In ascensore

Salgono insieme sull’ascensore.

Lui va al venticinquesimo piano.

Anche lei.

Lui è di media statura, media corporatura, media età. Appena stempiato. Sudato. Ha parcheggiato con difficoltà lasciando l’auto un po’ di traverso. Ha percorso sotto il sole il tratto di marciapiede lungo l’edificio dentro al quale è poi entrato. È un po’ teso perché deve avere un colloquio per un posto di lavoro importante. Non ne sa molto ma ha deciso di tentare. In verità non gliene frega niente: ha già un lavoro soddisfacente. Ci va per mettersi alla prova, per vedere se vale.

Lei è giovane, spigliata. L’aria condizionata dell’ingresso le ha gelato la camicetta di seta sulla schiena. Viene direttamente dal parrucchiere all’angolo. Torna a casa, dove finirà di prepararsi per la serata. Si osserva uno sbaffo scuro sulla scarpa sinistra di camoscio tortora. Resta indecisa se provare a pulirlo: sarebbe un movimento poco elegante. Lo fa, poi sorride di sghimbescio al compagno di ascensore, come per scusarsi.

Lui lo prende per un vero sorriso. Si è accorto della manovra con la scarpa, ma magari era un pretesto, pensa. Sorride a sua volta ma lei ha già voltato lo sguardo.

Ora guardano entrambi la bottoniera. Poi l’indicatore dei piani. Il pavimento.

Lui pensa che potrebbe mettersi alla prova anche conquistando questa donna.

Lei si sente osservata: le capita spesso.

Venticinque piani sono tanti e questo ascensore è lento.

Le fa piacere essere guardata. Fingendo di aggiustare un ciuffo di capelli si gira fuggevolmente: lui la sta fissando. Ora è infastidita.

Lui si aggiusta la camicia, si schiarisce la voce, si dondola da un piede all’altro. E se la violentasse? Perché no? Poco tempo. Potrebbe limitarsi a pizzicarle un capezzolo. Urlerebbe. Potrebbe minacciarla per farla stare zitta.

Non lo farò, ma potrei farlo, dunque sei in mio potere, pensa lui.

Sembra carino, pensa lei. È così impacciato che le viene voglia di parlare per prima. Intanto giocherella con la collana. Lo sbaffo sulla scarpa è rimasto tale e quale. Sorride a sé stessa e pensa che potrebbe farne qualsiasi cosa, di quel tipo. Potrebbe farlo innamorare. Oppure solo eccitarlo, provocarlo. Farsi invitare a cena e non andarci. O andarci: potrebbe anche essere piacevole. Lo sente plasmabile.

Potrebbe ucciderla, pensa lui. Se la strozza lei si divincola e restano tracce. Un colpo alla carotide col taglio della mano: lei resta senza fiato a occhi sbarrati e lui la strangola con calma.

Lei sta sbirciando il giornale che l’uomo tiene in mano.

Lui se ne accorge e coglie l’occasione per attaccare discorso chiedendole se vuole leggerlo. Glielo porge.

Lei lo guarda un attimo, ringrazia e glielo restituisce con un commento su uno dei titoli della prima pagina.

Lui risponde con un’osservazione sul caldo di quei giorni.

Lei sta per replicare ma le porte automatiche dell’ascensore si aprono.

È il venticinquesimo piano.

Lei si avvia verso la porta di fronte con la chiave in mano.

Lui apre la bocca senza emettere suono. Fa un passo verso di lei.

Dieci minuti dopo lo cancellano dalla lista degli appuntamenti: assente.

La minzione del geometra Messana

Il geometra Messana si rialzò sonnacchioso dal breve riposo pomeridiano.

Si sentiva appiccicato. I calzini aggrumati, la camicia spiegazzata, il cervello confuso.

Avrebbe fatto meglio, prima di coricarsi, a spogliarsi e mettersi in pigiama, invece di limitarsi a slacciare la cintura e allentare la lampo dei pantaloni.

Se lo diceva ogni giorno, da trentadue anni, tanti quanti ne erano trascorsi da quando si era sposato con Elvira.

Doveva tornare al lavoro. Sperava che la nuova impiegata, convinta dai suoi discreti consigli che, per carità, non erano assolutamente da interpretare come pressioni, fosse rimasta per gli straordinari.

Il fastidio per sentirsi trasandato si acuiva perché non voleva fare brutta figura con la signora Laura, così si chiamava la nuova impiegata. Ma: cambiarsi per il riposo pomeridiano? E se avesse verificato che si sarebbe trovato meglio, che cosa avrebbe dovuto concludere, che aveva sbagliato per più di trent’anni? No no, meglio evitare la verifica.

