IL CUSTODE

Centosessanta pagine ben scritte – per carità, la scrittura di Ammaniti non la discuto – per una storiella che potrebbe essere uscita da un lavoro di gruppo, con il sostegno di AI per i riferimenti mitologici, di una buona terzo liceo classico.

Dispiaciuto di non poterne dire bene, perchè Che la festa cominci mi ha fatto ridere come pochi e Come dio comanda era un gran bel romanzo ma, dopo aver aspettato anni per una nuova opera e aver fatto stampare questa, temo di dover concludere che il mestiere è rimasto ma l’ispirazione si è proprio spenta.

Qui siamo alle prese con una vicenda fanta-mitologica che delle tipicità di Ammaniti ha l’esistenza di qualcuno in qualche modo “costretto” e qualche catastrofe finale, ma che non riesce a decollare, con personaggi azzeppati e senza spessore.
Peccato, davvero peccato

QUELLO CHE POSSIAMO SAPERE


Per la prima volta, nel leggere un romanzo di McEwan – e credo di averli letti tutti – dopo centocinquanta pagine mi sono chiesto se valesse la pena proseguire.
Anticipo la risposta: sì, ne vale la pena e come!

Anche se con almeno un fattore critico importante, e cioè che lo svolgersi degli avvenimenti iniziali nel mondo futuro del 2120 risulta un mero pretesto per fornirci la previsione dell’autore sui disastri che si dispiegheranno nei prossimi cento anni.
Pretesto: perchè, se avesse collocato nell’oggi i ricercatori della grande poesia del grande poeta e arretrato di forse vent’anni gli eventi oggetto di ricerca il romanzo sarebbe stato ottimamente in piedi lo stesso.

Dunque, la nostra coppia di accademici è alla ricerca di tracce documentali sulla straordinaria poesia della quale si dice esistesse una sola copia.
Poesia forse d’amore forse intrecciata a istanze ecologiche che fu ascoltata soltanto dai pochi invitati alla festa di compleanno della moglie del grande poeta.
Tutta la prima parte, perciò, sta nei tentativi di ricostruzione degli eventi intorno a quel compleanno, a quelle relazioni e nella strenua ricerca di tracce per ritrovare il testo dell’opera fondamentale. Tutto ciò mentre si snodano le vite dei ricercatori fra le loro relazioni complicate ed è qui, nella descrizione degli intrecci e degli altri e bassi emotivi dei personaggi e nelle loro giravolte valoriali, che McEwan dà il meglio di sè.

Il meglio di sè che sale addirittura di livello quando, nelle ultime centocinquanta pagine, la storia faticosamente ricostruita del grande poeta e della moglie e dei loro amici ci viene raccontata in modo piano, dove a confermare dove a smentire le ipotesi e le ricostruzioni fatte all’inizio.

Il finale sarà sorprendente, dopo che i vari personaggi si saranno espressi al massimo della loro umanità così insopportabilmente contraddittoria, e forse per questo così, umanamente, preziosa e squallida.
Da leggere.

L’enigma di Majorana

Stefano Mancini, nella Feltrinelli di viale Marconi, mi ha chiesto, mentre sbirciavo fra i libri esposti, se poteva presentarmi il suo libro.

Circa quarant’anni, modi educati, contento che lo stessi a sentire – probabile fossi il primo, la libreria aveva appena aperto – mi ha esposto in breve il succo, ma confesso che ascoltavo poco, perchè il “modo” mi aveva già conquistato e avevo già deciso di comprarlo.

Di Majorana ha già scritto Sciascia, che però cercava di intuire una verità, mentre qui si tratta di un thriller, e il fatto che il giovane matematico sia misteriosamente scomparso rende possibile ogni costruzione intorno.

Deve aver contato anche una forma di solidarietà, visto che ho un romanzo in uscita a maggio (a maggio?).

Gli ho chiesto come avesse avuto quello spazio: iniziativa dell’editore, infatti la settimana prossima sarà in un altra libreria.

Legge sopratutto gialli e thriller, “per migliorare”, gli è piaciuto “I leoni di Sicilia”.

Sono curioso.

TEORIA DEGLI INFINITI

Non c’è un protagonista, se non il grande vecchio morente, sullo sfondo, e la famiglia intorno al patriarca con Mercurio – sì, il dio Mercurio, o Ermes per i greci – narratore inconsueto…

La scrittura è protagonista, soprattutto quando impasta gli interventi dispettosi e lussuriosi degli dei con le miserie umane.

