LO STRANIERO

Uno di quei classici della letteratura il cui titolo resta in un grumo di sinapsi da qualche parte finchè capita l’occasione, spesso casuale, che stavolta è stata l’associazione con il recente film, che peraltro non ho visto.
Mi si è associato anche a Tempo di uccidere di Flaiano, per l’estraneità di entrambi i protagonisti al mondo che li circonda e che sentono alieno, nell’insensatezza dello starci: “gettati”, direbbe Heidegger.

Forse “L’estraneo” mi sarebbe sembrato un titolo più adeguato.
La storia racconta del protagonista che passa dalla morte della madre a uccidere senza motivo – “è stato il sole negli occhi”, risponderà al processo – un arabo sulla spiaggia.
Siamo nell’Algeria colonia francese e credo sbagli di grosso chi ci ha visto istanze politiche, quando l’unico tema è quello dell’estraneità al mondo dell’essere umano, per quanto sollecitato da ogni parte – il poliziotto, il giudice, il cappellano – a cercarsi dentro ragioni del proprio modo di stare al mondo.

Tutt’altro che consolatorio, cattura in modo stranamente magnetico.
Interessante anche l’introduzione di Saviano che, come sempre faccio, ho letto dopo il romanzo.
Da leggere assolutamente.

Il sale della terra

Un romanzo appassionante, di quelli che il giorno dopo vuoi continuare per sapere che cosa succederà ancora e come andrà a finire. Una donna di Acapulco, appassionata libraia, innamorata del marito, con una bella famiglia, coltiva un’amicizia singolare con un uomo colto che sostiene di rivelare solo a lei il suo essere più profondo. L’amicizia si rivelerà più pericolosa di quanto potesse sembrare, e la donna sarà costretta a scappare per tutto il Messico, col figlio appena adolescente, per cercare di raggiungere gli USA.

In Usa l’autrice è stata accusata di avere in qualche modo “usurpato” la titolarità dell’identità della donna messicana in fuga. La questione è forse un po’ più controversa: c’è stato uno scatenamento contro Oprah Winfrey – a un libro presentato nella sua trasmissione il successo di vendite è assicurato – che aveva magnificato il romanzo, della serie “come ti permetti di esaltare questo libro scritto da una borghesuccia americana la quale che ne può sapere del dramma dei profughi centroamericani, quando ci stanno tanti altri bellissimi romanzi scritti da messicani veri?”

Personalmente, trovo queste polemiche stucchevoli: chi scrive mette se stesso in quello che scrive, un romanzo è un romanzo, non un trattato di sociologia. Ciò detto, la parte avvincente del libro è la fuga per tutto il Messico, gli innumerevoli ostacoli da superare, i tradimenti, le persone di buon cuore, i viaggi sul tetto dei treni, i cacciatori di migranti, in un insieme davvero coinvolgente.

Non ho le conoscenze dirette per sapere se quella descritta si avvicina alla realtà, ma resta il fatto che ho respirato la paura, la caparbietà, il coraggio, la sofferenza, la solidarietà, la spietatezza dei tanti protagonisti. Sono questi i risultati da chiedere a qualsiasi scrittore – scrittrice, il resto mi sembrano polemiche sterili, come quelle sui personaggi dello spettacolo che non vado più a vedere i suoi film perchè è cattivo/a. Il nucleo per cui vale la pena leggere questo libro è il viaggio, con la tanta umanità che lo percorre. Inizio e fine li ho trovati non tanto credibili, ma sono serviti da complemento all’insieme, e alla fine importano poco.

Quello che non ti dicono

Mario Calabresi è stato direttore de La Stampa e di Repubblica, da dove è stato mandato via perchè “troppo equilibrato” (ovviamente non fu questa la motivazione ufficiale).