Si sciacquò la faccia e si cosparse di lavanda. Francese, comprata a Parigi, ricordò compiaciuto. Ravviò i capelli ancora scuri e ondulati. Meditò sulle guance un po’ cascanti. Si chiuse il colletto della camicia, rifece il nodo della cravatta, allacciò le scarpe che Elvira aveva lucidato mentre lui riposava. Infilò il gilet di lana inglese – questo comprato in un buon negozio del centro, perché a Londra non era ancora stato – e indossò la giacca.

Si guardò allo specchio. Non andava. Decise che era una giornata in cui era giusto cambiare qualcosa.

Solo per questa volta, sia ben inteso, senza mettere in discussione le regole.

Ordinò a Elvira di preparargli una camicia pulita e l’altro vestito. Non ci fu bisogno di ricordarle che sarebbero servite non più le scarpe nere ma quelle marrone.

Elvira eseguì. Era però inquieta. Ogni giorno, da trentadue anni, esaudiva amorevolmente le richieste del marito. Si era sempre, però, rifiutata di collegare i cambiamenti di abitudine del marito con le crisi familiari che erano regolarmente seguite. Così si era rassegnata all’insicurezza permanente, che sfogava con meschine scenate per la cena raffreddatasi o per la scelta del canale televisivo.

Il geometra Messana, alle 16 in punto, vestito a nuovo e profumato, scese in garage, borbottò per via della solita auto parcheggiata male che gli rendeva più difficile la manovra, si diresse in ufficio.

La signora Laura c’era. Mora, alta.

Le scarpe con i tacchi le imponevano una camminata che, non riuscendo del tutto alla signora Laura il portamento con passo lungo flessuoso nonchalante a cui aspirava, risultava piuttosto legnosa.

Il geometra Messana la salutò, fingendo professionale sorpresa per averla trovata ancora al lavoro e si chiuse, come sempre, nella stanza.

Lì stava bene.

Una poltrona comoda, girevole e pieghevole, bei quadri forniti dalla ditta, piante ben curate, moquette blu scuro, un salottino ricavato in un angolo, ampia scrivania con sù carte ben ordinate. L’insieme doveva trasmettere, a chi vi entrasse, efficienza, ordine, senso della giustizia.

Era un posto di responsabilità, che il geometra Messana aveva meritato per le sue capacità di lavoratore instancabile, in nome delle quali sapeva di poter pretendere altrettanto impegno, se non dedizione, dai suoi sottoposti.

Qualche collega di malanimo, come ce ne sono, sospettava che il geometra Messana fosse arrivato in quella posizione per la volontà dell’Amministratore delegato di tenere per un po’ in frigorifero il settore – in altri momenti importante ma con pochi dipendenti – a cui il geometra Messana era stato preposto.

Il geometra Messana, infatti, pur essendo scrupoloso esecutore di direttive, non era tipo di grandi iniziative. Certo, si rendeva ben conto che un capo, in quanto tale, doveva averne. Sagacemente, allora, presentava ai suoi sottoposti le istruzioni che riceveva come frutti di sue proposte fatte ingoiare dopo lunghe discussioni all’Amministratore delegato.

Il geometra Messana stava bene nella sua poltrona, nella sua stanza. I momenti critici con l’Amministratore delegato, che lo trattava sbrigativamente, erano tutto sommato pochi, e gli restava molto tempo per compensare le frustrazioni che lì accumulava.

Il che faceva riversando sui sottoposti le angherie che riteneva di subire. Il conto, tuttavia, non tornava. Infatti, il geometra Messana riconosceva all’Amministratore delegato il diritto di infliggergli – e a sé il dovere di subire – tali angherie, ma non gli sembrava di trovare analoga disposizione nei suoi sottoposti.

Quel giovane architetto, per esempio, che ogni tanto pretendeva di scrivere relazioni infarcite di paroloni, quando tutto si poteva dire con le buone cento parole del linguaggio di ufficio. Parole sicure, sperimentate, non aggredibili da equivoci, non soggette a richieste di precisazioni.

Più facile, ma anche di minor soddisfazione, con l’uomo delle pulizie. L’ufficio era uno specchio, ma il geometra Messana gli aveva fatto una scenata, due giorni dopo esservisi insediato, perché a metà mattinata i cessi erano sporchi. Naturalmente sapeva benissimo che l’uomo delle pulizie svolgeva il suo lavoro prima dell’inizio e dopo la fine dell’orario d’ufficio e che perciò non poteva essere responsabile della sporcizia degli utilizzatori dei bagni. Ma era servito a definire le distanze.