MACCHINE COME ME

“L’autunno a noi promette primavera a voi l’inverno”

Il modello nella foto di copertina corrisponde all’idea che, leggendo, mi sono fatta di Adam, l’androide che Charlie, non proprio benestante, ha comprato.

Ce ne sono solo venticinque esemplari al mondo, gli è costato una fortuna, ci ha investito tutta l’eredità della madre.

Siamo nel 1982, quindi del tutto inverosimile che un androide indistinguibile da un umano potesse esistere, ma McEwan si diverte a portarci in un retrofuturo in cui, per esempio, la Gran Bretagna è stata sconfitta nella spedizione per la riconquista delle Falkland, i Beatles ancora cantano, il settantenne Turing è sopravvissuto alla castrazione chimica e si gode una buona relazione con il suo compagno. Questa forma di riscrittura benevola della storia mi ha fatto pensare al Tarantino di “Bastardi denza gloria” e di “C’era una volta… a Hollywood”.

Turing è uno degli artefici di questo capolavoro, che una volta sballato va inizializzato dal proprietario con le – sofisticatssime – caratteristiche caratteriali desiderate. Charlie coglie l’occasione per aggiungere un tassello all’opera di seduzione in corso verso Miranda, alla quale affida una parte dell’impegno a “dare forma” ad Adam.

Charlie è tutto sommato un sempliciotto; Miranda, che nasconde una storia drammatica, è incapace di chiedere aiuto e ha il talento di ottenerlo comunque. La presenza di Adam, che a mano a mano viene autoconfigurandosi anche nei sentimenti, nelle istanze etiche, e nel costruire una forma di coscienza di sè, fa da catalizzatore di una serie di eventi che riguardano la relazione fra Charlie e Miranda.

Alcuni spunti, che McEwan ha la capacità di restituirci in forme originali, richiamano situazioni presenti in altri suoi romanzi: una minaccia incombente come ne “L’amore fatale”, i dilemmi etico/giuridici de “La ballata di Adam Henry”, una casualità – un bambino problematico, forse adottabile – che modifica profondamente la vita corrente, come in “Sabato”:

Quanto più Adam – e i suoi fratelli e sorelle, con i quali in qualche maniera riesce ad essere in contatto – approfondisce la comprensione dell’umanità, tanto più si trova di fronte a istanze indecidibili, che inducono a scelte ora immerse in un’etica dell’assurdo, ora drammatiche, ora inaspettate, che incidono nella vita di quelli che dovrebbero essere i suoi “proprietari” in modi totalmente diversi dalle aspettative.

Adam legge tutto Shakespeare e ne svela alcune magagne: la godibilità di McEwan sta nel fatto che, senza una conoscenza profonda della letteratura inglese non si è in grado di capire se si tratti di verità o finzione narrativa. Matura quindi anche una consapevolezza artistica che si si esprime nella forma degli Haiku, le composizioni poetiche giapponesi semplici all’apparenza ma dalla struttura rigorosa e dai significati trascendenti.

L’ultimo Haiku che Adam compone mi è sembrato buon testimone del significato di questo romanzo.

Sono diversi anni che aspetto il Nobel per McEwan, direi che sia più che maturo.

Io sono il fiume

Un romanzo impegnativo. Già le oltre cinquecento pagine, tutte dense, dicono molto dell’impegno profuso. La sintesi della storia sta nella seconda di copertina, perciò non mi ripeterò.

Personalmente non credo ai generi, credo ai buoni libri ben scritti, e questo è un buon libro ben scritto. Rispetto a ciò, trovo irrilevante che si svolga oggi o, come in questo caso, in un futuro indefinito, dopo una serie di conflitti, evocati sullo sfondo, che hanno prodotto uno stravolgimento dell’organizzazione sociale.

Il modello, per dirne uno , è quello del film “1997 Fuga da New York”: qui una Roma divisa in quadranti, settori, recinti, abitati da strati sociali ridefiniti dalle attitudini o dalla maggiore o minore integrazione rispetto al nuovo, fortemente esclusivo, ordine costituito.

