L’invenzione del colore


Non ho voglia di raccontare qualcosa di questo romanzo, vorrei soltanto dire compratelo e leggetelo e poi fatemi sapere se siete riusciti a staccarvene prima di aver letto l’ultima delle sue quasi quattrocento pagine.

Perchè ho paura che a dire qualcosa delle storie che ci sono dentro rischierei di indurre a qualche classificazione, che per sua natura è escludente.

Invece, è un romanzo romanzo, e un gran bel romanzo, senza trucchi senza artifici senza furbizie, sorretto soltanto – “soltanto”! – da una signora scrittura e da un gran cuore a volte sopraffatto solo dall’intelligenza.

Sono riuscito, a far venire la voglia di leggerlo, senza spiegare in che consiste l’invenzione del colore del titolo?

Spero di sì, perchè è uno di quei libri nei quali ci sono pagine davvero memorabili, proprio nel senso che pure dopo che sarà passato tempo e avrò dimenticato tante cose mi sarà rimasta la memoria di quella corsa a scappare dai cinghiali fino a incontrare quel laboratorio e di quella mail piena di amore e spietatezza.

Leggetelo.

LACCI

Lo capisco, definirlo “disperato” può non attrarre, e tuttavia vale la pena leggere questo ultimo romanzo di Domenico Starnone.

Ne lessi, e rilessi – uno dei libri più divertenti che io abbia incontrato – “La scuola”, agli esordi, poi uno o forse due altri romanzi che non mi hanno lasciato traccia; questo “Lacci”, invece, mi ha colpito per il pessimismo cosmico che trasmette, vestito di uno stile sempre accattivante e piacevole.

Una coppia va in crisi: lui si è innamorato di una ragazza più giovane e vuole viversi questa esperienza. Niente di più banale, eppure i bei romanzi non sono dati dal raccontare storie nuove, ma dal come vengono raccontate. E Starnone sa raccontare, sa tenere l’attenzione viva, la curiosità sveglia.

Ci saranno evoluzioni, naturalmente, che qui non racconto.
Ci sono, oltre a marito, moglie, amante di lui, due figli, che da bambini patiscono l’assenza del padre e da adulti si confrontano sulle identità dei genitori, e infine un gatto, con un suo ruolo nella narrazione.

Benchè il finale sembri aspirare a trasmettere un senso di vitalità e spensieratezza, non si salva nessuno. L’impressione è che l’autore non li sopporti proprio, i suoi personaggi, come se il suo approccio allo stare al mondo avesse esaurito tutte le energie a cercare di capirlo e ci avesse rinunciato, senza essersi arreso al fatto che, “capire”, non si può.

“Se tu te lo sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie“.
Questo è l’incipit “Ti mostri affettuoso e intantio sfoghi i cattivi sentimenti per vie traverse“, dice la moglie del marito.

“Mio fratello è un uomo finto… sa mimare bene tutti i sentimenti senza mai provarne nessuno”, dice la sorella del fratello, da adulti.

Il clan dei Mahé

Una gran fatica, arrivare alla fine.

Sconcertante.

A voler trovare un tema, un senso: un medico trascinato da una passione che nemmeno è una passione per una adolescente appena intravista con la quale nemmeno parlerà mai.

Una vita monotona che trova un’occasione per rigirarsi… sì, le atmosfere sonnacchiose di una provincia francese umida, ma che altro?

Mi ha veramente detto poco, ma forse sono io a non aver trovato.

Per sempre

La voce carezzevole di Roberto Ciotti – sono già undici anni che è morto, mi pareva l’altro ieri e in effetti pure il Big Mama non c’è più da un po’ – con il suo tenero inglese pensato in italiano e la straordinaria chitarra si è rivelata un’ottima abbinata con le ultime pagine di questo romanzo.

Mario Santamaria diceva che la trilogia di Bascombe era imperdibile, e la cercherò, visto che questo pare essere il quarto con lo stesso protagonista.

Franck Bascombe, che per oscuri motivi il figlio Paul chiama Lawrence.

Paul ha la sla e il padre lo accompagna nella clinica dove sperimentano una nuova cura e, visto che non lontano c’è il monumento con le facce dei quattro presidenti scolpiti nella roccia, perchè non andarli a vedere?