Non per niente, dopo la scenata, l’uomo delle pulizie lo salutava sempre con deferenza.

Qualche settimana dopo, lo gratificò con “effettivamente, da qualche tempo i cessi sono un po’ meno zozzi, bravo.”.

Il pensiero gli fece venire lo stimolo di mingere. La signora Laura lo vide passare nel corridoio e poco dopo lo osservò ritornare con aria soddisfatta.

Il geometra Messana aveva una sua teoria, cui teneva molto e di cui era tanto geloso da non averne fatto parola con alcuno: che ciascuno sfrutti per sé le proprie conoscenze, si diceva, se ho un vantaggio sugli altri perché mai dovrei dividerlo?

La teoria, dunque, consisteva nella considerazione che l’urina, al momento della minzione, costituiva una via di comunicazione tra corpo e cesso. Vero che l’urina andava in direzione corpo-cesso, ma vero pure che non si poteva del tutto escludere la possibilità che microrganismi batteri virus e insomma tutto il bestiario che si annida nelle latrine avesse imparato a risalire lungo l’urina con velocità superiore a quella con cui l’urina scendeva e a penetrare così nel corpo.

Faremmo torto al geometra Messana se non gli dessimo credito di rendersi conto della scarsa probabilità che i microrganismi batteri virus etc. fossero così veloci. Ma egli era particolarmente fiero di aver trovato un campo di applicazione a se stesso di un complesso concetto – il principio di precauzione – di cui aveva letto su qualche titolo di giornale. Del resto, chi potrebbe dimostrarvi che egli avesse torto?

Così, dopo la prima folgorazione, pisciava in una boccetta che si portava appresso e che vuotava poi nel cesso ripulendola ogni volta scrupolosamente. In seguito, rivelatosi il sistema troppo laborioso, si limitava a orinare a schizzi.

In tal modo, argomentava tra sé il geometra Messana, che non era privo di intuito circa i principi della teoria delle probabilità, non aveva la certezza del risultato, ma certo rendeva difficilissimo – e per il tempo più breve e per lo schizzo più veloce – il compito dei microrganismi batteri virus etc.

Questa, e non altra, era la ragione per cui il geometra Messana appariva così soddisfatto di sé dopo aver orinato, il che faceva spesso.

Si risiedette in poltrona, sparse ordinatamente alcune carte sulla scrivania – tutte rigorosamente parallele o perpendicolari sia tra loro che rispetto ai margini – e chiamò la signora Laura spingendo due volte il segnale dell’interfono.

Quella si presentò dopo un attimo con in mano un blocco notes per stenografia e una matita, pronta ed efficiente.

Una bella cavallona, con quei capelli neri e anche il viso un po’ allungato. La invitò a sedersi e cominciò a dettarle una lettera. Si interruppe spesso, come a concentrarsi, con gli occhi chiusi e le mani strette sulle tempie.

La signora Laura lo osservava con curiosità riemergere da queste brevi apnee mentali, colpita dall’impegno per rendere i pensieri in buon italiano.

Forse avrebbe apprezzato meno – ma era stata assunta da pochi giorni – se avesse avuto modo di sfogliare l’archivio dell’ufficio, dove giacevano decine di lettere identiche a quella che stava stenografando con tanto impegno, desiderosa di fare bella figura.

Certo che lo sforzo di dominio del proprio intelletto di cui il geometra Messana dava mostra doveva apparirle un tantino eccessivo. Tuttavia, avrebbe cambiato idea, al riguardo, e forse ne avrebbe ammirato la capacità di autocontrollo, se avesse potuto seguire i pensieri del geometra Messana: tutto concentrato, nel suo chiudere gli occhi, a rivivere la scena – da un film – di uno stallone che nella nebbia umida della brughiera monta una splendida cavalla.

Il geometra Messana si compiaceva, rientrando dalle sue brevi assenze a occhi chiusi, di rivedere la scena in tutti i particolari – lo zoccolo scalpitante, le froge fumanti, l’equuspisello vermiglio e spenzolante, i muscoli della coscia saettanti sotto pelle – riuscendo a non sovrapporre i suoi piani sulla signora Laura alle immagini che ricreava.

Finita la dettatura ristette qualche attimo in silenzio a osservare la signora Laura. Questa, prima restò per un po’ in attesa di altre disposizioni, poi prese a gingillarsi con la matita, infine si sistemò meglio sulla poltrona appoggiandosi all’indietro.

