Per una teoria della giustificazione del sistema

Da leggere parola per parola

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PERCHÉ I POVERI VOTANO PER I RICCHI? LA PSICOLOGIA DELLA “SERVITÙ VOLONTARIA”

– Un libro, 4 domande

il libro è: “Per una teoria della giustificazione del sistema” di John T. Jost a cura di Lavinia Marchetti




DOMANDA 1: PERCHÉ I POVERI VOTANO I RICCHI?

– La psicologia della servitù volontaria.

Perché, di fronte a disuguaglianze crescenti, non c’è una rivoluzione ogni giorno? Perché spesso chi sta peggio difende lo status quo con più ferocia di chi sta meglio?

Da A Theory of System Justification:

“Perché le persone sembrano tollerare, e persino abbracciare, la propria sottomissione quando non sono costrette con la forza a farlo? […] Secondo la teoria della giustificazione del sistema, le persone sono motivate, spesso a un livello non conscio di consapevolezza, a difendere, sostenere e giustificare le istituzioni e gli assetti sociali, economici e politici da cui dipendono”.

Ammettere di essere vittime di un ingranaggio ingiusto provoca un dolore psichico immenso, infatti se penso che il sistema è corrotto, io sono una vittima impotente. Se invece credo nel “merito”, la mia povertà diventa una colpa individuale o un fatto temporaneo: il mondo conserva un senso e io conservo l’illusione del controllo.

– Esempio Politico (La Flat Tax): In Italia vediamo spesso fasce di popolazione a basso reddito votare per partiti che propongono tasse piatte (flat tax) o tagli al welfare. Per Jost è l’identificazione con un orizzonte di “successo” futuro. Preferiamo difendere il diritto di un ricco a non pagare tasse sperando, un giorno, di essere quel ricco.

– Esempio Sociale (Il “Sogno Americano” all’italiana): La convinzione che “chi si impegna ce la fa sempre” agisce come una barriera. Se vedo un senzatetto, la mia mente giustifica il sistema pensando: “avrà fatto scelte sbagliate”. Questo riduce l’empatia e inibisce la richiesta di ammortizzatori sociali .

– Esempio Aziendale (Il mito del “Self-Made Man”): Molti dipendenti sottopagati difendono il CEO miliardario come un eroe della libertà. Giustificare il suo enorme patrimonio serve a rassicurarli: viviamo in una società dove il talento viene premiato, quindi anche la mia vita ha una prospettiva.

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DOMANDA 2: COME FACCIAMO A SOPPORTARE LE INGIUSTIZIE EVIDENTI?

– L’ILLUSIONE DELL’EQUILIBRIO (STEREOTIPI COMPLEMENTARI)

Ci inventiamo delle favole compensative. Gli esperimenti di Jost e Aaron Kay dimostrano che l’esposizione a stereotipi come “il povero ma felice” o “il ricco ma infelice” aumenta la percezione di legittimità del sistema. È il meccanismo del “nessuno ha tutto”: se noi abbiamo il cuore e loro hanno i soldi, allora c’è un equilibrio cosmico.
Da A Theory of System Justification:

“La nostra ipotesi è che rappresentazioni compensative e complementari dei ricchi (come disonesti o insoddisfatti) e dei poveri (come felici o pieni di integrità morale) rafforzino la percezione del sistema sociale come equo e legittimo. […] La questione è la misura in cui ci si sente meglio riguardo al sistema dopo essere stati esposti ad abbinamenti equilibrati e complementari”.

– L’esempio italiano (nord vs sud): È il classico stereotipo nazionale: “Il Nord ricco ma freddo e stressato” vs “Il Sud povero ma caldo e felice”. Quante volte abbiamo sentito dire: “Sì, al Sud mancano i servizi e il lavoro, ma si mangia bene, c’è il mare e la gente sorride”? Questo cliché, secondo la teoria di Jost, serve a giustificare il divario economico del Paese. Ci fa sentire che, in fondo, c’è un equilibrio cosmico: nessuno ha tutto. Questo riduce la rabbia sociale e ci impedisce di esigere un vero cambiamento strutturale per il Mezzogiorno.