Un passo indietro: quando, per stornare le indagini sulla bomba di piazza Fontana dai fascisti – poi riconosciuti responsabili – lo stato cercò di indirizzarle verso gli anarchici, il commissario Calabresi era colui che aveva in custodia l’incolpevole anarchico Pinelli, che morì dopo essere volato giù da una finestra della questura di Milano. Perciò il commissario Calabresi diventò, in quella stagione dolorosa, uno dei “cattivi” designati, e fu assassinato a revolverate.

Mario Calabresi è il figlio del commissario Calabresi e ha raccontato, in “Spingendo la notte più in là”, l’evoluzione della sua famiglia dopo l’assassinio del padre – 1972 – con un equilibrio più che raro.

In questo nuovo libro scrive che, dopo il precedente, aveva giurato di non tornare più su quel periodo, ma un frate dall’Algeria gli parla di una sua quasi coetanea, che ha vissuto una vicenda dolorosa rimasta dimenticata.

Quasi coetanea perchè nata dopo la morte del padre, nel 1975, a sua volta morto senza sapere che gli sarebbe nata una figlia.

Marta è la figlia di Carlo Saronio, proveniente da una delle più influenti famiglie di Milano, ricca di un impero chimico.Carlo rifiutava i suoi privilegi e oscillava fra volontariato cattolico e istanze gruppettare rivoluzionarie, tanto da mettere a disposizione alcune residenze familiari per attività criminali/terroristiche.

Quando, anche perchè innamorato della madre di Marta, se ne stava probabilmente staccando, fu rapito, forse consenziente, forse no, dai suoi stessi compagni, che ne chiesero il riscatto.
I criminali comuni ai quali fu appaltato il rapimento furono talmente stupidi – sembra di stare in un film dei Coen – da sbagliare la dose di anestetico, tanto che Carlo morì subito.
Riuscirono tuttavia a far credere che fosse vivo e a ottenere un riscatto.

La storia è quella del dramma di una famiglia, in un periodo in cui i rapimenti erano il mezzo preferito della malavita – otto in contemporanea, in quei mesi – e del dramma di una giovanissima che si ritrova da pochissimo incinta e con la famiglia del compagno, con l’unica eccezione della madre di Carlo, che la vede come un’approfittatrice. Solo anni dopo, grazie a un pentito, il corpo di Carlo sarà ritrovato. Il frate dall’Algeria è un cugino di Carlo, schifato dal comportamento della propria famiglia verso la madre di Marta.

Questa la storia. Tutto sommato una storia “semplice”, che Mario Calabresi sa restituire come un appassionante giallo attuale, ricostruendo il clima, gli odori, i sapori di un periodo della nostra storia difficile da immaginare per chi non l’abbia vissuto.La scrittura è piana e onesta, a testimonianza di un equilibrio raro.

Diceria dell’untore

Per leggere un libro di Bufalino bisogna innamorarsi della sua scrittura. Me ne sono innamorato con “Le menzogne della notte”,
ed ecco qui il più famoso “Diceria dell’untore”.
È una storia, se vogliamo banale, di un amore e di competizione per una donna all’interno di un sanatorio per malati di tubercolosi. Qualcuno morirà, qualcuno è già morto e non lo sa, o lo sa, qualcuno si salverà.

Qualche assaggio, perchè non riuscirei a renderne la grandezza.

“Si scambiavano frantumi di suono, una poltiglia di sillabe balbe rimasticate in eterno da mascelle senili”

“Il sole sbocca dai tetti, grondante tuorlo, orrido mestruo del cielo. Il soffio che ne nasce non fa nemmeno sudare, ma stringe dentro un pugno il cuore, scaglia le rondini a rompersi contro la sciara, dovunque fa mulinello, e le illude, un inesistente palpito d’acqua.”

“Avevo più letto libri che vissuto giorni, nel mio così fuggitivo, così inefficace passaggio lungo le stradde degli uomini.”

“Voglio cercarmi un bambino per la strada… Gli darò uno schiaffo, gli dirò un’oscenità, una bestemmia di quelle che non si scordano. Voglio durare cinquant’anni ancora dentro di lui.”

