CENA tra AMICI (Le Prénom)

Una godibile commedia francese, tutta dialoghi, con attori perfetti nelle rispettive parti, basata su equivoci a partire da uno scherzo e poi da segreti di famiglia e vecchie rivalità fra amici, senza tralasciare un po’ di critica feroce a un certo gauchisme intellettuale 1.

A un certo punto mi è venuto il sospetto di un deja vu, e infatti ne è stato fatto un remake da Francesca Archibugi dal titolo “Il nome del figlio”, che in effetti avevo visto. Ho ricordato, perciò, Alessandro Gassman, a cui voglio pure bene, protagonista, a cui vedo che è stato dato pure un premio, ma il confronto con l’omologo francese è davvero impietoso.

Molto gradevole, l’originale francese. 


1 Il gauchisme intellettuale (o “sinistrismo”) indica un orientamento politico di estrema sinistra, astratto e dogmatico, diffuso nei ceti colti e nelle università. È spesso usato per criticare posizioni ritenute velleitarie, distanti dai problemi reali dei lavoratori o inclini a mode culturali radicali.

Il paradiso probabilmente

Una chicca su Rai play del regista e qui anche attore palestinese Elia Suleyman, che si aggira come osservatore estraneo fra la sua terra, Parigi, New York, alla ricerca di un produttore per il suo film che sì, noi appoggiamo la causa palestinese e vi siamo vicini ma qui c”è poco della Palestina, è un progetto che malheureusement è lontano dai nostri programmi.

Il protagonista, che nella realtà è un palestinese di nazionalità israeliana, cammina spaesato o guarda dal tavolino di un bar l’assurdo che lo circonda, in un misto di ironia e dolore contenuto, dovunque fuori posto.

L’ho guardato con piacere e mi sono reso conto che mi dev’essere rimasto stampato in faccia per quasi tutto il tempo un sorrisetto fra l’ebete e il tristino.
Il film è del 2018, questo mi pare sia importante saperlo.

Il Bene Comune

Uno di quei film che quando hai finito di vederlo ti senti meglio.

Intendiamoci, è un film che a suo modo è semplice ma mai scontato, con alcuni intermezzi stralunati dosati con sapienza, mai forzati.

È un film di sentimenti ben espressi e ben rappresentati, con interpreti bravi e con Rocco Papaleo che, sia da attore che da regista, trasmette una profondità scanzonata e che proprio per questo arriva al cuore.

Lo consiglio anche ai cinefili, non a chi ha le allergie per quel che di buono nella vita pure c’è.

La città di pianura

Questi due inguaribili smandruppati, cinquantenni troppo vecchi per crescere, alla ricerca dell’amico – il genio – di ritorno dall’Argentina per recuperare il tesoro, caricano il Jean Louis Trintignant della situazione – restio, ma senza che gli tocchi la brutta fine che ne Il sorpasso – sulla Jaguar che ha conosciuto altri splendori in un on the road lungo le province venete, fra ville decadute, locali dove cucinano le migliori lumache del mondo e gioielli architettonici conosciuti solo da turisti giapponesi. Fa riconciliare con il cinema italiano, questa storia con protagonisti che finalmente non si guardano l’ombelico dei loro tormenti interiori.

Attori a me sconosciuti, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, bravissimi nel rendere credibili mondi che non ho mai incontrato, regia misurata e finalmente con tocchi di originalità ma senza quelle estenuanti ricerche di “inquadrature belle” a ogni costo.
Il regista è Francesco Sossai, al suo secondo film: spero che continui su questa strada.

Jay Kelly

Un attore famoso, affermato, amato, che arrivato a sessant’anni si chiede se il personaggio dell’essere attore non abbia cancellato la persona che lo interpreta.

Intorno a questo tema non originale si sviluppa un filmetto piacevole che si conclude, manco a dirlo, nella Toscana da cartolina che piace agli anglosassoni (ricordo che in un ristorante di Chicago una normale insalata era nobilitata con il titolo “Tuscany salade”).

Vale la pena vederlo sopratutto per le interpretazioni di George Clooney – mi pare una scemenza dire che abbia interpretato sè stesso – e Adam Sandler.