– Esempio di Genere (L’ambivalenza): Considerare le donne come “più calde, sensibili e moralmente superiori” rispetto agli uomini “aggressivi e competenti”. Sembra un complimento (sessismo benevolo), ma serve a giustificare perché le posizioni di potere restino agli uomini: ognuno ha il suo “posto naturale”.

– Esempio Culturale (La nobiltà della fame): La romanticizzazione della povertà nell’arte e nei media (pensa al mito del “contadino saggio” o dell’operaio felice con poco). Queste immagini suggeriscono che la ricchezza corrompe e che la povertà preserva l’integrità morale, togliendo urgenza alla lotta contro la miseria reale.

DOMANDA 3: COSA SUCCEDE ALLA NOSTRA IDENTITÀ QUANDO TIFIAMO PER UN SISTEMA CHE NON TIFA PER NOI?

IL DRAMMA DELL’ALIENAZIONE (IO NON SONO GARY COOPER)

Da A Theory of System Justification:

“È un grande shock scoprire intorno ai 5, 6 o 7 anni che la bandiera a cui hai giurato fedeltà, insieme a tutti gli altri, non ha giurato fedeltà a te. È un grande shock vedere Gary Cooper uccidere gli indiani e, sebbene tu stia tifando per Gary Cooper, [realizzare] che gli indiani sei tu”.

– L’Esempio Italiano (Il precariato e lo Stage): Pensiamo ai giovani stagisti o precari che difendono l’azienda che li sfrutta o il “grande imprenditore” visionario che li paga in visibilità. Tifano per il successo dell’azienda (Gary Cooper), internalizzando l’idea che la gavetta non retribuita sia necessaria, giusta e formativa, non rendendosi conto di essere la “carne da macello” (gli indiani) del sistema produttivo. Per Jost, più ci sentiamo dipendenti da un sistema (es. “senza questa azienda non ho futuro”), più tendiamo a giustificarne le autorità, anche se ci trattano male.

– Esempio di Identità (Internalizzazione dell’inferiorità): I test di associazione implicita (IAT) mostrano che molti membri di gruppi svantaggiati (minoranze, anziani, poveri) mostrano una preferenza inconscia per il gruppo dominante. Arrivano a vedere se stessi attraverso gli occhi dell’oppressore, accettando come “naturali” i propri svantaggi.

– Esempio di Molestie (Il silenzio complice): Studi condotti in Italia mostrano che molte vittime di molestie sessuali sul lavoro tendono a giustificare le “norme” dell’ufficio o il comportamento dei capi per non destabilizzare l’ambiente, diventando involontariamente complici del sistema che le ha ferite.

DOMANDA 4: PERCHÉ GIUSTIFICHIAMO IL SISTEMA E LE AUTORITÀ CHE DIFENDONO IL SISTEMA CHE CI AFFAMA, CI CONTROLLA E CI VESSA?

LA FUNZIONE PALLIATIVA (LA DROGA SOCIALE)

Giustificare il sistema riduce l’ansia e ci fa sentire meglio subito, ma ci uccide lentamente. Perché il cervello ci tradisce? Perché giustificare il sistema funziona come un farmaco per tre bisogni fondamentali: Certezza (il mondo è ordinato), Sicurezza (il sistema mi protegge) e Appartenenza (siamo tutti sulla stessa barca).

Da A Theory of System Justification:

“La giustificazione del sistema serve una funzione palliativa. […] Nella misura in cui la giustificazione del sistema fa sentire le persone meglio riguardo allo status quo, essa mina il loro desiderio di cambiamento e la loro disponibilità a partecipare ad azioni collettive volte a migliorare la società”.

– Esempio Psicologico (La riduzione dello stress): Chi crede che il sistema sia giusto riporta livelli più bassi di depressione e rabbia immediata. È una felicità “palliata”: dormi meglio la notte, ma rimani incatenato di giorno perché perdi il desiderio di ribellarti.