“… nei miliardi di secoli passati e futuri io non so trovare evento più importante della mia morte.
E tutte le carneficine e derive di continenti e scoppi di stelle sono soltanto canzonetta e commedia al confronto di questo minuscolo e irripetibile cataclisma, la morte di Marta. Cosa non farei per ritardarlo di un attimo. La puttana, la spia, l’aguzzina. E chissà che non l’abbia già fatto.”

In generale, non amo questo tipo di scrittura ridondante, non vorrei mai scrivere così.
Ma dalla scittura di Bufalino sono affascinato, come da un gorgo che ti attira e non ti lascia.

Il libro varrebbe la pena averlo, per chiunque scriva, anche solo per l’appendice finale, aggiunta in questa edizione: c’è l’indice dei “Temi”, fatto dall’autore, c’è la spiegazione delle scelte di scrittura, ci sono note quasi per ogni pagina. Non per caso lo cominciò a scrivere negli anni cinquanta e fu pubblicato nel 1981. Per me, un grande della nostra letteratura.

Cosa resta di noi

La Versilia, una coppia che non riesce ad avere figli, composta da un bagnino diventato imprenditore per matrimonio, una donna bellissima che ne è diventata la moglie e si dedica alla carriera di scrittrice e poi di presenza televisiva, l’arguzia toscana quando diventa becera, un’impiegata innamorata dell’uomo sbagliato.

È quest’ultima che muore. Anzi scompare. Tranquilli: succede nelle primissime pagine, quindi non svelo niente.

La scrittura va via liscia, i personaggi sono bel delineati, anche i minori, come l’amico del bagnino, il padre del trucido.

Per la parte “giallo” la storia è ben condotta, ma nelle ultime pagine il crash finale è poco sostenuto dalle premesse e dalla logica e anche le evoluzioni di qualche personaggio – sopratutto la moglie – sono decisamente poco credibili.

Che dire? Gradevole, posso provare con altri.

Il quasi giallo Sellerio è ormai quasi un genere: scrittori dallo stile scorrevole che raccontano storie che fanno pensare a qualche ambizione maggiore rimasta confinata. Di persona Giampaolo Sini – conosciuto ad una “lectio magistralis” sul cui titolo lui stesso ironizzava – ha l’aria simpatica, confermata dalla esplicita dichiarazione di sapere esattamente dove – letterariamente – sta e dove vuole stare.
APPREZZABILE

IL BOSCO SILENZIOSO

La storia scorre fluida, ben raccontata, appassionante.

Il tracciato è segnato dall’inizio, la godibilità non sta nei colpi di scena ma nell’inesorabile percorso che condurrà all’emergere di ciò che è stato con tanta attenzione nascosto.

Come nel lavoro della giovane ricercatrice che “sa far parlare il bosco”, il cui padre proprio in quei boschi scomparve vent’anni prima, bisognerà scoprire strato su strato prima di arrivare a capire. E capire non sarà indolore per nessuno dei protagonisti, ciascuno ben delineato.

Un giallo tedesco, in una fase storica in cui di letteratura tedesca arriva davvero poco, proposto da una piccola casa editrice – Emons – specializzata in gialli tedeschi.

Suggeritomi, insieme a “Uno scia alla corte d’Europa“, dalla libraia di una di quelle piccole librerie – Ubik Casalpalocco – dove i librai ti sanno consigliare un libro

IL PASSEGGERO

Le prime dieci pagine, scritte in corsivo, vanno lette con molta attenzione, perchè contengono, non facili da individuare, un paio di informazioni importanti.
Le sono andate a rileggere, dopo aver finito “Il passeggero”, per togliermi lo scrupolo di essere stato un lettore disattento che non ha capito perchè è stato negligente.
In effetti, nel rileggerle, qualcosa in più mi è arrivata, ma niente che fornisse una qualche chiave di lettura.

