Dieci capodanni

Serie spagnola, molto ben diretta e recitata, e ce ne vuole di bravura per reggere lui e lei che, un capodanno dopo l’altro, ci fanno vedere, senza che succeda granchè, a che punto stanno della relazione, che evolve anno dopo anno.

E scopano. Scopano tanto. In scene molto realistiche, fra le migliori che io ricordi sullo schermo.

Nel primo episodio l’ho molto apprezzata (la scena d’amore), nel terzo pure, nel quarto non ricordo.

Nel quinto sono appena arrivati a Berlino per una vacanzina (siamo sempre a capodanno), arrivano in albergo, posano le valige, stanno per uscire per un primo assaggio della città, hanno ancora i cappotti addosso e i primi dieci minuti sono di masturbazione (masturbazione triste) di lei a lui.

Mi sono fermato qui, non ce l’ho fatta a proseguire, nonostante la bravura del regista e degli attori.

Poi, un paio di mesi dopo, devo ringraziare una mia buona amica che mi ha convinto a riprendere.

Perciò, ho visto le ultime cinque puntate e sono contento di averlo finito.

Un pezzo di bravura per la naturalezza di ogni singolo particolare del racconto, la capacità di mantenere la continuità pur con tutti i balzi che la vita, nel tempo, propone all’uno e all’altra.

L’ultimo episodio ha dialoghi che suonano particolarmente veri, nella difficoltà estrema di districarsi fra sentimenti inconciliabili e il dubbio che e se poi tutto fosse come prima?

I bilanci, le recriminazioni, le miserie, la passione: tutto si mischia a cercare una via d’uscita che appare impossibile.

Quella scelta dal regista forse ci fa contenti ma è davvero troppo facile: bastava farlo finire due minuti prima a “ne riparliamo?”.

Diario dei miei due di picche

Pensavo ne avrei guardata solo la prima puntata, come a volte, quando non ho voglia di cose impegnative, faccio con serie che si propongono leggere, e invece le ho viste tutte e sette, le mini puntate svedesi di meno di mezz’ora l’una, dove Amanda gestisce, con la sorella e una madre svampita, un’impresa traballante di allestimento di piccole scenografie per matrimoni e feste varie.

Il tema principale è la sfortunata ricerca di un buon compagno, persa fra gli incontri su Tinder e feste sconclusionate.

Il finale …. il finale non lo dico, in qualche modo, e con un po’ di generosità, lo si può dire aperto.

Nel suo insieme mi ha dato un’impressione di verità che ho apprezzato, anche se cominciano ad essere ripetitivi i contesti in cui gli uomini sono tutti, irrimediabilmente, quanto meno inadeguati.

CUORI

Sedici più dodici puntate di “Cuori”.
E già, le ho guardate tutte e mi dispiace che siano finite.
Intendiamoci, già dalla prima si capisce tutto e le cose andranno proprio come ci si può aspettare che vadano in una serie produzione Rai.
Eppure, le ho guardate tutte e mi dispiace che siano finite.

Prmo fattore Pilar Fogliati: emana presenza, autenticità, con un’espressione vetusta dico che spacca lo schermo. Quando c’è lei la scena ha una luce particolare, fa apparire tutto vero.
Anche gli altri interpreti non sono male e la regia è più che dignitosa.

Come funziona?

Spoiler ma, tanto, non è voler sapere come va a finire che la fa guardare.
Dunque, lui e lei si amano, hanno fatto l’università insieme, lei sta partendo per gli Usa con una borsa di studio (cardiologia) in un prestigioso ospedale, lui (cardiochirurgo) sta partendo con lei.
Lei parte da sola, perchè lui si fa trovare con un’altra – questo è il punto più debole, e inconsistente, della storia – perchè non vuole lasciare sola la sorella che ha tentato il suicidio e anche non vuole che lei rinunci a una prestigiosa carriera.

Anni dopo, lei torna in Italia, assunta nell’ospedale dove lui è il chirurgo di punta, il pupillo del primario, che si propone di essere il primo a fare un trapianto di cuore.
Il quale prmario, si scopre alla fine del primo episodio, ha sposato lei.
Situazione delicata, che diventa piano piano invivibile perchè lui e lei tengono nascosta (ma perché?) al primario la loro precedente relazione.

Tutto questo inframezzato con le vicende della ricerca sul trapianto, poi sul pace maker etc, ma insomma sono solo sfondo alle vicende sentimentali.
Che si complicano assai quando, a un certo punto, lei viene a sapere che lui ha solo finto di tradirla per farla distaccare e per non farla rinunciare agi Usa.

La tensione fra i tre è continua. Si aggiungono le storie fra il capo chirurgo, marito di una ricchissima, e un’infermiera, fra l’anestesista provolone e un’altra infermiera, fra la figlia della prima moglie morta del primario che non sa scegliere fra il medico venuto dall’est e un giovane medico che a sua volta è fidanzato con una giovane ex paziente.