– Esempio Climatico (Negazionismo): Molti rifiutano le prove del cambiamento climatico non per mancanza di dati, ma perché l’idea che il nostro intero sistema produttivo sia fallimentare è troppo minacciosa per la stabilità mentale. Meglio negare che ammettere che “il sistema” sta morendo.

– Esempio Religioso (La Teodicea): Il dolore sulla terra sarà compensato nel regno dei cieli. Questa visione trasforma l’ingiustizia in una “prova divina”, giustificando la stasi sociale in attesa di una giustizia ultraterrena.





La direzione del pensiero – Helgoland

Marco Mavaldi è più noto come scrittore della serie di gialli Sellerio “I delitti del Bar Lume” , ma è un chimico, che ha messo la gradevolezza della sua scrittura al servizio di qualcosa di cui oggi mi pare ci sia tanto bisogno: distinguere cause da conseguenze.

Carlo Rovelli è un fisico teorico importante, già autore, fra l’altro, de “L’ordine del tempo”. Helgoland è l’isola sperduta nel Mare del nord dove Heisenberg, a ventitrè anni, avviò la teoria quantistica.
È stato casuale che mi sia trovato a leggerli uno dietro l’altro, e in qualche momento alternandoli. Non mi azzardo a ripercorrerne gli argomenti; in questi casi io funziono così: leggo, mi appassiono, qualcosa capisco, molto intuisco, tanto so che è fuori dalla mia portata, eppure provo un’attrazione fortissima per l’inarrivabile.

Mavaldi parte da Hume: “la causa è qualcosa che, se rimossa, fa sì che l’esito non avvenga”. Poi allarga l’orizzonte a “che cosa accadrebbe se?” e a “che cosa sarebbe (o non sarebbe) accaduto se invece?” come metodi per individuare, per approssimazioni successive, quali dati sono più significativi per assumere una decisione. Molto interessante il risultato del confronto fra Cina e Italia sulle diverse risposte al virus.

Alcuni esempi sul calcolo delle probabilità pure sono gustosi, come quello del giudice che assolve colui che è stato trovato con 50 bustine di polvere bianca e le uniche tre esaminate contenevano tutte eroina. Lo assolve perchè dall’arresto al processo le 50 bustine sono state distrutte, e l’avvocato convince il giudice che, senza la prova che tutte e 50 contenessero eroina, le sole tre potevano essere per solo uso personale. In un caso analogo, un altro giudice condannò, quando calcolò che la probabilità che su 50 bustine fossero state casualmente prese le sole tre contenenti eroina era 1/26.000. Spunti finali su possibili teorie della “coscienza di se”.

Rovelli ci dice che la fisica, non descrive “come la Natura è”, ma solo “quanto possiamo dire della Natura”.
Qualcosa che sembra ormai provato è che nulla esiste “di per sè”, ma solo “in relazione a”. Ciò, non soltanto nel mondo delle relazioni umane, dove il concetto è da tempo acquisito, ma anche nel mondo della materia, dove le cose fisiche hanno proprietà solo quando interagiscono: l’interazione è parte inseparabile dai fenomeni.

Il mondo pullula di correlazioni, la maggior parte delle quali non significa letteralmente niente: succede qualcsa di straordinario quando identifichiamo quelle significative, quando si combinano informazione ed evoluzione. La sfida sta ancora nell’approfondire come significato, intenzionalità, sensazioni soggettive si combinano e, per tornare al primo libro, dove sta la causa e dove l’effetto.





ANARCHIA

Fino a pagina cento (la metà) ho letto e pure sottolineato (lo faccio sempre), poi ho sfogliato fino alla fine, perchè se nella prima metà di un libro che si propone filosofico non ho trovato niente di originale me lo faccio bastare.

Il tutto si riduce alla considerazione – sostanzialmente antropologica, più che filosofica – che sono esistite ed esistono società basate sull’eguaglianza dei loro membri che campano felici e contenti.

