After Life

Vidi la prima stagione quando uscì, era il 2019.

Allora non conoscevo Ricky Gervais, fui sorpeso che avessero permesso “scritto diretto e interpretato” a quello che ero convinto fosse solo un discreto attore inglese, come ce ne sono tanti.

Ora che Netflix lo ha riproposto mi sono goduto, con grandissimo piacere, anche le due stagioni successive.

Per me, una vera delizia.

Nel frattempo avevo scoperto che Ricky Gervais è un famosissimo Stand up comedian, feroce come pochi, che per anni ha presentato i Golden globe prendendo a schiaffoni e pesci in faccia, con battute crudeli, tutta Hollywood.

Qui è un tipo semplice che vuole solo morire perchè è morta la moglie che amava profondamente. Lavora in un giornaletto locale di un paesino di campagna e così incontriamo ogni genere di tipo umano.

Capisco che da una descrizione così difficilmente si possa essere attratti, ma per una volta fidatevi: lo consiglio senza riserve.

Vabbè, qualche riserva si può fare sempre, ma qui l’integrazione di dolcezza e ferocia va oltre ogni ossimoro.

Fatemi sapere.

DUE SPICCI

Un noir urbano, dove urbano sta per una Roma periferica, fra spacciatori e strozzini in mezzo ai quali si trova una famiglia che gestisce con successo un piccolo ristorante e che va a finire in brutti guai per via della prima comunione della figlia che vogliono celebrare in grande e perciò chiedono un prestito a chi non dovrebbero.

L’alter ego di Zero, intanto, si accolla in casa un vecchio amore, mai realizzato, che ha bisogno di nascondersi dal pessimo soggetto, di cui è comunque innamorata persa, che la mena di brutto, salvo poi spedirle messaggini zuccherosi e pentiti.

Questi i due filoni principali, tenuti insieme da antiche e profonde amicizie che, sviluppatesi nel corso di decenni, devono però fare i conti con le strade diverse che hanno preso le vite di ciascuno.

Nel momento del bisogno, però, come nei Blues Brothers scatta “La band!”, e nell’antica solidarietà gli amici cercheranno qualche strada per uscire insieme da una situazione che è diventata pericolosissima e che pare senza via di uscita.

Le considerazioni filosofico-esistenziali di Zero, contrappuntate dalle provocazioni più terra terra dell’Armadillo-Mastandrea, scorrono durante tutte le vicende e, per quanto abbia riconosciuto il valore della sincerità e del coraggio di esporsi, qualche volta mi risultano un po’ in eccesso.

Il finale è del genere “è andata così, siamo tutti cambiati, vediamo che cosa ci riserva il futuro e se facciamo bene a pensare che potrebbe essere diverso dal passato”.

Ho particolarmente apprezzato – in genere non amo i cartoni animati e quindi non ho potuto farci molto caso in altre circostanze – la superiorità del disegno, rispetto al cinema, nel fermare un’espressione e nel portare l’attenzione su particolari anche molto piccoli.

Vale la pena guardarlo.

Un Professore

Convinto da alcuni amici che ne sono quasi entusiasti ho cominciato a vedere questa serie, che mi pare sia già alla terza stagione.

Beh, Alessandro Gasmann è bello e simpatico ma come attore è davvero scarso, poi qui gli hanno tinto i capelli di quel nero che spicca sulla barba invece più credibilmente brizzolata.
Nelle prime tre puntate un bel po’ di stereotipi sono già stati smarcati, mi pare manchi ancora il o la gay e il o la nero/a ma confido arriveranno.

Alcuni comportamenti proprio fuori del mondo, come consigliare, senza saperne niente, alla ragazza lasciata dal figlio di farlo ingelosire, o andare a freddo a casa del ragazzo autistico che da un anno non va a scuola e staccargli la luce per farsi aprire.

Tutto ciò nonostante lo sto guardando e mi chiedo perchè, visto che è già più o meno tutto prevedibile.

La risposta sta proprio nella prevedibiltà delle evoluzioni delle storie, che tranquillizza dall”aspettarsi veri scuotimenti emotivi; so che ci proveranno, a produrli, e so anche che saranno telefonati o arriveranno talmente improvvisi da risultare non credibili.