La storia è tutta qui e mi ha tenuto attaccato per tutte le trecentocinquanta pagine nel midwest di motel scalcagnati, venditori di macchine usate, bar di vario genere e tutta l’umanità intorno.

Paul, poi, è uno simpatico che non se la tira per il fatto della sla e il padre pure non gliele manda a dire nè lo tratta con condiscendenza per via della sla.

Fra l’altro, gli è toccata una figlia femmina gay di destra e che può capitare di peggio a un padre?

“Ti piace rifletterci, sulle cose, eh Franck?”

“No seguo l’istinto e poi trovo le motivazioni. Come tutti.”

Questo un pezzetto di dialogo (a memoria) e sì, nemmeno Richard Ford, che pure la sa lunga, se la tira.

Da leggere.

ACCIAIO

Dopo poco i personaggi sono persone che conosci, e le cose che succedono, le vicende che li toccano sono cose che succedono a persone che conosci.

BAUMGARTNER

Nelle prime pagine scende dalla stanza dove sta scrivendo un saggio su Kierkegaart per cercare qualcosa, e mentre cerca si imbatte nel pentolino sotto al quale è rimasto il fuoco acceso: infatti si sta bruciando, e per spegnerlo lo fa cadere. Nel raccoglierlo si brucia la mano, che mette sotto l’acqua corrente; viene però interrotto dallo squillo del telefono “oddio, questa è mia sorella! Dovevo chiamarla alle dieci, ma in effetti non sono ancora le dieci…” Ma non si ricorda più a cercare che cosa è sceso. Suona il campanello di casa “uffa!” ah, per fortuna è la dolce postina dagli occhi teneri, dalla quale si fa portare due o tre libri a settimana solo per incontrare il suo sorriso…le apre la porta e…ecco! Adesso si è ricordato che cosa cercava! Ma le dieci sono passate? Ha telefonato alla sorella? Di nuovo squilla il campanello: è stavolta il letturista della luce che gli chiede di accompagnarlo nella cantina dove sta il contatore, perchè per lui è la prima volta. All’improvviso Baumgartner cade per le scale e si fa male a un ginocchio; e resta sorpreso dalla gentilezza del letturista, che più tardi passerà a portargli un po’ di ghiaccio, poichè il suo freezer non funziona.

Sono andato a memoria, e adesso ci sarebbe da prendere fiato.

Dopo questo primo, breve capitolo, ho pensato – anche perchè l’ho letto seduto, prima lettura dopo un mese e mezzo di ospedale, al bar della Villa – ecco il solito Paul Auster che ti porta in giro senza capo nè coda mentre ti ammalia con la sua scrittura.

Poi mi sono detto: ma quale “solito” Paul Auster, se ne hai letto solo “Trilogia di New York”, di cui non ricordi niente salvo un costante senso di inquietudine e “La musica del caso”, di cui invece ricordi bene l’angoscia di questi due che per un debito da niente si trovano semi prigionieri in un posto assurdo da cui sarebbe pure facile scappare ma che non ce la fanno mai.

C’è da aggiungere quel gioiellino di Smoke, di cui ho scoperto solo tardi che ne fu sceneggiatore e co-regista.

Poi Baumgartner si sviluppa invece, in modo abbastanza lineare, per centocinquanta pagine di ricordi di una vita – ha settantadue anni, vedovo – che potrebbero essere del tutto diversi e se sono quelli che sono è perchè quello che arriva, mi è parso, non sono tanto i contenuti delle storie quanto lo svolgersi di un’esistenza inquieta eppure pacificata e capace ancora di tenerezza e forte interesse emotivo e intellettuale per la giovane ricercatrice che verrà a consultare l’archivio della moglie morta, che ha pubblicato solo un piccolo libro di poesie ma che ha lasciato tanti abbozzi di romanzi, lettere, anche scambio di lettere con Baumgartner, tutta documentazione della quale andranno fatte serie valutazioni circa la pubblicabilità, ma intanto i cerchi di un’esistenza sembrano essersi chiusi tutti.
È un piacere sapere che è l’ultima cosa che ha scritto prima di morire.

Vedo su Wikypedia che ha scritto tanto, grazie a chi saprà consigliarmi qualche altro romanzo, fra i tanti.

Per Isabel


L’ultimo di un grandissimo scrittore.