Carino.

Lasciati andare

Un filmetto di una scemenzità totale, con il povero Toni Servillo affannato da una personal trainer sciroccata, se non fosse che nella prima scena c’è Luca Marinelli che scompare subito salvo ripresentarsi nell’ultimo quarto d’ora e farmi ammazzare dalle risate con questo personaggio che sembra una via di mezzo fra il tossico di Ostia di Non essere cattivo e lo zingaro, ma qui molto molto più scemo, di Lo chiamavano Jeeg robot.

Se resistete alla fiera delle banalità dell’ora centrale il finale vale il film.

FolleMente

Ne avevo sentito dire male da chiunque l”ha sfiorato e invece mantiene la leggerezza che promette. Non uno di quei film da non perdere ma nemmeno da disprezzare.

Per esempio, te l”aveva pure data l’occasione quando ti ha chiesto che significa il sopracciglio alzato e tu gli hai chiesto secondo te? ma quando ti ha alzato la palla rispondendo è come se mi stessi per dire qualcosa tu non le hai detto che eri rimasto male da una mancata risposta e così tutti e due scontenti e ciao ciao.

Questo perchè i condomini interiori non si mettono d’accordo.

In Follemente si accordano, e le cose vanno meglio.

Non un risultato strepitoso, d’accordo, ma meglio dello spreco, questo sì.

Io sono la fine del mondo

Andammo, tanti anni fa, con la mia compagna di allora, a farci trattare a pesci in faccia, come tutti quelli lì presenti, dal bravissimo Daniele Formica.
Non ho mai trovato una risposta, qualcuno lo avrà pure studiato, a quale sia il meccanismo per cui possiamo trovare divertente essere insultati per un’ora e mezza di seguito.
Angelo Duro è insopportabilmente antipatico, scorretto oltre ogni limite, in questo filmetto, che però ha incassato un sacco, si vendica con i genitori ormai anziani delle angherie che è convinto di aver subito da ragazzino.
Volendo, ci si possono trovare diversi piani di lettura, il che dice dell’intelligenza del tipo, meno equivoca di quella di Zalone.
Resta il fatto che mi sono divertito, anche se sempre di sghembo.

The Chambermaid Lynn

Qualche spoiler, ma è un film di atmosfere, non lo si guarda per scoprire come va a finire, anche se ogni tanto me lo chiedevo, come la regia lo avrebbe chiuso.
Dunque, Lynn pulisce stanze d’albergo, lavoro per lei perfetto, visto che è stata e in parte è ancora in cura per un disturbo ossessivo compulsivo, che la induce anche a spiare i clienti dell’albergo nascondendosi sotto ai letti.
Ha una madre anaffettiva, un capo un po’ porco ma non troppo e una vita piatta.
Finchè non incontra, prima casualmente ma poi la cerca, una lavoratrice del sesso specializzata nella funzione di dominatrice.
Il film poteva virare sull’erotismo, che pure è presente con delicatezza, o sul sentimentale, e invece si mantiene asciutto e si limita, mi pare, a suggerire che qualsiasi vita un incontro può cambiarla. Almeno un pochino.
Non lo consiglierei proprio a tutti, a me è piaciuto.

One Day

Si conoscono alla festa di laurea a Edimburgo, si piacciono, diventano amici, l’amicizia è subito in bilico rispetto a diventare qualcosa di più ma le differenze sembrano troppe.
Lei è intelligente, ironica, intellettuale impegnata, lui è belloccio, di famiglia agiata, poco incline al sociale, empatico.
Li seguiamo per forse una decina d’anni, forse meno forse più, comunque un tempo lungo abbastanza perchè ciascuno segua la propria vita salvo periodicamente incontrarsi e raccontarsi.
Sempre in bilico fra un’amicizia profonda e un forse amore che nessuno dei due si azzarda a lungo a esprimere.
Una storia tenera, romantica senza sbavature, che si fa seguire in quattordici episodi di meno di mezz’ora ciascuno.
Per chi ha voglia di sentimenti semplici, puliti, senza rinunciare alle contraddizioni della vita.