— Poveretti, ma a che serve questo?

— Intanto è energia che circola.

— Ti prego, che c’entra l’energia? È solo una parola sotto alla quale chiunque fa passare di tutto, l’energia no, per favore!

— Comunque, male non può fare, no?

Certo che non può fare male.

E rifletto: se tante persone ci credono, lo fanno, un senso per loro ce lo deve avere. Mi do alcune risposte, come dire? antropologiche: il senso di comunità, di appartenenza; il sostegno per quei genitori: sapere che tante persone stanno pregando per loro, anche se le preghiere non incideranno in nessun modo sulle cure che quel bambino sta ricevendo, li farà sentire meno soli.

Ma è l’ultima considerazione di mia sorella che mi sembra decisiva, e che mi induce a “mandare” un pensiero a quel bambino e a quei genitori:

— Se anche facesse bene solo a chi la dice, quella preghiera…

Battesimo con esorcista

Sono stato a un battesimo, chiesa di periferia, fra verde e superstrade.

Il parroco che celebra la funzione è un uomo sanguigno, che spiega ogni singolo passaggio della liturgia e così si propone di dare senso all’intera cerimonia.

Quando arriva alla funzione di madrina e padrino insiste sul fatto che devono vigilare sui genitori se questi non si comportassero bene e anche su quanto sia importante scegliere bene madrina e padrino, perché meno male che c’è don X nella parrocchia qui vicino che è un esorcista, che quando sono capitati madrina e padrino pericolosi, che trafficavano con amuleti e cose simili, abbiamo dovuto farlo intervenire sul bambino, e per fortuna che stava ancora alle elementari e non è stato troppo complicato liberarlo dal male.

Quando poi spiega che il battesimo è il primo esorcismo, perché libera dal peccato originale, un gelo si trasmette fra i presenti ma alla fine va tutto liscio.

Gli esorcismi saranno poi uno degli argomenti di conversazione del rinfresco successivo, nel giardino di una delle villette racchiuse in un quartierino isolato, dove vivono fratelli sorelle cugini di una famiglia allargata che avuto la lungimiranza di comprarne una porzione e di costruirci.

L’ambiente è molto piacevole, il catering ottimo, l’atmosfera rilassata, con i ragazzini che hanno a disposizione un bigliardino e uno spazio aperto dove giocare a palla.

Mi guardo intorno, cerco di individuare in che tipo di sceneggiatura sono capitato.

Un film di Muccino? No, perché non vedo nessun segnale di tresche nascoste, che poi non si può mai sapere ma insomma sembrano tutti davvero rilassati e collaborativi.

Nemmeno un film di Virzì, perché le convinzioni non sono esibite e quel poco che emerge è del tutto moderato da battute innocue e pure divertenti e anzi con una certa attenzione delle parti femminili a temperare a priori se qualche maschio volesse eccedere.

Insomma, un mondo normale di persone con un certo agio senza ricchezze da esibire. Del quale, per storia e censo e familiarità, dovrei serenamente sentirmi parte.

E, invece, irrimediabilmente: no.

Gli animali e io


Cani, gatti, animali in genere, sono fonti di sporcizia e malattia: sono stato educato a questo e, perciò, a starne lontano.

Da piccolo, ricordo la tartaruga sul grande terrazzo dei nonni materni. Un giorno scomparve, non se ne seppe più niente: un po’ mi dispiacque.

A otto, dieci anni, lo zio Raffaele mi portava a caccia con lui. Mi piaceva essere bravo a colpire il bersaglio, mi dispiaceva raccogliere l’uccelletto morto. Qualche volta erano solo feriti e mio zio aveva l’accortezza di finirli – li strozzava con due dita nascondendo la mano dietro alla schiena – cercando di distrarmi. Di quella stagione, come bel ricordo, non mi è rimasta la caccia, ma le salsicce infilate su un ramo di faggio appena sbucciato e poggiato su un altro ramo a forcella, sopra al fuoco acceso nel bosco, e il panunto. E il procedere nella natura, che allora mi pareva selvaggia, tanto che andarci dentro mi è rimasto come bisogno e piacere che vuole tuttora esprimersi ogni volta che può.

I figli erano ancora piccoli, cinque e sette anni, e con Enrica decidemmo di prenderci finalmente una vacanza da soli. Li lasciammo con amici, dei quali ci fidavamo, che gestivano un campeggio per ragazzi e, con un’altra coppia, andammo in Sardegna. Per un paio di giorni fummo ospiti di loro amici, che avevano due figli e un bellissimo cane lupo. Lui passò tutto il tempo a prendersi cura del cane lupo – gli faceva lunghe, misteriose operazioni fra i denti – disinteressandosi dei figli. Non ho un ricordo preciso dello svolgimento, ma a un certo punto disse qualcosa il cui senso era – convinto, molto convinto, non scherzava affatto – che per lui il cane lupo era più importante dei figli. Questo mi colpì molto, e infatti ancora lo ricordo, anche se con quelle persone non ebbi altri contatti nella vita. Era qualcosa di cui non mi potevo capacitare. Eppure esisteva.