Si rassettò la gonna, si aggiustò i capelli spostandoli con i mignoli delle due mani dietro le orecchie.

Si guardò intorno nella stanza mentre il geometra Messana aveva preso a consultare un libro.

Restò a guardarlo per qualche minuto imbarazzata.

La lettera era finita. Lui non la congedava ma sembrava ignorarla. Doveva restare con le mani in mano, rischiando la figura della sciocca, o doveva andare di là a battere a macchina la lettera?

Fece un paio di “ehm”. Accavallò le gambe da una parte. Poi dall’altra. Ogni volta riassettando la gonna e risistemandosi sulla poltrona.

Si decise, seduta ora sul pizzo della poltrona e con la mano sul bracciolo pronta ad alzarsi, a un “posso andare?” che uscì smozzicato perché mentre lo esalava le venne in mente che sarebbe stato preferibile un “ha ancora bisogno di me?”.

Lo “scccc” del geometra Messana la lasciò a mezz’aria, col sedere sollevato e il peso del corpo distribuito malamente tra il polso sinistro sul bracciolo della poltrona e il gomito destro sulla scrivania.

Ricadde sulla poltrona. Arrossì violentemente quando il geometra Messana, poco dopo, chiese brusco che cosa mai facesse lì impalata e come mai non avesse ancora battuto la lettera, che poi era così breve e semplice, tanto per farla abituare alla dettatura senza impegnarla troppo dato che era alle prime armi.

Sentì che dalle gote la rabbia passava fino alla radice dei capelli, s’impappinò, non trovò le parole giuste e si limitò a tornare nella sua stanza reprimendo le assurde lacrime che insistevano per spuntare.

Il geometra Messana sorrise indulgente e compiaciuto per la propria capacità di controllo del personale.

Esercitarsi nel mettere in imbarazzo gli inferiori, renderli insicuri, era uno dei sistemi preferiti di far valere il suo potere, e il geometra Messana era intimamente convinto che facesse parte delle qualità del buon capo usare di quando in quando questi trucchetti.

La prossima volta la signora Laura si sarebbe alzata appena finita la dettatura e lui l’avrebbe bloccata sulla porta – non prima, non prima! – con un gelido “signora, chi le ha detto di andarsene? Si accomodi, prego.”. E l’avrebbe tenuta lì per qualche minuto. Dopodiché, l’avrebbe congedata.

La volta successiva, il copione era collaudato, la signora Laura sarebbe stata tesa e incerta, timorosa di sbagliare, e per lui sarebbe stato più facile cominciare ad aprire qualche breccia. Mostrandosi premuroso, gentile, e preoccupato per il disagio evidente della signora Laura.

Così che, dopo averla sollecitata a esporre con franchezza il perché di quella mancanza di serenità, quando ella avesse cominciato a girare intorno al problema ed egli avesse fatto un gesto di conforto – come una carezza rapida sui capelli – la signora Laura avrebbe “dovuto” considerarla un moto paternalistico, pur percependone in pieno l’ambiguità.

Il geometra Messana si alzò per pisciare. Non poteva davvero dire che la vita fosse avara, con lui.

Violette candite

È seduto a una scrivania. Piccolo di statura, con grossi baffi ancora scuri, a contrasto con i lunghi capelli bianchi. La stanza è ampia, stracolma di libri che appesantiscono le mensole fino a curvarle, scura e ingombra. Finisce di scrivere qualcosa su un taccuino, lo chiude, spegne quel che resta della sigaretta consumata fino al filtro, si alza.

Scalda, in un pentolino rosso di smalto, scrostato qua e là, la dose d’acqua necessaria a radersi. Si è convertito a malincuore alle lamette, e poi ai rasoi a consumo – ciascuno lo fa durare settimane – ma non alle bombolette di schiuma. Così, si massaggia a lungo le guance con il pennello che intinge prima nell’acqua calda e poi nella cuccuma dove è contenuta la crema che produce una bella schiuma dall’odore di mandorla. È rito di tutte le mattine. Stamattina, Libero inaugura un nuovo rasoio. Fa attenzione a non tagliarsi: la mano ha bisogno di adattare la pressione rispetto a quella necessaria con la vecchia lama usurata.

Il quintetto per pianoforte e archi di Brahms lo segue dalla piccola radio appoggiata su una mensola. Libero conviene che sia una musica adatta alla giornata che si presenta.

Non sarà semplice, ma ha deciso.

Vestito elegante, con un cappello a falde, attraversa la via nella mattinata primaverile e arriva davanti alla vetrina seminascosta di una piccola pasticceria.