Caffo le vuole definire “anarchiche”, e passiamogliela, ma non c’è una, dico una, considerazione sulla differenza fra queste società composte di pochi individui che vivono in spazi quasi privi di contatti con il “fuori” e la dimensione, e quindi la complessità, delle società come le abbiamo costruite nei secoli.


Alla fine l’anarchismo mi pare preso a pretesto per raggruppare sotto a un unico cappello tutto ciò che si oppone allo stato delle cose in cui il capitalismo ha trionfato, con le conseguenze che possiamo osservare. A me sono sembrate semplificazioni poco all’altezza di quello che si pretende pensiero filosofico.

Traspare, sì, una grande passione civile – Caffo da anni, per un mese, fa un seminario residenziale a Lampedusa dove prova a far sperimentare, a se stesso e agli studenti, almeno qualcosa della vita dei migranti che lì sbarcano e che scompaiono alla vista – e un impegno sincero a cercare vie di uscita, ma “chi prenderebbe sul serio un processo per aver rubato un motorino o picchiato la sorella mentre nezzo mondo crolla sotto l’effetto dei gas serra?” mi suona infantile e inquietante, non meno dell’inevitabile richiamo al potere insurrezionale dello sciamanesimo e compagnia bella.

La conclusione, dalla nicchia di pensiero filosofico che pare essersi ritagliata, detta “Postumanesimo contemporaneo”, è che il collasso è inevitabile e che è meglio prepararsi.
Mi era piaciuto di più come lo aveva detto Lucio Dalla.

Homo Deus – Breve storia del futuro

” certo possiamo scegliere quali azioni compiere, ma possiamo scegliere quali desideri avere? E se questi sono determinati da processi biochimici in che cosa consiste esattamente la libertà? “

Un concentrato di intelligenza, come ogni volta che un rigoroso esame del presente e del passato induce a porsi domande epocali, senza la pretesa di avere le risposte.
Non riesco a riprodurre i percorsi con i quali Harari arriva ad una serie di – ipotetiche e potenziali, sia ben chiaro – previsioni, cerco di limitarmi ad esporne alcuni assunti.

L’evoluzione tecnologica consente quantomeno di “pensare” che l’immortalità sia possibile, insieme al raggiungimento della felicità, ma questi bei progetti sembrano presupporre un’economia a crescita infinita che probabilmente ci condurrà all’estinzione, per mano di creature superiori all’homo sapiens che noi stessi stiamo cominciando a generare.
Uno degli assunti, mi pare sia proprio il principale, su cui poggiano gli argomenti di Harari è che i neuroscienziati avrebbero dimostrato che non esisterebbero gli individui, ma che ogni essere umano sarebbe costituito di un insiemi di algoritmi, sopratutto biochimici. Ad esempio, le emozioni – “provare” qualcosa – sarebbero prodotte da una serie di algoritmi che sono stati essenziali per lo sviluppo dell’homo sapiens, secondo i principi di Darwin della sopravvivenza del più adatto.

Se “sentire” deriva da algoritmi biochimici, allora anche gli animali “sentono”, e non si può escludere che “entità” di provenienza informatico/elettronica possano/potranno “sentire”. La superiorità dell’homo sapiens è data dalla nostra capacità di collaborare e di farlo con estrema duttilità, a differenza ad esempio delle formiche o delle api,Altra superiorità dell’homo sapiens sta nella capacità di raccontare storie, e dunque di dare un senso al passato, fare previsioni per il futuro. costruire entità immateriali e intersoggettive come il denaro, gli dei, etc, con funzioni rilevantissime nella nostra esistenza.

Fra queste entità, quella che da qualche secolo ha prevalso, è l’umanesimo, che riconosce una serie di diritti fondamentali a ciascun uomo, fra cui la capacità di realizzarsi al meglio. Qui il punto è in che cosa consisterebbe la libertà: di certo possiamo scegliere quali azioni compiere, ma possiamo scegliere quali desideri avere? E se questi sono determinati da processi biochimici in che cosa consiste esattamente la libertà?