Insomma, vado ancora un po’ avanti, la sera che preferisco passare un’ora senza sorprese, comunque con le interpretazioni attendibili dei ragazzi e anche di una credibile Claudia Pandolfi.

Sirens

Funziona ormai così: si prende una star – qui ce ne sono due: Julianne More e Kevin Bacon – ci si mettono intorno una quantità di bravi attori e ci si costruisce intorno una storia sconclusionata, inverosimile, purché il tutto si svolga in un posto da ricchissimi in cui le occupazioni principali sono preparare il Gran Gala e salvare gli uccelli feriti.

Ed esibire incoerenza, maldicenza sopraffina, tradimenti a ogni livello e cose così, così tante che comincio quasi a convincermi che forse quelli veri sono pure meno peggio di questi.

Che posso dire? L’ultima puntata di un’ora, la più lunga, è così piena di stupidi colpi di scena e di stronzate a raffica che l’ho trovata divertente.

Mi comincio a preoccupare per me stesso.

The Four Seasons

Proprio quattro stagioni, e ti pareva che non c’era il sottofondo di Vivaldi.

Comunque, la presenza di Tina Fey, anche quale sceneggiatrice, è una garanzia di leggerezza e ironia, a volte pure un bel po’ acida.

Una cosetta, eh, presto dimenticata, ma per passare otto mezze ore gradevoli, a tempo perso, questi sei amici – tre coppie, almeno in origine – si fanno guardare.

The White Lotus 3

Una di quelle serie delle quali un po’ mi vergogno a dire che me la sono goduta.
Otto episodi in un albergo lussuosissimo, stavolta in Thailandia, in un posto ovviamente meraviglioso di mare e natura.

Quindi un insieme di ricchi e riccastri e alcuni forse delinquenti e alcuni delinquenti sicuri che nelle prime puntate se la godono tutti alla grande, fra tresche varie.
Peraltro, nei primi minuti della prima puntata siamo dentro a una sparatoria che sappiamo sarà l’episodio centrale dell’epilogo.

Le tre quasi cinquantenni della foto sono le più spassose, amiche per la pelle da quando andavano a scuola che adesso appena si ritrovano in due, in qualsiasi combinazione, sparlano della terza assente, salvo scontri e riappacificazioni.
Poi c’è la bella famiglia di ricchi che sta lì per accompagnare la figlia ventenne che sta facendo la tesi su un monastero buddista.

Una signora nera che aspetta il figlio da Harvard, che casualmente incontra un tipo che ha conosciuto in passato e vecchie storie riemergono.
Infine, la coppia che sembra più male assortita – lei molto più giovane e innamorata della tristezza di quest’uomo trasandato mezzo delinquente – alla fine sembrerà la meno malata di questa umanità pessima che coinvolge anche buona parte, con poche eccezioni, del personale ossequioso.

Che posso dire, a mia discolpa? Che i personaggi sono tutti molto ma molto ben caratterizzati senza che nessuno diventi una macchietta, che osservare i ricchi e potenti nelle loro miserie forse ci fa sentire migliori, e comunque si tratta di un prodotto confezionato alla perfezione, e ci aggiungo una musica perfetta per quanto è fastidiosa il giusto.

Rivals

Sì sì, è proprio come sembra dall’immagine, uomini e donne che si scontrano per chi comanda di più nel mondo della TV, sullo sfondo dell’Inghilterra della Teacher, dei nobili, degli arrivisti e di una quantità – direi mai vista, ma forse si è vista – di tresche intrecciate che la metà erano già tante.

Tanto sesso con zero erotismo, bisogna saperci fare, non è da tutti.
Quindi, si domanda chi legge, perchè cavolo hai guardato queste otto puntate?
Me lo sono chiesto pure io, e credo sia perchè dà sempre una certa soddisfazione 1 spiare il mondo dei ricchi e 2 perchè vederne le bassezze ci fa sentire migliori.

Lo so, non è un granchè come motivazione, ma qualcosa di divertente c’è e poi ogni tanto pure passare il tempo a guardare stronzate serve.

Aspetta: discretamente recitato da un po’ tutti, e sono tanti, spicca su tutti il bravissimo David Tennant (quello al centro) che per un paio di episodi mi sono chiesto ma questo dove l’ho visto finchè mi sono ricordato: è il tormentato investigatore protagonista delle tre stagioni di Broadchurch, che se non le avete viste cercatele che per me è una delle migliori serie gialle di sempre, con l’aggiunta, lì, di Olivia Colman, allora non ancora così famosa, e scusate se è poco!