Entra, il negozio è tutto rivestito di velluto rosso. Sul bancone, cioccolatini e dolci preziosi.

Sceglie da esperto e sorride alla giovane commessa, che confeziona il pacchetto con aria complice.

​— Pacchetto speciale oggi, eh, signor Libero?

​— Sapesse quanto è speciale! Lei non era ancora nata, la prima volta che comprai, proprio qui, i marron glacé con le violette candite.

Mentre paga ci ripensa.

​— Allora, erano un vero lusso. E forse non erano nati nemmeno i suoi genitori.

La commessa lo guarda uscire dietro il din-don della porta. Gli sorride. Le sta simpatico quel vecchietto magro che a volte, quando c’è folla, approfitta del tempo di attesa per scrivere fitto fitto su un taccuino nero.

Ha preso il treno. Tiene il pacchetto appoggiato sulle ginocchia e lo protegge ai lati con le mani, come qualcosa di molto prezioso.

È una pazzia, si dice. E ride, guardando la campagna e le volute del Tevere scorrere dal finestrino.

Alla stazione si fa portare da un taxi a un incrocio verso le colline vicine. L’Osteria è diventata “Hostaria”. Strade fangose. Si avvia a fatica per una salita tortuosa chiusa da mura di lato. A qualche curva si apre il panorama che da una parte mostra il duomo e dall’altra, più in basso, il Tevere.

Strada facendo guarda con vero odio le macchine parcheggiate su una piazza, a scempio della bella chiesa romanica.

È arrivato. Suona a un cancello. Aspetta abbastanza a lungo. Intanto, fa scorrere lo sguardo sull’edificio più in alto, dall’aria di essere stato ricco quanto ora è malconcio, cadente, il prato incolto. Un abbaio lontano. Un cartello “Vendesi”.

Nessuna risposta.

Ragionevolmente, non ne avrebbe motivo: non ha avvisato. Ma, infantilmente, era certo di essere atteso. Perciò, è contrariato.

Peraltro, a pensarci bene, non aver avvisato sarebbe niente, rispetto al solo essere lì.

Libero sorride alla propria dissennatezza e il bambino allegro che gli è rimasto dentro, quello che tanti dolori non hanno cancellato, è comunque contento dell’impresa tentata, anche se non è riuscita.

Suona ancora. Aspetta.

Si gira e fa per andarsene, quando la serratura del cancello scatta.

È quasi deluso: il sollievo per l’imbarazzo scampato stava già prendendo il sopravvento sulla frustrazione per l’iniziativa fallita. Spinge a fatica il cancello sui cardini non curati e se lo richiude dietro.

​— Lo chiuda bene.

La voce proviene da una gradinata – erbe tenaci tra uno scalino e l’altro – da cui si accede alla villa e verso la quale Libero si sta dirigendo con passo incerto.

Un uomo, anch’esso anziano, ma di corporatura massiccia tanto quanto Libero è minuto, è in attesa sulla soglia.

​— Se no i cani scappano e poi chi li riprende più?

​— Buongiorno. Mi scuso di non aver annunciato il mio arrivo.

Riprende fiato. Soprattutto, raccoglie le forze.

​— È in casa la signora Olimpia?

​— No, non è in casa.

Mario ha risposto neutro, né secco né accogliente. Non cambia l’aria stanca e dolente, come avvelenata dal tempo. Un momento di esitazione, poi lo invita, con un gesto, a entrare.

A entrambi, la vita ha regalato Olimpia. Uno, l’ha sciupata. L’altro, non è stato capace di coglierla.

Dalla televisione, pubblicità a tutto volume. Libero guarda con curiosità e apprensione la casa che si apre spaziosa e spenta.

Mario si allontana verso l’interno. Libero esita, poi lo segue e resta impalato, in piedi in mezzo all’ingresso, con la scatola di dolci tra le mani.

Le pareti del salotto sono coperte di fotografie e oggetti curiosi: un pugnale antico, un intarsio in avorio, Cristo in croce scolpito sul legno bitorzoluto di una radice. Sui bei mobili polverosi campeggia l’argenteria annerita. Un secrétaire di legno di rose e bella fattura.

Mario torna, una caraffa d’acqua e due bicchieri tenuti dall’interno con le dita artritiche. Indica a Libero il salotto adiacente.

​— Si accomodi.

Mario spegne il televisore e si siede su una poltrona. Fa cenno a Libero, ancora esitante, di occupare la poltrona di fronte. Libero si siede in pizzo. Tiene la scatola di marron glacé sulle ginocchia, con le gambe strette in posizione da educanda.