L’evoluzione dell’economia, d’altra parte, tende a rendere sempre meno utili i singoli individui, o meglio la massa dei singoli individui, che possiamo constatare come vengono sempre più rapidamente sostituiti da algoritmi non-umani, anche se creati da uomini. Ma a mano a mano che questi nuovi organismi diventano “capaci di apprendere” sempre meno l’intervento umano sarà necessario. Basta pensare alla medicina: una volta immagazzinati una mole sterminata di dati di tutti gli individui, un computer potrà fare nella maggior parte dei casi diagnosi più accurate e proporre terapie più efficaci della maggioranza dei singoli medici.

La nuova religione dell’umanità potrebbe essere basata appunto sui dati. I Datisti sostengono che un computer che conosca la maggior parte delle informazioni significative su di me potrebbe essere in grado di conoscermi meglio di me stesso e di anticipare i miei desideri. Il che è ciò che, in forma ancora largamente grezza, già fanno i vari Google, Facebook, Amazon etc. Non si può perciò escludere che saremo governati “per il nostro bene” da macchine da noi costruite, che si saranno da noi emancipate.

Sicuramente ho tagliato con l’accetta concetti che Harari espone sempre con un interessante corredo storico e scientifico. Difficile condividere la tesi centrale; mi fa tornare alla mente suggestioni liceali / universitarie del Barkley che considerava la realtà come “meri fasci di sensazioni” e l’individuo come “insieme di algoritmi”. Difficile anche confutarla.

Calcoli e rompicapi

La prima copertina illustra un famoso esempio di “decisione impossibile”: sta arrivando un carro merci, se continua la sua corsa senza interventi travolgerà 5 persone, fra cui una bambina.
È lecito (morale, ammissibile, etc) azionare lo scambio, in modo che invece di 5 persone ne sia travolta soltanto una?

I due testi, insieme, insegnano che possiamo proporci di essere sempre onesti e giusti, ma che a quanto pare non basta avere principi saldissimi, perchè è sempre possibile immaginare situazioni nelle quali principi ai quali diamo lo stesso valore vengono in conflitto.
E allora SEMPRE, sempre, la scelta sta solo a noi, e a volte solo dopo averla fatta potremo riconoscere che cosa ci ha guidato, e a volte potremo scoprire che non è detto siano stati i principi, a guidarci.

SENTIRE E CONOSCERE

Meno di duecento piccole pagine dense di contenuto come poche.
Mi limito ad alcune definizioni che mi pare di aver capito meglio: intuito, chè alcuni concetti non li padroneggio.

“Intelligenza”, per Damasio, è quella competenza non esplicita, della quale sono dotati anche gli organismi unicellulari, che punta a mantenere la vita al meglio (omeostasi).
“Sensibilità” è la capacità (non ancora cosciente) di rilevare stimoli.

La “Mente” implica l’esistenza di un sistema nervoso capace di formare rappresentazioni e immagini dell’esterno e anche di costruire un mondo interno.

Le “Emozioni” sono quindi azioni interne prodotte da eventi percettivi.

I “Sentimenti” sono la condizione per creare il Sè:
sono la reazione ai contenuti mentali, sono il risultato del dialogo fra i processi chimici del corpo e l’attività bioelettrica dei neuroni. I sentimenti offrono alla mente gli incentivi ad agire secondo i segnali positivi o negativi (in termini di omeostasi) provenienti dalla mente.

La “Coscienza”, infine, arricchisce i processi mentali, identifica la stretta relazione mente / corpo e permette la conoscenza. Come si produce la coscienza resta un – parziale – punto interrogativo, esposto in uno degli ultimi capitoli dal titolo “La corteccia cerebrale e il tronco encefalitico nella costruzione della coscienza”.

Molto stimolante.