Odio il Natale

La regge tutta lei, Pilar Fogliati, sempre brava che fra Romantiche e Odio il Natale 1 comincia però, con mossette e occhioni, a sfiorare il gigionismo.
Odio il Natale 2 è la storia di questa Gianna fra tre o quattro fidanzati, innamorati, ex fidanzati, spasimanti e così via che non sa a chi dare i resti e combina un po’ di casini.
Si svolge a Chioggia, che ricordo un bel posto ma qui l’hanno addobbata di luminarie stucchevoli come se volessero farla più bella di Venezia.

Le tre amiche (due sono sorelle) nella foto se fossero quattro potrebbero essere una versione soft, molto soft, un sacco soft, di Sex and the city, senza che mai graffino nemmeno poco poco.
L’ultimo episodio sembra uno di quei gialli in cui uno dopo l’altro viene proposto in sequenza allo spettatore “questo è l’assassino” e ogni volta non è quello fino all’ultimo che è quello. Qui al posto dei possibili assassini ci sono i possibili fidanzati che, per quanto Gianna possa essere carina e gentile, all’ultimo viene da dirgli ma ti rendi conto di dove ti sei andato a cacciare?

Episodi di 20/30 minuti, gradevolini, sei puntate pure un tantino stiracchiate.
Se po’ vedè, giusto se po’ vedè, nientedechè.
Pilar Fogliati mi pare abbastanza brava da poterle augurare di uscire dal ruolo che finora si è o le hanno cucito addosso.

Fleishman Is in Trouble

Due coppie di quarantenni in crisi, più uno storico amico comune di Fleishman e della moglie nell’altra coppia.
Otto puntate appresso alle difficoltà dei due uomini, Fleishman sopratutto, di occuparsi dei figli avendo a che fare con mogli ciascuna sciamannata a modo suo. Due santini, i mariti. Le mogli invece: una – l’attrice è stata la protagonista di Homeland, lì bipolare, qui fuori di testa comunque – che vuole riscattare con un lavoro prestigioso un’infanzia difficile, l’altra che non accetta di non avere più disponibili tutte le potenzialità che aveva a 20anni.
Un’inspportabile voce fuori campo che accompagna e commenta e spiega i passaggi emotivi di ognuno e li condisce con considerazioni profonde, si fa per dire, sull’esistenza: altro che show do’nt tell, qui è tutto un tell e pure pretenzioso.
Succedono pure poche cose, si vedono le diverse classi newyorkesi, le fisime delle signore annoiate e troppo ricche, tutto già visto, senza originalità.
Una grossa delusione, generale, un protagonista che fa della totale inespressività la sua forza.
Finale senza chiudere una storia che sia una: vi abbiamo fatto vedere i troubles dei 40enni newyorkesi, fatevelo bastare.
No, decisamente non basta.

The White Lotus 2

La seconda serie, ambientata in un lussuoso albergo di Taormina, è altrettanto e pure più della prima impossibile da lasciare. I sette episodi li ho divorati come raramente mi è successo.
Una tensione emotiva continua sempre sotto traccia, accompagnata in contrappunto da una colonna sonora degli anni ’60 / 70, con prevalenza di De André e brani di Mina, Lauzi, Donaggio, Battiato e altri fino alla Rappresentante di lista di oggi.
La bellezza di angoli di Sicilia, gli onnipresenti vasi di Caltagirone, gli affreschi barocchi si abbinano a vite disperate dietro ricchezze inservibili per un buon stare al mondo.
Alla fine le sole che sembrano cavarsela sono due giovanissime prostitute svagatelle ma che sanno che cosa vogliono.
Attori tutti bravi, un oscar per l’attrice nell’immagine.
Una scena a Noto cita, e trasporta improbabilmente ad oggi, un episodio de L’avventura, quando Monica Vitti, che sta aspettando in strada Gabriele Ferzetti, è circondata dagli sguardi rapaci dei masculi siciliani.
Non mi nascondo che a qualcuno potrebbe anche risultare insopportabile, io vado a cercare altre serie o film di questo Mike White.