Fu una bella sorpresa in libreria, incontrare un testo inedito di Antonio Tabucchi. Anche questo un racconto lungo – non capisco il bisogno dell’editore di farlo passare per romanzo – a cerchi concentrici, a mandala dice Tabucchi.

Il protagonista è alla ricerca di senso, forse di perdono, sulle tracce di Isabel, scomparsa misteriosamente dopo essere entrata in clandestinità nel Portogallo di Salazar, forse morta, forse finta morta, forse chissà.

La ricerca ci fa incontrare personaggi e luoghi, ciascuno dei quali fornisce un pezzetto di verità, una briciola di Pollicino sulla strada di Isabel.

Sia il protagonista sia Isabel sono leggeri, vogliosi di o disponibili a scambiare conoscenza ma lontani dalle passioni, aerei.

Dice la nota finale della curatrice che Tabucchi lo teneva nel cassetto da diversi anni, che ne aveva parlato, forse ci stava rimettendo mano prima di ammalarsi e morire, ed io ammiro l’integrità morale di non mandare in giro qualcosa di cui non era evidentemente ancora del tutto convinto, e che invece a me arriva come un regalo inaspettato, allo stesso livello del resto della sua opera.

Da leggere, senza riserve.

PS: mi sono soffermato ad analizzare alcune pagine (da 102 a 106) che contengono una sequenza di dialogo tutta nel corpo di soli tre paragrafi, e mi sono messo a sottolineare le espressioni verbali con cui la parola passa all’uno e all’altra, e questo è il risultato:

osservai — disse dissi — continuò dissi — continuò dissi — continuò — continuò ripetei — disse — chiese risposi — rispose risposi — disse pregai — continuò — sussurrò risposi — continuò — disse risposi — continuò dissi — disse — ripetè dissi — disse — disse rassicurai — continuò — chiese risposi — continuò — chiese risposi — chiese dissi — chiese risposi — confermò

Su quarantadue, ben trentasei sono sostanzialmente “neutre” (dissi/e, continuai/ò, chiesi/e, risposi/e) e soltanto sette hanno una valenza più significativa (osservai, pregai, sussurrò, rassicurai, confermò, ripetè).

Mi sono messo a fare questo elenco perchè all’inizio avevo notato quasi soltanto i dissi / disse, ed ero sorpreso di come il tutto scorresse comunque fluido e piacevole, nonostante le ripetizioni che in qualsiasi scuola di scrittura sarebbero state decisamente represse.

Mi sono anche chiesto con quale criterio uno scrittore scelga di differenziare i dialoghi con una iniziale “–” etc oppure preferisca mantenerli nel corpo generale.
Al momento non ho risposta. Anche come lettore non saprei. Penso che abbia a che fare con l’intenzione di staccare o di dare continuità. Da approfondire

Yuki

Scorre, la scrittura scorre proprio bene e, anche se alcuni passaggi emotivo-relazionali mi sono arrivati più dichiarati che vissuti, sono arrivato alla fine con leggerezza.

La protagonista, dopo una delusione d’amore, si ritira in un posto solitario in Lapponia, vicina ad una coppia di amici di lì.

È scritto in prima persona e, potrei ricordare male, ma il nome della protagonista non è noto. La chiamerò, perciò, casualmente, F, per non confonderla con Diana, che è invece la protagonista del romanzo che F sta scrivendo, durante il ritiro in Lapponia.

Diana, con le sue storie d’amore difficili – prima la sofferenza di doversi mettere d’impegno a staccarsi da una relazione con una donna che ama ma che pretende di vivere liberamente continuando a mantenere Diana legata, poi la difficoltà di avere vicino l’amore di una persona non ancora del tutto emersa alla vita – rappresenta, alla mia lettura, la stessa F “prima” dell’ultima delusione.

La scelta della Lapponia si rivela fortunata: la lunga, ostinata, caparbia, tenera operazione di avvicinare una lince – Yuki: il titolo – ha successo, e il saluto tra F e la lince e i suoi cuccioli ha il sapore di un equilibrio ritrovato, prima del ritorno a casa.

Una piccola nota critica: della ricetta e del brano musicale che accompagnano ogni giornata non sono riuscito sempre a cogliere le connessioni con quanto stavo leggendo. Possibile pure che non fossero previste