Il Fascismo Eterno

Condivido totalmente l’analisi che Stefano Feltri fa nella sua newsletter “APPUNTI”.Non è, non poteva essere, un’analisi completa: manca, qui, la parte strettamente economica e manca la parte dei ricchissimi possessori di tecnologia (Musk), ma questa analisi mette l’accento su quella che una volta si chiamava la “contraddizione principale”, che non è più borghesia/proletariato; è, invece, il perdurare del maschilismo patriarcale l’ostacolo principale all’evoluzione umana.

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LA NUOVA ERA FASCISTA IN OCCIDENTE

Il geniale Umberto Eco definiva Ur-fascismo o Fascismo eterno un insieme di tratti psicosociologici sempre pronti a riemergere che costituiscono lo “zoccolo duro” di qualsiasi regime che possiamo definire “fascista” anche senza gagliardetti e camicie nere.

Tra questi, il culto della tradizione (Make America Great Again), l’irrazionalismo e la diffidenza per la cultura, la paura della diversità, e quindi il razzismo, la frustrazione delle classi medie, l’ossessione per i complotti (They are eating the dogs and the cats in Springfield) e, last but not least, la misoginia e il machismo.

Mi sembra chiaro che questa rapida analisi permetta di concludere che oggi il mondo occidentale è entrato in una nuova era fascista.

Ci aveva già pensato l’Italia, sempre avanti nelle sue invenzioni politiche, con lo sdoganamento di un partito di estrema destra che certo, può negare ogni legame col fascismo storico (anche se lo nega normalmente con un “ni” più che con un “no”), ma che incarna pienamente l’Ur-fascismo di Eco con il culto della tradizione italica, l’ossessione della natalità, il controllo del corpo delle donne, il razzismo contro gli stranieri e l’odio assoluto per la cultura, tanto da affidare a una serie di analfabeti imbarazzanti il ministero della Cultura in un paese che possiede il più grande patrimonio culturale al mondo (ho avuto l’onore di ascoltare personalmente il ministro Alessandro Giuli a Venezia delirare sui libri fatti di acqua, sul pensiero solare, e sul trionfo del manga come formato culturale).

Il fascismo eterno è sempre pronto a rinascere: lo troviamo in qualsiasi epoca e non è disinfestabile attraverso l’educazione o la cultura democratica. Perché? Perché è un tratto mentale, una disposizione psicologica prima di essere una posizione politica.

Da dove salta fuori questa disposizione psicologica? E perché il buon Dio, o la selezione naturale, l’hanno lasciata in circolo invece di spazzarla via nel corso dei secoli?

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L’origine del fascismo eterno

Mia madre soleva dire: “Gratti la vernicetta e dietro ogni essere umano c’è un uomo del Pleistocene”. Ecco la spiegazione.

L’Ur-fascismo è ancorato all’uomo ancestrale, a un uomo pre-culturale, che ha evoluto risposte istintive a situazioni potenzialmente pericolose: gli altri, che non appartengono al gruppo, sono un potenziale pericolo, le donne se non vengono dominate e controllate, sono un pericolo per la continuazione della specie, gli dèi, i riti magici sono l’unica protezione contro la paura della morte e dell’altro.

Tutto ciò che cerca di reprimere questi istinti, ossia l’educazione politica, la cultura, le forme nuove di socializzazione, la libertà delle donne, è un rischio per quel maschio bestiale, primitivo, ignorante e violento che sta dietro alla vernicetta anche del più chic professore di Harvard.

L’Ur-fascismo è insomma il rifiuto della civiltà: delle sue regole, dei suoi progressi incontestabili (l’uguaglianza di tutti gli esseri umani per esempio), della sua complessità (Hitler considerava la teoria della relatività di Einstein scienza degenerata, Donald Trump rifiutò i vaccini contro il Covid, si inventò non so quali teorie del complotto sulla Cina e ritardò in questo modo l’azione contro la pandemia negli Stati Uniti), del suo sviluppo morale e sociale.

I diritti delle donne sono frutto della civiltà, i libri, la scienza, la musica, l’arte, gli immensi progressi della medicina che se il mondo non fosse in mano agli Ur-fascisti potrebbero curare la maggior parte delle malattie nei prossimi anni, le città, le grandi aree urbane, sono frutto della civiltà (il divario aree-urbane e aree rurali nella vittoria di Trump non è un caso, infatti).