L’inizio, dopo le pagine in corsivo, è davvero appassionante, nella descrizione di questi tre palombari che entrano in un aereo misteriosamente inabissatosi in mare e ci trovano dentro nove passeggeri in assetto del tutto improbabile.
Dunque, misteri su misteri, a cui si aggiunge il mistero di un decimo passeggero che ci sarebbe dovuto essere ma non c’era.
Da qui in poi è tutto un peregrinare di Western, il protagonista, uno dei sommozzatori, che incontra amici, amiche, vecchi amici, vecchie amiche, governativi che sono convinti nasconda qualcosa, un tipo che gli consiglia di sparire.
Seguiamo Western qui e là, casualmente, per lo più in luoghi solitari, come se gli mancasse l’atmosfera de “La strada”.

In parallelo, corsivo, la malattia mentale della sorella, suicida (no spoiler: prima pagina), di cui Western è (forse) stato innamorato.
Essere figli di uno scienziato che ha partecipato al progetto Manhattan offre l’unica chiave di lettura che trovo plausibile (e del tutto insufficiente all’insieme): “questo mondo fa schifo e le colpe di vostro padre ve le beccate voi anche se non c’entrate”.
La scrittura è sontuosa, pure troppo, con pagine proprio difficili da seguire.
Il meglio sono i dialoghi, sempre ficcanti, tesi, brillanti, che coprono credo la parte prevalente delle 370 pagine.

Hanno, tuttavia, i dialoghi, un difetto grande: i personaggi parlano tutti allo stesso modo; Western ne incontra tanti, molto diversi fra di loro, ma quando si parlano sembra che stia parlando sempre con lo stesso interlocutore, che sia un ubriaco, un amico morente, un agente federale, una ex fidanzata, un transgender, un avvocato.
A mano a mano che diminuivano le pagine da leggere e che insieme calava l”aspettativa di una spiegazione, di una chiave di lettura, cresceva la mia irritazione, che è rimasta la sensazione principale, a lettura conclusa.

Grande scrittore, certo, ma per questo “Il passeggero” mi spiace dover concludere che la presunzione abbia prevalso.
Ho provato, non so con quanto successo, a farmelo restare simpatico immaginandolo che, a 90 anni – è morto poco dopo – se ne sia voluto altamente fregare, della serie “ormai faccio come mi pare, che cazzo volete da me?”.
Da leggere.

LA VERITÀ SUL CASO HARRY QUEBERT

Una quindicenne scomparsa della quale trent’anni dopo si ritrova il cadavere, sepolto nel giardino di un famoso scrittore, che sarà accusato dell’omicidio.
Un famosissimo scrittore giovane, di cui lo scrittore famoso è stato mentore, si precipita dall’amico per tentare di scagionarlo.

Settecentocinquanta pagine.

Le ho lette tutte. Difficilmente lasceranno traccia. Che la scrittura sia piana e scorrevole è un prerequisito per questo tipo di pubblicazioni volte a far passare piacevolmente il tempo.

Il tema più interessante è quello della scrittura sulla scrittura: lo scrittore è diventato famoso per un libro che parlava dell’amore per la ragazza morta, il giovane scrittore famosissimo scriverà un libro sulla vicenda dello scrittore famoso ingiustamente accusato. Con in mezzo il feroce editore che vuole la consegna entro la scadenza contrattuale prevista.

Il giallo, invece, mi è risultato proprio irritante, con una quantità – una quantità – di situazioni assurde durante la ricerca della verità e un finale con colpi di scena a ripetizione alcuni dei quali basati sull’aver l’autore imbrogliato il lettore, e questo non lo considero perdonabile.

Comunque si fa leggere, se ci si adagia nella posizione di accettazione incondizionata delle astruse costruzioni dell’autore e non si cerca logica nè coerenza.

Ne è stata fatta una riduzione per una miniserie TV: possibile che fosse la vocazione originaria.