In mezzo, un tavolo di marmo intarsiato. Polveroso. Intorno, i divani sono coperti da lenzuola, come nel finale di Lolita di Kubrik.

Come si è potuto mettere, si chiede – proprio lui: una vita contro! – in una situazione così assurda, a fare i salamelecchi in questa casa così borghese e perbene.

Mario riempie i bicchieri d’acqua. I due vecchi bevono in silenzio.

​— Non lo sapeva? È morta.

Libero posa la scatola sul tavolo, vicino al vassoio con l’acqua. Si stende indietro. Un ragno sta cominciando a tessere una ragnatela in un angolo del soffitto affrescato. Brutti affreschi: fine ‘800, forse, corpi sgraziati, colori stinti, masse ammucchiate senza criterio. È qui che ha vissuto, dunque.

Restano lì in silenzio, seduti in una nebbia di ricordi. Libero abbassa la testa, gli sfugge un sorriso.

La rivede, aggrappata a un albero magro, sulla riva di un ruscello, che ride luminosa.

Si scuote, il suo sguardo incontra quello di Mario, il sorriso muore.

​— Li avevo portati per la signora Olimpia.

​— Li aveva portati per la signora Olimpia.

Mario ha ripetuto la frase di Libero a pappagallo, senza inflessioni.

​— Li avevo portati per lei.

Dall’orologio a pendolo arrivano i lunghi rintocchi delle 12,30. Quattordici rintocchi: dodici don più due den per i quarti.

Libero si sente leggero. Dovrebbe essere schiantato dal dolore, si dice. Invece, si sente leggero.

​— Adesso è ora di andare. Grazie. Scusi.

Libero non si muove.

​— Una volta, da giovane – voi non esistevate ancora – glieli portai al paese. Ero andato a prenderli apposta a Roma. Le piacquero molto. Soprattutto le violette candite che accompagnavano i marron glacé.

Mario riempie i due bicchieri d’acqua.

​— E un’altra volta li mandaste qui. Mi ricordo bene. Mi ricordo anche quegli stupidi libri di poesie.

Lo ha detto pianamente, ma solo perché non ha più forze da disperdere in rancori.

Libero beve un sorso d’acqua dal bicchiere con le impronte digitali di Mario impresse sul bordo interno.

​— La conobbi alla festa delle arance. Era bellissima.

Mario corruga le sopracciglia. Libero continua a raccontare. Mario chiude gli occhi.

Una sagoma gli si disegna: è il viso sfuocato di Olimpia. Come uno schizzo a carboncino che pian piano si colora dei particolari che Libero descrive. Come se l’immagine di Olimpia, ormai scolorita nella mente di Mario, prendesse vita dalle parole di Libero.

Quanto sono durate, le rimembranze? Chissà. Nel frattempo, ha rinfrescato, il sole è ancora alto ma ha cominciato la discesa, tra le colline di viti e ulivi. Le nuvole si vanno appesantendo, qualche gocciolone si affaccia.

Libero si alza. Se ne va davvero, adesso.

Mario gli fa cenno di aspettare, come se si fosse ricordato di qualcosa di importante. Si allontana verso una stanza all’interno.

Libero adesso è sfinito. Non ha voglia di aspettare che l’altro torni.

Esce dalla porta, scende le scale.

Mario torna con una busta di supermercato gonfia. Come si rende conto che Libero non c’è più, si accascia sulla poltrona. Dalla busta tira fuori libri di poesie, riviste letterarie, lettere raccolte con un nastro colorato. Mentre soppesa il mucchietto di lettere, l’occhio gli va sulla scatola rimasta sul tavolino di marmo.

Allora, come preso da furia, si alza e si precipita fuori.

​— Senta un po’, lei…

Incespica sull’uscio, scivola sugli scalini che scende in affanno e riesce ad arrivare in fondo dritto, giusto in tempo per vedere il cancello richiudersi dietro a Libero. Si guarda una nocca sbucciata addosso al parapetto che accompagna le scale. Respira con affanno. Il noce: come cresce bene, solido, fronzuto. Bisogna far tagliare tutta quest’erba che se no. Piove, stamattina c’era il sole.

Quando fa per risalire le scale, si rende conto di avere tra le mani la scatola. Torna indietro verso il noce e, con tutta la violenza che trova disponibile dentro di sé, ce la scaglia contro. I marron glacé schizzano in tutte le direzioni, si mischiano con il fango. Le violette candite annegano nel rigagnolo che si sta formando.