Analogamente a Jena Plissken nel film di John Carpenter anche Bliss, una delle protagoniste, deve superare una quantità di ostacoli per salvarsi la vita da un qualcosa che le è stato impiantato nel cervello. Qui, più raffinatamente, non si tratta di un veleno a tempo determinato ma dell’innesto di ricordi altrui che funzionano da metastasi disgreganti. Diversamente che da Jena Plissken, Bliss non si salva soltanto con le sue capacità ma grazie all’aiuto, sopratutto ma non solo, dell’altro protagonista, Appo, genietto dei codici binari, che mi è piaciuto immaginare somigliante al Sergio Rubini di Nirvana.

Per chiudere con le associazioni che ho fatto circa le possibili ispirazioni, e qui trascuro l’imprescindibile Philip Dick, mi sembra di aver colto anche un livello di lettura che sembra voler realizzare il programma di superamento dell’homo sapiens che Harari, quello di Homo deus, preconizza.

Il mondo descritto è quello delle diverse marginalità, mentre del mondo dei potenti e dei benestanti si ha traccia solo dagli strumenti di controllo – droni, principalmente – che qua e là arrivano a rendere la vita difficile ai protagonisti.

Si svolge tutto a Roma, non sappiamo niente di che cosa ne sia del resto del mondo ma non ci viene mai in mente di chiedercelo perchè Roma è evidentemente la parte per il tutto.

C’è una parte di quasi divulgazione scientifica che viene proposta per dare credibilità alla ricerca su “che cosa è il tempo”, ai margini della fisica quantistica.
Sono argomenti che, personalmente, ogni volta che incontro ho l’impressione di aver abbastanza ben intuito e che regolarmente dimentico un attimo dopo e avrei difficoltà a riproporli. Ho avuto la stessa impressione, e anche qualche momento di appesantimento, nel leggere queste parti di “Io sono il tempo”, ma capisco e apprezzo il grande impegno che c’è sotto: impegno non solo narrativo ma proprio di “comprensione”, come se dover accettare razionalmente le conseguenze del principio di indeterminazione fosse stato acquisito come necessario ma non pacificante. Confesso di essere rimasto deluso nel leggere che il presente potesse essere stato identificato di durata definita ma lascio aperta la porta alla possibilità che io non abbia ben capito.

Le parte migliori a mio parere sono le scene di azione: si vedono, se ne sentono gli odori, i suoni, se ne respirano le emozioni: un livello davvero alto di scrittura.

Considerata la già notevole complessità dell’insieme, con flashback che di continuo modificano i contesti e le convinzioni dei protagonisti circa la narrazione in cui sono inseriti, avrei risparmiato al lettore l’onere di equiparare i diversi nomi e appellativi con i quali sono di volta in volta identificati i tanti protagonisti.
Ad un certo mi ci sono perso ed ho lasciato perdere ma il racconto di avventura non ha perso di credibilità nè di intensità.

Appo e Bliss sono i giovani protagonisti, ma i tre scienziati più il loro maestro, della generazione precedente che ha prodotto la catastrofe e che ora cerca di controllarla, sono forse i protagonisti veri, con i loro continui cambi di posizione esistenziale e le diverse sfere emotive: anche questi passaggi non sono facili da seguire ma da un certo punto in poi ho deciso di avere fiducia nel fatto che l’autore li avesse ben chiari in mente tutti ed ho preferito l’immersione in ciò che stava succedendo nella pagina.

Ambientare un romanzo complesso in un futuro indefinito da una parte dà spazio ad ogni immaginazione e dall’altro dà il notevole vantaggio narrativo di costruire senza alcun limite che non sia una coerenza interna. Una volta data coerenza ad una visione in cui possono coesistere piani di esistenze parallele con trasferimento di brandelli di ricordi da uno all’altro, tutto è possibile, e lo svelamento finale dei due capitoli iniziali può far girare la testa per il rutilare di sovrapposizione di narrazioni, ma il sostegno di una scrittura non facile ma sempre scorrevole e limpida fa accettare il controllo ferreo, che immagino “costoso” per l’autore, della (non) linearità della storia: ma, nella vigenza del principio di indeterminazione, forse anche questa è coerenza.

Ne potrebbe anche uscire un ben film, per quanto forse ne vedrei più adatta la trasposizione in una graphic novel e, visto che c’è già un eccellente – vedi splendida copertina – illustratore, chissà…

In conclusione: la scrittura è superba, la capacità di organizzazione drammaturgica è piena, mi piace immaginare un prossimo lavoro in cui la sfida sia affrontare i paletti di una storia ambientata in un mondo totalmente reale.