A mano a mano che scrivo mi rendo conto del perchè mi abbia preso tanto: sono tutte storie di amori che sarebbero perfetti ma che i protagonisti fanno diventare impossibili e questo somiglia molto a gran parte della storia della mia vita.
Comunque, alla fine va quasi tutto in buca e lui e lei finalmente si ritrovano.

La donna del lago

Siamo nella Baltimora degli anni ’60, quando una relazione bianca-nero non era solo sconveniente ma era un reato per cui si andava in galera.
Per la prima parte si cerca una bambina scomparsa e, siccome è di famiglia ebrea, questo dà modo di esplorare quell’ambiente di bianchi ma, in quanto ebrei, non abbastanza bianchi.
La protagonista, un’ottima Natalie Portman, vuole svincolarsi dalla chiusura di quel mondo e diventare una giornalista il che, per una donna ebrea sposata ma che vive da sola non è per niente facile.
Nella seconda parte la storia si sposta nel mondo dei neri, dove chi la fa da padrone è il boss che gestisce la lotteria clandestina e in questo ambito viene ritrovata morta nel lago la donna del titolo.
La nostra aspirante giornalista, che a sua volta ha precedenti inconfessabili, è il collegamento fra le due storie che si intrecciano.
Le storie zoppicano abbastanza in credibilità ma le ambientazioni nella comunità ebraica e in quella nera che in qualche maniera gode della propria musica nei locali vietati ai bianchi sono il pezzo forte di questa serie.
Nel penultimo episodio la regista si monta un po’ la testa e ci molla tutta una cosa onirica piena di simbolismo che tuttavia le perdoniamo perchè il finale arriva tutto sommato accettabile, con la chiusura di tutte le sotto storie.
Se si fa attenzione, nelle primissime scene c’è una chiave di spiegazione fondamentale.
L’ho visto volentieri, nonostante qualche fatica, in certi momenti, a identificare il piano temporale.

Odio il Natale

La regge tutta lei, Pilar Fogliati, sempre brava che fra Romantiche e Odio il Natale 1 comincia però, con mossette e occhioni, a sfiorare il gigionismo.
Odio il Natale 2 è la storia di questa Gianna fra tre o quattro fidanzati, innamorati, ex fidanzati, spasimanti e così via che non sa a chi dare i resti e combina un po’ di casini.
Si svolge a Chioggia, che ricordo un bel posto ma qui l’hanno addobbata di luminarie stucchevoli come se volessero farla più bella di Venezia.

Le tre amiche (due sono sorelle) nella foto se fossero quattro potrebbero essere una versione soft, molto soft, un sacco soft, di Sex and the city, senza che mai graffino nemmeno poco poco.
L’ultimo episodio sembra uno di quei gialli in cui uno dopo l’altro viene proposto in sequenza allo spettatore “questo è l’assassino” e ogni volta non è quello fino all’ultimo che è quello. Qui al posto dei possibili assassini ci sono i possibili fidanzati che, per quanto Gianna possa essere carina e gentile, all’ultimo viene da dirgli ma ti rendi conto di dove ti sei andato a cacciare?

Episodi di 20/30 minuti, gradevolini, sei puntate pure un tantino stiracchiate.
Se po’ vedè, giusto se po’ vedè, nientedechè.
Pilar Fogliati mi pare abbastanza brava da poterle augurare di uscire dal ruolo che finora si è o le hanno cucito addosso.

Fleishman Is in Trouble

Due coppie di quarantenni in crisi, più uno storico amico comune di Fleishman e della moglie nell’altra coppia.
Otto puntate appresso alle difficoltà dei due uomini, Fleishman sopratutto, di occuparsi dei figli avendo a che fare con mogli ciascuna sciamannata a modo suo. Due santini, i mariti. Le mogli invece: una – l’attrice è stata la protagonista di Homeland, lì bipolare, qui fuori di testa comunque – che vuole riscattare con un lavoro prestigioso un’infanzia difficile, l’altra che non accetta di non avere più disponibili tutte le potenzialità che aveva a 20anni.
Un’inspportabile voce fuori campo che accompagna e commenta e spiega i passaggi emotivi di ognuno e li condisce con considerazioni profonde, si fa per dire, sull’esistenza: altro che show do’nt tell, qui è tutto un tell e pure pretenzioso.
Succedono pure poche cose, si vedono le diverse classi newyorkesi, le fisime delle signore annoiate e troppo ricche, tutto già visto, senza originalità.
Una grossa delusione, generale, un protagonista che fa della totale inespressività la sua forza.
Finale senza chiudere una storia che sia una: vi abbiamo fatto vedere i troubles dei 40enni newyorkesi, fatevelo bastare.
No, decisamente non basta.