Libero scende lo stradello con un vago sorriso.

Cento euro

— Allora, com’è andata questa settimana?

— Bene. Mi è successa una cosa strana.

— Cioè?

— Ti devo prima spiegare il contesto.

Alfredo è un coach molto affermato e molto ben pagato.

È associato a un’organizzazione che, circa ogni tre mesi, propone un raduno di persone che condividono una passione o, meglio, un modo di stare al mondo che hanno in comune, che può essere una volta lo sciamanesimo, una volta il perdono – c’è addirittura un corso quinquennale per diventare “Master del Perdono” – una volta la meditazione e così via.

Siccome è uno piuttosto noto e, di fondo, gli piace ogni tanto stare in contatto con i personaggi particolari che incontra in questi ambienti, non chiede i soldi esagerati che chiede di solito e si limita a proporre di gestire un paio di ore al giorno con i suoi vari esercizi di coaching in cambio di vitto e alloggio.

Alloggio nel miglior bungalow disponibile, è ovvio, e con la sua perenne sciarpetta di seta gialla al collo gode di essere il benvenuto e di stare nella parte della star che si propone in tono dimesso.

Potrebbe organizzare lui qualcosa del genere, chiedere molti soldi e ottenerne, ma gli piace così.

— Dunque, la cosa strana?

— C’è questa bella donna, circa sessanta, che dal primo giorno mi mostra attenzioni.

— Attenzioni come?

— Che ne so… nel salutarmi mi abbraccia, ai pasti fa in modo di sedersi di fronte o a fianco, cose così, abbastanza ben percepibili.

— E tu?

— Beh, mi fa piacere, certo, ha anche una conversazione intelligente e brillante.

— Quindi?

— Quindi una sera, dopo cena, le propongo una passeggiata sulla spiaggia.

Atmosfera perfetta, un frescolino che un golf di cotone ci starebbe pure, volendo, ma anche solo con la camicia si sta bene.

Lei non porta reggiseno e i capezzoli spiccano su un seno sostenuto.

Lui racconta del figlio, lei non ne ha, le stelle, il riflusso della marea, la luce lunare sbieca, insomma viene naturale che si prendano per mano e si scambino un bel bacio di quelli interi, corposi, soddisfatti, con le salive contente di incontrarsi.

— Dai, Alfrè, sei partito che ti è successa una cosa strana e fino a qui è l’ABC di Harmony…

— Eh, aspetta, aspetta, non lo sai che l’erotismo è attesa?

— Ah, ecco, quindi è una cosa erotica, non strana.

— Mo’ di dico, dai, fammici arrivare.

Quella sera no. Quella sera si salutano in modo affettuoso, lui torna al suo bungalow extra e lei alla sua canadese.

La sera dopo.

La sera dopo si alzano da cena e lei gli fa, diretta: ieri sera mi è piaciuto molto stare insieme, che ne dici se proseguiamo la conoscenza nella mia tenda?

Ci stavo giusto pensando, risponde lui, è piaciuta molto anche a me la serata, ma non stiamo più comodi nel mio bungalow? C’è un vero letto…

No, no, mi piace la mia tendina così raccolta e intima.

— Capisco, forse ci arriviamo, ma che fatica.

— Ci arriviamo, già.

— Insomma, avete scopato sì o no?

— Eh, qui viene il bello. Per così dire.

— Vabbè, sentiamo.

La tendina è tanto intima quanto scomoda. Sia lei che lui sono di corporatura non minuta e i movimenti non sono facili, anche tenendo conto del fatto che in un campeggio, per quanto siano ben distanziate, i rumori provenienti da dentro una tenda è come se si affacciassero sulla piazza del paese.

I due si cercano, si trovano, ma la posizione giusta risulta davvero difficile da trovare. Nonostante l’eccitazione sia cresciuta il pudore prevale.

Si ritrovano sudati, stanchi, affannati.

— A questo punto lei me lo prende in bocca ed è veramente superlativa: vengo come raramente mi è capitato e devo stare pure attento a frenare l’urlo di piacere che preme.

— Insomma, scusa se la metto terra terra: ti ha fatto un bel pompino.

— Possiamo dire così, sì.

— E questa sarebbe l’esperienza strana? Ma non potevate spostarvi nel bungalow extra?

— In effetti, dopo un po’ ci siamo detti che la sera successiva saremmo andati lì, sì, questa era l’idea.

— E invece?

Lui le fa una carezza, si rimette addosso qualcosa e va in bagno.

Quando torna le si stende vicino.

Beh che dici? Chiede lei.