Dove ho lavorato per trentasette anni c’era una donna, allora sui quaranta, intelligente, colta, ben curata, con aria sempre abbastanza distante. Viveva con quattro cani. Un volta che mi capitò di scambiarci qualche parola le chiesi come mai non avesse un compagno. Allora potevo essere troppo diretto, poco curante della sensibilità dell’interlocutore, ma quella volta deve essermi uscita con il tono giusto, perché mi rispose sorridente che la sua psicologa le aveva proposto, e a lei era piaciuto, che prendersi cura dei cani fosse un modo di allenare i sentimenti. Questo punto di vista mi colpì, e cominciai a osservare diversamente il rapporto essere umano – animale.

Una volta – ero separato – andando a trovare i figli, vidi Marco, allora adolescente, che insieme a un amico stava dando latte con un biberon a un micetto sperduto, che avevano riparato in una scatola di scarpe. Gli dissi, mi uscì così, che sarebbe stato un bravo padre, È in effetti un bravo padre. Anche Giordano lo è.

Andai a vivere a casa di Adriana, nel momento in cui uscì dalla casa dei genitori. Avevo preteso che lasciasse dai suoi Pippo, un bastardo bianco chiazzato nero, di media taglia, irruento e attaccabrighe. Un giorno che eravamo andati a trovare i suoi genitori vedemmo la madre di Adriana – di grossa corporatura – che stava rischiando di cadere, letteralmente trascinata da un Pippo incontenibile, e convenimmo che Pippo avremmo dovuto prenderlo con noi. Così fu: una rottura infinita, un vincolo continuo. Tuttavia, mi piaceva portarlo a fare il giro di pisciata della mattina. Invecchiò, si ammalò, aveva un’artrosi che non ce la faceva quasi più ad alzarsi. Quando scendevo la mattina ormai dovevo portarmi l’occorrente per pulire perché gli usciva prima di varcare la soglia del portone e al ritorno lo riportavo a casa – eravamo al primo piano – in braccio, perché non era più in grado di salire le scale. Andò avanti qualche mese. Mi avrebbe fatto piacere accompagnarlo a morire, ma Adriana non se la sentì e lasciò questo compito ai genitori.

Mi sposai di nuovo. A casa di Uliana, in Umbria con un piccolo giardino, c’era già Lara, che sembrava la copia di Pippo. Lara ogni tanto scappava e una volta tornò incinta. Nacquero tre batuffoli proprio quando Uliana era in Usa per lavoro; li trovai la mattina appena alzato, Lara aveva fatto tutto da sola, mi avevano spiegato che si sarebbe mangiata lei stessa la placenta (che schifo!) e che avrei trovato tutto pulito. I tre cuccioli li regalammo a qualcuno che, ci accertammo bene, se ne sarebbe preso buona cura. Poi abbiamo divorziato, Lara è morta quando non vivevo più lì, mi è dispiaciuto.

Infine, incontro una tipa dai capelli da fata turchina che mi dice di vivere con diciassette animali, che mette le tartarughe in frigorifero per letargarle, che le portano cani e gatti disastrati che lei rimette in sesto. È vegana, animalista e qualche altro ista che non ricordo. Non mi pare però del tutto fuori di testa, mi incuriosisce molto.

Sono rimasto segnato da quella spiegazione della psicologa circa il rapporto con un animale come allenamento ai sentimenti, e infatti so che diversi animali funzionano bene in accompagnamento a una terapia.

Vedo anche, però, che qualcuno si allena tutta la vita e non passa a giocare sul campo. Mi sono convinto che sia perché, nella relazione con un animale, l’umano non ha bisogno di fare la fatica di contrattare un modo di stare insieme, perché è il solo a stabilire le regole. E non rischia l’abbandono, mentre ottiene abbastanza facilmente fedeltà, accoglienza, le feste, può anche soddisfare il bisogno che tutti abbiamo di contatto fisico, di abbracci.

Ho letto qualcosa su Wikipedia, quindi senza grande approfondimento, di biocentrismo e antispecismo: mi sono fatto l’idea che, una volta fattane una metafisica, si possa arrivare a teorizzare che una relazione essere umano – animale possa essere considerata alla pari di una relazione fra esseri umani. Non sono sicuro che sia una prospettiva augurabile e, tuttavia, potrebbe aprire a punti di vista del tutto nuovi. Mantengo sospeso il giudizio.