The Night Manager

Lo avevo visto, quando uscì anni fa. Perciò l’ho cominciato a guardare convinto di stare nella II serie.

Invece era la prima e l’ho riguardata tutta perchè tanto avevo solo qualche sprazzo di ricordo qui e là e perchè quando metti insieme Le Carrè e una signora regista come Susan Bier più una schiera di attori al loro meglio ne esce una serie perfetta, non aggiungo altro.

Da non mancare.

Sugar

Ormai è uno standard: si prende un grande attore e gli si fa reggere una serie sconclusionata. Qui Colin Farrel come Judy Foster con il quarto True detective.

E Colin Farrel, un investigatore privato che ritrova – sempre – persone scomparse, la regge e come.

Qui anche la sua organizzazione glielo ha detto in tutte le salse che di questa ragazza, rampolla di una famiglia di magnati del cinema, è meglio che non si occupi, ma gli ricorda la sorella, scomparsa in passato, e perciò non demorderà.

Ogni investigatore, privato o di stato, si sa, deve avere le sue proprie caratteristiche uniche, e il nostro 1) è un appassionato di film noir B/N degli anni ’40 e ’50, che ogni tanto ci fanno godibilmente da contrappunto e 2) detesta la violenza, si scusa quando è costretto a praticarla.

Il tema della violenza, come fattore umano forse ineliminabile, è forse la parte più interessante della serie.

Le ultime due, delle otto puntate, ci fanno entrare in una fase sorprendente, anche se qualche indizio qui e là è stato lasciato, piena di colpi di scena del tutto inverosimili che solo la grande bravura e presenza di Colin Farrel rendono non dico accettabili, ma almeno drammaturgicamente comprensibili.

Il finale lascia aperta la possibilità di un seguito.

Vale la pena guardarla, con le riserve dette.

The Penguin

È Colin Farrel, The Penguin nella foto.

Irriconoscibile, se non lo avessi letto prima, e tuttavia bravissimo come sempre, nella parte di questo relitto umano, schifoso ogni oltre limite, in tutte le otto puntate di questa godibilissima serie.

Godibilissima per chi sa stare dentro una narrazione dalla quale non ci si può aspettare verosimiglianza nè coerenza, e che tuttavia scolpisce credibilmente le personalità dei personaggi.

Prima fra tutti l’eccellente Cristin Milioti, che non mi pare di aver mai incontrato prima, nella parte di Sophia, la figlia del boss spedita in manicomio che sarà alleata e poi rivale e poi alleata e poi rivale del nostro protagonista.

Mi sono trovato a fare il tifo per questo ignobile Pinguino, che naviga fra il peggio del peggio alla ricerca del riscatto dalla malattia da piccolo che lo ha segnato e lo continua a segnare.

Finale strepitoso.

Però: non vi fidate troppo del mio parere, è un genere che potrebbe proprio farvi schifo, anche se dovrebbe bastare una puntata per capire come gira.

House of Guiness

Una buona serie, un po’ Succession e un pò Peaky blinders, con tre fratelli e una sorella che, alla morte del padre, si trovano a doversi occupare del birrificio e delle relazioni impossibili che ognuno dei quattro si trova a vivere dentro alla rigidità di quella società.
Il tutto intrecciato, fra Dublino e New York, con la resistenza irlandese contro gli odiati inglesi. Attori tutti bravi, buona regia, impegno produttivo importante con le ricostruzioni d’epoca e le scene di massa. Otto puntate godibili.

THE OLD MAN

Metti due eccellenti attori e una serie abbastanza cervellotica e sconclusionata fra terre rare in Afganistan, russi, cinesi, CIA etc diventa uno spettacolo accettabile, a patto di non cercare verosimiglianza e di godersi, soprattutto, l’interpretazione di Jeff Bridge.
Sì, quello, fra l’altro, di Una calibro 20 per lo specialista e del Drugo de Il grande Lebonsky, qui nell’inedita parte di killer spietato.