Le civiltà sono un insieme di fenomeni sociali e culturali che portano avanti una Storia, fanno evolvere gli esseri umani dallo stato brado in cittadini e spezzano il legame con la nostra natura di Homo Sapiens dandoci nuove identità.Reprimere gli istinti

Già Sigmund Freud nel 1929, un periodo storico che ricorda in modo allarmante il nostro presente, scriveva ne Il disagio della civiltà, che il problema che abbiamo con la civiltà è che ci costringe a reprimere gli istinti, prima di tutti gli istinti sessuali e quelli violenti.

Questa repressione crea frustrazioni e varie nevrosi e aspetta solo che l’Ur-fascista faccia capolino per liberare le vele e scatenare le pulsioni tenute a bada dalla vernicetta della civiltà.

Ovviamente, la nozione di “civiltà” è altamente problematica, perché ogni civiltà pensa di essere la migliore, cerca di dominare le altre e le norme e le regole “civili” in cui tanta umanità è vissuta sono state spesso norme coercitive, che hanno impedito a interi gruppi, come per esempio le donne, di esprimersi come desideravano.

Il pensiero di sinistra americano degli ultimi trent’anni è stato interamente devoluto alla critica della cosiddetta “civiltà” attraverso importanti correnti di pensiero come il post-colonialismo e il femminismo, tra le altre.

Resta però che criticare la civiltà non significa uscirne: significa trovare nuove regole per andare avanti, ripensarsi, fondersi con altre prospettive.

Invece per l’Ur-fascismo la civiltà è roba per signore: l’uomo vero (perché l’Ur-fascismo è un’espressione psicologica tipicamente maschile, pace Giorgia Meloni) prende la donna per i capelli e la violenta senza il suo consenso, decide convinto di quello che lei debba fare con il suo utero, tratta il diverso a calci nella pancia, e non sta lì a perdere tempo con libri e balletti, perché c’è la partita, occasione nella quale si può magari spaccare la faccia a un avversario, e c’è la televisione, dove ci sarà sicuramente un canale che dice esattamente quello che lui già pensa.L’occasione persa di Kamala

Dall’Ur-fascismo non ci libereremo mai. Ma combatterlo possiamo. E penso che la candidatura di Kamala Harris sia una grande occasione perduta.

Una donna sessantenne con origini etniche miste incarnava, solo con la sua esistenza, un nuovo mondo, una nuova civiltà: un mondo in cui le donne sono persone autorevoli da ascoltare, non bambine da aggredire sessualmente, un mondo già presente e inevitabile nel futuro dove le etnie e le identità sono mescolate e ricomposte e questa è una ricchezza culturale e intellettuale, non una perdita del sangue puro.

Le donne americane che hanno votato Trump sono le più colpevoli di questo risultato elettorale. Chi ha visto un uomo parlare delle donne così, trattarle in modo immondo, aggredirle, violentarle, e lo sceglie come suo leader è responsabile del destino disastroso a cui andrà incontro e a cui andranno incontro le proprie figlie.

Combattere l’Ur-fascismo significa combattere la paura della civiltà: certo, c’è tanto da cambiare, ma è dentro l’agorà che le battaglie si fanno, non è spaccando la piazza pubblica a manganellate.

Le donne hanno un ruolo cruciale da giocare, in America e nel mondo intero: l’Ur-fascismo incarna la battaglia più antica del mondo: quella della dominazione patriarcale.

Donald Trump è l’Ur-maschio che la nuova civiltà deve abbattere: osceno, dominatore, volgare, senza empatia, violento.

Le donne sono le prime a pagare i prezzi dell’Ur-fascismo: devono imparare a riconoscerlo, a ribellarsi, a battersi per avere posizioni di potere.

Un mondo pacificato da questo cancro, un mondo di civiltà nuova, può essere solo un mondo dove le donne smettono di sottomettersi all’oscenità del potere maschile.