È stato molto bello, risponde lui.

Restano in silenzio.

Lui si sta godendo un lungo momento di appagamento sereno.

Lei ribolle. Si rigira. Sbuffa.

Lui intuisce qualcosa, le chiede che c’è?

Lei ah vuoi sapere che c’è? Vuoi sapere che c’è?

La seconda volta il tono è molto, molto sostenuto.

Non stai bene? Le chiede lui.

Hai la faccia come il culo, risponde lei. E nemmeno dici niente? Non parli, eh! Non parli, non sai che dire e ci fai pure il coach guru con quella cazzo di scialletta gialla al collo – stasera te la sei scordata? – quello che insegna agli altri come si sta al mondo, ma non ti vergogni?

Lui, un pizzico.

Vieni qui, nella mia tenda, mi scopi, anzi nemmeno mi scopi perché alla tua età nemmeno sai come cazzo muoverti per cui alla fine mi tocca farti un pompino e dopo che sei venuto e con tua grande soddisfazione mi pare ti alzi e te ne vai e quando torni neanche una parola!

Ero convinto che stavamo bene tutti e due…

Tu eri convinto? E già, tu eri convinto, ma davvero, ma al grande coach non viene neanche in mente di chiedermelo, come sto? No? Il famoso coach non pensa che potrei essere rimasta appesa, insoddisfatta? No? Al big guru questo non interessa, soddisfatto lui che gliene frega di me? Neanche una parola. Neanche una parola mi hai detto.

A questo punto lei piange. Lacrime che non hanno voce eppure rumorose.

Si riprende, si riveste quanto può, gli dice adesso è meglio se te ne vai.

Pure lui si riveste al meglio, mentre sta uscendo borbotta un mi dispiace e fa un imbarazzato cenno di saluto.

Lei ormai è tornata del tutto in sé: sai che c’è? Io ti ho fatto un signor pompino, un pompino che ti ricorderai e perciò, visto che le cose stanno così, sai che c’è? Me lo paghi.

Come, te lo pago? Chiede lui.

Sì, almeno me lo paghi. Sono cento euro.

— Ah certo che è andata proprio strana, in effetti. Cento euro. E tu?

— Io la mattina dopo l’ho cercata a colazione e le ho appoggiato i cento euro vicino al cappuccino.

— E lei?

— Se li è presi, si è alzata e se n’è andata.

‘A muntagna


‘A Muntagna è femmina.

No, ‘a Muntagna è maschio.

Tutta quella lava rossa che cola.

Tutta quella potenza che erutta, che gode.

Il cratere accoglie, contiene, sta lì che aspetta di essere fecondato.

Il cratere in riposo aspetta solo di ergersi.

I due amici, sulla cima, quando ancora si poteva, una notte di luna che rischiara fino a Filicudi, a rotolarsi seminudi nella sabbia calda, fuori tre, forse quattro gradi. Sotto: il rombo.

Questo è ciò che appare, questa è la luce.

E l’ombra, dove starà l’ombra? Che forma avrà, sotto a quei fumi che nascondono il magma?

Queste striature gialle di zolfo, che segnale sono?

Ci sono tesori, là sotto.

I tesori sono accessibili a chi sa vederli. Forse.

Come si fa a raggiungerli?

Non si sa. Non c’è una strada. O forse non ce n’è una sola. Non si sa. Eppure sono accessibili.

Deve fidarsi, ‘a Muntagna.

Dici che è buon segno che ci ha fatto arrivare fino a qua?

Non si sa, è inutile che cerchi risposte che non ci sono, non ti basta sapere che il tesoro c’è?

E tu come lo sapresti, che il tesoro c’è? Se fosse un inganno?

E dai: che il tesoro c’è lo sanno tutti, anche chi non vuole vederlo lo sa, lo capisce, ma per i più la strada è troppo stretta.

Troppa fatica?

Troppa… dipende. Sempre dipende.

Da che dipende?

Si dice che sono stati trovati diapason di lava, qualcuno è convinto che ci sia una chiave musicale, ma non si sa quale chiave, né su quale pentagramma, e nemmeno se su un pentagramma.

Pare che qualcuno abbia provato a far vibrare il diapason: il suono era inafferrabile e chi c’era racconta che si sbriciolò appena finito di oscillare.

Dici che serve un diapason?

E chi lo sa?

Quando erutta il suono è grave, profondo. Anche adesso, che si sta solo preparando, è cupo.

Questo lo sentono tutti, non può essere questa la chiave.

Un’ottava più alta?

Forse. Forse due, forse tre, chi può saperlo?