LA LINGUA DELLA CITTÀ

Con Mara Venuto ci siamo conosciuti quasi vent’anni fa.

Conducevo un workshop e Mara, che vi partecipava, aveva organizzato in quattro e quattr’otto un rap che ha diretto con altre compagne del momento.

Poi ne ho seguito da lontano – è di Taranto e vive in Puglia – l’evoluzione artistica: scrittrice di teatro, animatrice culturale e, sopratutto, credo di poter azzardare, poetessa.

È rimasto vivo, nel tempo, un filo di reciproca simpatia e apprezzamento, finchè ieri c’è stata la possibilità di incontrarsi di nuovo per una circostanza singolare, nella quale Mara si è ricordata di me: un pomeriggio, in una bella casa di Roma, nella rassegna #lalineadombraroma , con tema le tragedie dell’Ilva di Taranto.

Hanno partecipato, oltre a Mara, che ha letto alcune sue poesie dedicate alla sua citta, il poeta #CosimoLamanna e #StefanoMariaBianchi, autore del documentario, visibile su Raiplay, “A denti stretti”.

In poco più di un’ora ai circa quaranta presenti è stato restituito dal vivo lo spessore di quelle tragedie, che hanno finora trovato tante espressioni culturali e artistiche, non ancora una vera ribellione. Fa male capire che le malattie hanno covato per anni e che non se ne è potuto nemmeno parlare finchè non si sono consolidati i numeri dei morti e le statistiche sono state incontrovertibili.

Una serata piacevole e molto interessante, un grazie sentito alla padrona di casa Francesca Piro e alla sua ospitalità.

E un abbraccio finale a Mara, che si è sorbita, per esserci, chissà quante ore di pullman Taranto-Roma-Taranto.

PS: sono astemio, eppure sono in grado di riconoscere, da un sorsetto, la qualiità di un buon vino. Così con la poesia: non la frequento, non la cerco, eppure se mi capita capisco se è fuffa o se sotto ci sono anima e corpo di chi l’ha scritta. Le poesie di Mara, si capisce subito, sono così.

STORY – DIALOGHI


Nel tempo, ho letto tutto ciò che mi è capitato circa come si scrive, il senso dello scrivere, eccetera e i due volumi di Robert McKee sono quanto di meglio possa desiderare chi abbia di questi interessi, direi proprio che saziano.

Ho letto testi su come si scrive una sceneggiatura, come si racconta una storia,
sulla struttura dei miti riconoscibile in ogni drammaturgia.
Tra quelli che ricordo: Lezioni americane di Calvino a Carver, Yehoshua, Piperno, Franzen, Vargas LLosa, Patricia Highsmith.

In questi due manuali I concetti fondamentali sono essenzialmente pochi, e sono esattamente esposti all’inizio di ognuno dei due testi, che procedono a spirale:
un concetto alla volta viene ripreso, spiegato, esemplificato.

Ogni ripetizione si arricchisce di contenuto finchè il concetto acquista una forma,
un colore, diventa sudore, fatica e, infine, soddisfazione.

Se un concetto ho trovato espresso con più forza e originalità che in qualsiasi altro testo, questo è la necessità che, chi scrive, sia capace di stare davvero dentro non solo al protagonista, ma ad ogni singolo personaggio, con carne e sangue, con il corpo, non solo con l’intelletto.

Come non mai mi sono reso conto che la buona, l’eccellente scrittura, non è di per sè sufficiente a scrivere un buon testo.

L’analisi dei dialoghi di Lost in Traslation, film di Sofia Coppola, la straordinaria capacità di dire tanto con il minimo delle parole, mi ha fatto venir voglia di rivedere, forse per la terza o quarta volta, uno dei film che più amo.
Attenzione: per chi scrive racconti, o romanzi, le osservazioni di McKee sono altrettanto utili che per chi scrive sceneggiature.

Da non mancare, per chi vuole imparare anche qualcosa su di sè, circa il piacere e la dannazione di scrivere